akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

30 settembre 2007

PassaggiAlcuni desideri si adempiranno
altri saranno respinti. Ma io
sarò passata splendendo
per un attimo. Anche se nessuno
mi avesse guardata
risulterebbe ugualmente giustificato -
per quel lucente attimo - il mio esistere.

Margherita Guidacci
[Stella cadente]
da "Anelli del tempo"
Edizioni Città di vita, 1993

°

L'ho segnalato anche nei "Consigli di lettura" qui accanto ma - visto il carattere transeunte degli stessi - voglio scriverlo anche qui: oggi Il Sole 24 ore pubblica un racconto inedito di Piero Chiara.
E questa per me è un'ottima notizia, tutta da condividere.

°

29 settembre 2007

C'è chi riesce a parlare delle tragedie solo assumendo come nota caratterizzante una scrittura sarcastica e dei toni grotteschi; questo è più che plausibile se si associa lo scritto alla biografia dell'autore (cosa che faccio raramente). E' quindi con il gusto del "nuovo" (nel senso di "sconosciuto") che ho affrontato il romanzo di Kurt Vonnegut Le sirene di Titano, recentemente ripubblicato da Feltrinelli (l'originale è del 1959).
Un misto di fantascienza e realtà, di trasposizione onirica del vero e di "surrealismo" (se così posso dire). Riassumerne la trama è pressoché impossibile (e sarebbe anche scorretto nei confronti di chi volesse affrontare l'opera, tanto è avvincente); quello che invece è possibile è delineare i confini nei quali si muove la mano "maestra" dell'autore, che pare conoscere assai bene i limiti (minimi e massimi) di cui è capace il genere umano.
E visto che l'argomento di fondo pare essere la guerra (soprattutto quella di religione), fantascienza o no, questo libro mi è parso attualissimo. Profeticamente terribile, tanto è lucido e sincero.

°

A sera mi sono fatta una camminata verso i miei, di "confini". Mentre passeggiavo l'odore dell'autunno incipiente mi si è parato innanzi con tutta la sua forza evocativa. E allora mi sono messa a pensare a come adeguare quello "ieri" che appariva tanto vivo, a questo "oggi" così pallidamente disincantato. La giusta misura ripetevano spesso gli antichi autori greci, " Nulla di troppo" si dice avessero fatto scolpire nel tempio di Apollo a Delfi i Sette Sapienti.
La "giusta misura" e "nulla di troppo" mi sono ripetuta serenamente io stessa calpestando il primo (per ora piccolo) tappeto di foglie dell'anno.
Tra meno di un mese la mia casa ne sarà sommersa.

°

Signore: è tempo. Grande era l'arsura.
Deponi l'ombra sulle meridiane,
libera il vento sopra la pianura.

Fa' che sia colmo ancora il frutto estremo;
concedi ancora un giorno di tepore,
che il frutto giunga a maturare, e spremi
nel grave vino l'ultimo sapore.

Chi non ha casa adesso, non l'avrà.
Chi è solo a lungo solo dovrà stare,
leggere nelle veglie, e lunghi fogli
scrivere, e incerto sulle vie tornare
dove nell'aria fluttuano le foglie.

Rainer Maria Rilke
[Giorno d'autunno]
trad. di Giaime Pintor

28 settembre 2007

Mio amore non credere che oggi
il pianeta percorra un'altra orbita,
è lo stesso viaggio tra le vecchie
stazioni scolorite,
vi è sempre un passero sfrullante
nelle aiuole
un pensiero tenace nella mente.
Il tempo gira sul quadrante, giunge
un segno di nebbia sopra il pino
il mondo pende dalla parte del freddo.
Qui le briciole a terra, la brace del camino,
le ali,
le mani basse e intente.

Bartolo Cattafi
[Mio amore non credere...]

27 settembre 2007

...perché non ci dobbiamo preoccupare della storia delle cose e delle parole, dobbiamo usarle solo per il nostro comodo.

Si possono scrivere, oggi e di nuovo, le gesta di Don Chischiotte? Dev'esserselo chiesto Michele Mari quando ha deciso di dare corpo a questo testo, non voluminoso ma intenso, dal titolo Verderame.
[E' di nuovo il doppio che aleggia in queste mie righe - quel "doppio" che mi è tanto caro e di cui ho parlato proprio qualche giorno fa - un doppio questa volta non strettamente "parallelo", ma trasversale, obliquo, ingannevole].
Mari narra con maestrìa le capacità incantatrici della nostra mente, la lenta e costante sottrazione di realtà, e di qui la necessità di considerare come reale un mondo che "si vive ma non si pratica" (per dirla con Piaget):
quello delle allucinazioni.
Clinicamente parlando l'allucinazione è l'esatto contrario del disincanto, tanto è intensa e totalizzante la prima, tanto è "ozioso" e straniante l'altro. Eppure la prima non è reale, mentre il secondo sì. Ma è davvero così?
Può essere, anche se non ne sono mai stata così tanto sicura.
A volte pare quasi che Michele Mari voglia giocare (con le parole, coi ricordi, coi sogni), ma è un gioco innocente, di quelli che non fanno male. Un gioco che però lascia il segno, che ti fa chiudere il libro con dentro intensa la voglia di ricominciare.
Non solo a rileggere queste pagine, che pure lo meritano, ma a vivere guardando il mondo da un'altra prospettiva.
Una prospettiva che si apre su una nuova, confutabilissima realtà.

°

...Le paurose bonacce dell'immobilità,
che magico il mondo pare un vano rispecchio di lago:
è, non è? mentre il respiro è sospeso.

Giovanni Boine
Fuga


26 settembre 2007

Tiepolo: l'ultimo soffio di felicità in Europa. E, come ogni vera felicità, piena di lati oscuri, non destinati a scomparire, anzi a prendere il sopravvento. Riconoscibile dall'aria che spira senza ostacoli e senza sforzi, come non sarebbe più avvenuto dopo quella volta. In paragone con Tiepolo, la felicità di Fragonard è costruita operando tacite esclusioni. Mentre Tiepolo non esclude nulla. Neppure Morte, che viene accolta fra i suoi personaggi e non si fa troppo notare. La felicità che Tiepolo emana non necessariamente abitava in lui stesso. Può darsi che le abbia detto in molte occasioni di ripassare più tardi, perché al momento doveva finire un lavoro ed era in ritardo.

Roberto Calasso
Il rosa Tiepolo

L'arte della stampa è stata causa di risvegliare il mondo, il quale si era addormentato nell'ignorantia, come ben noto a ciascuno, perché avanti a questa gloriosa arte della stampa si trovavano ben pochi litterati; il che non procedeva da altro se non dalla grandissima spesa de i libri che nissuno poteva studiare se non era ricco et facoltoso, che potesse comprar libri. Onde conveniva per necessità che i poveri fossero ignoranti a lor dispetto, percioché per mancamento di libri non potevano studiare[...]. I Dottori di quei tempi erano veramente felici: percioché erano adorati e riveriti come se fussero stati homini divini: et tutto quello che dicevano, per falso e mal detto che egli fosse, era approbato per buono... in modo che potevano cacciar carotte quanto loro piaceva che non era chi contraddicesse loro. Ma ora che la Filosofia et la Medicina, et tutte le altre scientie sono ridotte e stampate in questa nostra lingua moderna [...] nissuno può essere più gabbato; poi che ognuno che voglia affaticarsi un poco il cervello, può essere dotto.

Leonardo Fioravanti
Dello specchio di scientia universale (1567)
da Storia letteraria d'Italia: Il Cinquecento
a cura di Giovanni da Pozzo


Tanto più uno eccelle in grandezza, tanto più vuole essere il primo o - peggio ancora - il solo. Ma è difficile poi che chi desidera sovrastare tutti rispetti l'equità, che è praticamente inseparabile dalla giustizia. Per cui avviene che non si lascia vincere né dal confronto di idee né dall'autorità del diritto e delle leggi; ed ecco sorgere allora nello Stato corruttori e faziosi per poter raggiungere la massima potenza ed essere superiori con la forza piuttosto che pari con la giustizia. Ma quanto più conservare l'equità è difficile, tanto più è apprezzabile: non v'è infatti nessuna circostanza, nella quale non si debba operare secondo giustizia. Il forte dev'essere considerato non colui che perpetra ingiustizie, ma colui che le impedisce.

Marco Tullio Cicerone
De officiis, I, 64

25 settembre 2007

Ora venerato, ora sbeffeggiato dai millenaristi che affidano alla totale ignoranza la nostra salvezza, il libro è sempre stato maternamente protetto in un luogo pressoché mistico: Biblion, la biblioteca, che vola alto nella leggenda delle origini e acquisisce il valore assoluto del sapere. Per i Babilonesi è il cielo che si offre alla lettura (lo zodiaco allinea i libri della rivelazione e le stelle fisse costituiscono i commenti a margine); il Talmud afferma che prima della creazione esisteva una vasta biblioteca; il Corano conferma; i Veda alzano il tiro: esisteva prima che il Creatore creasse se stesso. In tempi ravvicinati, il sacerdote e indovino Berosio, inventore della meridiana, estrapola da antiche fonti una testata precorritrice: Ancor prima del diluvio la capitale del mondo si chiamava "Tutti-i-libri"...

Lucien X. Polastron
Libri al rogo

°

Segnalo anche il suggestivo volume di Julio Cortázar Il giro del giorno in ottanta mondi, che ho appena terminato di leggere. Un florilegio incantato di teorie, riflessioni, aforismi, saggi brevi, liriche: una forma moderna di dialogo sui massimi sistemi dove, per arrivare all'apice, si parte dalla prosa di ogni giorno, usata con magistrale destrezza fra le pieghe di un gusto "popolare" del vivere che - assai giustamente - la traduttrice Eleonora Mongavero ha assimilato agli almanacchi di un tempo.
Una lettura di rara intensità e dal gusto veramente "superiore"; non è escluso che nei prossimi giorni ricavi da essa qualche escerto.

24 settembre 2007

Ho sempre amato contemplare le nuvole. Niente in natura può competere con la loro mutevolezza e la loro scenografica teatralità. Niente possiede la stessa bellezza effimera e sublime.
Se certi meravigliosi tramonti dietro una cortina di altocumuli dovessero dispiegarsi in cielo solo una volta ogni venticinque anni, entrerebbero senza dubbio a far parte delle leggende di tutti i tempi. Eppure, la maggior parte della gente sembra accorgersi appena delle nubi, quando non le considera addirittura un difetto che compromette la perfezione di un giorno d'estate, o una scusa per sentirsi giù di morale e "rannuvolarsi". Non c'è nulla di più deprimente, a quanto pare, del "vedere solo nubi all'orizzonte". Alcuni anni fa decisi che bisognava porre fine a questa deplorevole situazione. Le nuvole meritavano una sorte migliore e non andavano più considerate mere metafore di sventura. Qualcuno doveva intervenire in loro difesa...

Gavin Pretor-Pinney
Cloudspotting

°

BBC: The One Show
Science: Clouds - Gavin Pretor-Pinney


°

The Cloud Appreciation Society


23 settembre 2007

I due ottimi post che Roby dedica al fenomeno del "doppio" nel cinema, in Abbracci e popcorn, mi hanno fatto ripensare al libro
che Raffaele Aragona ha dedicato al medesimo tema
, e che altro non è se non la pubblicazione degli atti di un convegno nel quale vari oratori si sono dilungati nell'affrontare il doppio da varie prospettive e analizzando vari autori. C'è immancabilmente Freud, naturalmente Pirandello, ovviamente Calvino e plausibilmente Plauto, assieme a molti altri, tutti pertinenti. C'è poi Narciso, affrontato con o senza la mediazione letteraria moderna, ma soprattutto nel suo aspetto più sensibilmente mitografico; persino Ovidio che del doppio è stato assiduo frequentatore (fino - forse - a pagarne le ineluttabili conseguenze).
Ma non è solo letterario l'excursus sul tema: arte, scienza e logica si affacciano spesso in queste pagine ottimamente curate, offerte con discrezione e lette con partecipazione.
Per chi ama frequentare il regno (ancora in parte inesplorato) del doppio, si tratta davvero di una lettura imprescindibile [magari unita all'altro ottimo volume di Aragona dal titolo emblematico - e al contempo evocativo di ben altri "misteri" - Le vertigini del labirinto].

°

Smettela di tormentarvi.
Se volete incontrarmi,
cercatemi dove non mi trovo.
Non so indicarvi altro luogo.

Giorgio Caproni
Indicazione


22 settembre 2007

Lenta l'acqua scorreva dal passato al presente; fiumi di vita si manifestavano dal tempo per insabbiarsi nell'eternità. Fluivano i pensieri nascosti, si ridestavano antichi sortilegi.
La notte ci accolse serena, presàga di fughe, di amori, di intense evocazioni. Una moltitudine di anime ci fece coraggio, uno stuolo di presenze ci concesse ospitalità
Migrammo verso il mattino pagaiando tranquilli. Nulla e nessuno sulle rive.
Solo il fiume, immenso e lento testimone del nostro sogno.

Ben Okri
Flowers and Shadows

21 settembre 2007

Non mancare di nulla? Vedi, io posso. Io sono quell'Uomo. Sono quell'uomo che è stato gettato a riva sulle spiagge nere. Forse non ridereste se sapeste la mia età, quanto tempo sono rimasto qui, com'è curva la mia schiena, come sono neri i miei circoli, come non sono mai veramente morto e come sono tornato a nascere e rinascere nella vostra immagine, ancora e ancora, come non posso sbiadire il modo in cui ho fatto preda di forti e di deboli allo stesso modo. Ho pregato e volteggiato su di voi sempre, sulle rocce, dentro ai massi, sotto il fango, nelle onde e nei dirupi...

Harmony Korine
A Crack-Up at the Race Riots

°

20 settembre 2007

Di colpo aprì il finestrino del treno e con forza gettò fuori il manoscritto, l'unico che aveva.
I fogli si sparpagliarono al vento, verso i campi, sparendo ben presto alla vista inghiottiti dalle prime ombre del crepuscolo.
- Ecco fatto - disse sollevato - il mio passato non esiste più -.
Uscì nel corridoio apparentemente appagato, tirò fuori una sigaretta e se l'accese soddisfatto.
Io, discreta, mi sedetti ad aspettarlo. Ogni tanto gettavo uno sguardo fuori dal finestrino, dove la notte, umida e scontrosa, sapeva di vento e nerofumo.

Cornell Woolrich
The time of her life

Il nero ha avuto il suo poeta. Quel genere in parte sfuggente e poliedrico che viene definito "noir", ben diverso dalla detective story, ha uno dei suoi autori leggendari in Cornell Woolrich. (...) Le guance scavate e lo sguardo un po' allucinato con cui appare nelle poche fotografie che sono giunte sino a noi, spiegano più di molte parole le sue sofferenze e le sue inquietudini...

di Fabio Giovannini
da "Thriller Magazine"
>>>qui l'articolo completo

19 settembre 2007

Qualche giorno fa ho segnalato nella colonna qui a fianco (dedicata al meglio di ciò che leggo in Rete) quello che unanimemente viene considerato "il" libro di Angelo Maria Ripellino, e cioè Praga magica (era Simone di booksblog a parlarne). Ebbene, sulla spinta presa dalla (quasi obbligatoria) rilettura di quel capolavoro, ho deciso di ripercorrere le "strade di carta" di un'opera che, pur se scritta in un tono apparentemente più dimesso, non sfigura accanto a quella più celebrata. Si tratta di Nel giallo dello schedario, note e recensioni in "forme di ballate", apparse tra il 1963 e il 1973 sul Corriere della sera e sull'Espresso.
Vari sono gli "universi" affrontati da Ripellino in questo libro: da Dostoevskij a Pasternàk, da Bulgakov a Nabokov. Tutti evocati con una profondità che non sgomenta il profano e con una levità che non sconcerta l'esegeta.
Conviene con me (o -meglio - lo faccio io con lui), Alessandro Fo, quando nella pregiata postfazione avverte: "Non crediate di avere preso tra le mani un libro minore. Ogni libro firmato da questo scrittore è un libro importante, perché germoglia dalla sostanza e dal profitto di ogni alta operazione letteraria: la gioia della poesia".
[E' vero. Ho passato una serata magnifica grazie a questo libro, mentre fuori il vento sferzava i rami dei platani e un gufo, chissà come capitato fin qua in questa landa deserta, annunciava sgomento la notte imminente].

°

Vi sono mesi in cui non nasce
un granello di poesia.

Il male scaccia le metafore,

l’analogia boccheggia[.]¹

Volare via da me stesso
come un uccello migratore,
da questo roveto, da questo malessere,
da questo perenne dolore.²

Angelo Maria Ripellino

¹ da Versi inediti e rari
² da Autunnale barocco

18 settembre 2007

Chi un esercito di cavalieri chi una schiera di fanti
chi una flotta di navi dirà che è la cosa più bella
sopra la terra
io dico invece che è ciò che si ama

chi ora ti fugge presto t'inseguirà
chi non accetta doni ne offrirà
e chi non ti ama pure contro voglia
presto ti amerà

Saffo
Poesie

17 settembre 2007

Ci sono dei piccoli libri che non sono affatto "libri piccoli".
Si direbbero nati in cucina o in una stanza di disimpegno, o magari proprio sulla soglia di casa.
Libri che nascono dall'ozio e dall'amore (o addirittura dall'amore per l'ozio), oppure che traggono origine da un puro e semplice gioco.
Serve solo un po' d'inchiostro, qualche pennarello e alcuni colori pastello.
E basterebbe così, perché certi libri sono già felici di essere riusciti a fuggire dalla fantasia di chi li ha immaginati.
Ebbene, ieri mi sono imbattuta (si fa per dire...) in un libro così, ed è stata davvero una boccata d'aria fresca.
Eccolo:

Cerchi d'acqua di Pier Luigi Bacchini.

Una vera delizia.

Quanto alle leggi animali è stata decretata la morte.
Così gli artigli e il becco e le dentature la confermano, necessari:
non si spreca la morte, mantiene la vita.


16 settembre 2007

Ho avuto un'infanzia piena di prodigi. I nonni avevano una casa enorme, piena di fantasmi. Erano persone di grande immaginazione e superstizione. In ogni angolo vi erano morti e memorie, e dopo le sei di sera la casa era intransitabile. Era un mondo prodigioso di terrore.
C'erano conversazioni in linguaggio cifrato.
Ciò che mi è successo dopo, è stato abbastanza piatto. Crescere, studiare, viaggiare: niente mi ha incuriosito.
Da allora non mi è accaduto più nulla di interessante.

Gabriel García Márquez
da Luis Harss, Gabriel García Márquez o la cuerda. Los nuestros
Editorial Sudamericana, Buenos Aires, 1966



Il telegrafista contò le parole. Il medico non gli badò. Aveva visto un libro voluminoso aperto accanto al trasmettitore. Chiese se era un romanzo.
"I Miserabili, Victor Hugo" telegrafò il telegrafista. Timbrò la copia del telegramma e tornò al parapetto col libro. "Credo che con questo arriveremo fino a dicembre"
Da anni il dottor Giraldo sapeva che il telegrafista occupava le ore libere nella trasmissione di poemi alla telegrafista di San Bernardo del Viento. Ignorava che le trasmettesse anche dei romanzi
"Ormai è una faccenda seria" disse, sfogliando lo scartafaccio sgualcito che risvegliò nella sua memoria confuse emozioni da adolescente. "Alessandro Dumas sarebbe più adatto".
"A lei piace questo" spiegò il telegrafista.
"E la conosci?"
Il telegrafista negò con la testa.
"Ma è lo stesso" disse. "La riconoscerei in qualsiasi parte del mondo per i saltini che fa sempre sulla erre".

da La mala ora

15 settembre 2007

E poi mi sono chiesta per l'ennesima volta, nell'incertezza del risveglio, se era tua la voce che nel sogno mi aveva chiamato con quel nome che usavi solo tu, o se ero io che, inconsapevolmente, ho pronunciato quelle due sillabe ormai misconosciute.
A dire il vero la cosa non è così importante, o forse sì, se la guardo dal punto di vista di una invalsa inconsuetudine.
Forse nel sogno volevi solo essere rassicurato, come facevi sempre, volevi cioè che ricordassi questo tuo giorno come un punto fermo, ineludibile: un trionfo sulla morte (se mai avesse un senso un trionfo sul limine di un territorio così vasto ed enigmatico).
Ricordi? M. ci disse che si rinasce sempre da un sogno morto che si fa segno di vita.
- Alla vita non importa se rinasciamo o no - replicasti quasi sconsolato.
Avevi ragione, però importa il senso che diamo all'esperienza.
E tu sai che è da quel nome ignoto che sono partita per tornare.

(In effetti, a pensarci bene, non è stato per niente facile vivere accanto ad uno puro come te.
Uno che non ha condannato mai, ma ha sempre perdonato.
Per questo ero - e sono - così fiera di te.
Di ciò che sei [stato] per me).

°

14 settembre 2007

Ho ripercorso trent'anni vissuti pericolosamente dal nostro Paese, dal 1970 al 2000, attraverso una pregevolissima antologia di liriche curata da Franco Loi e Davide Rondoni dal suggestivo titolo leopardiano: Il pensiero dominante. Trent'anni che sono corsi quasi paralleli all'arco del mio esistere, dalla nascita a un periodo cruciale della mia vita, e che quindi ho gustato con ancora più soddisfazione.
A volte sembra che la Storia non c'entri nulla con la lirica, che quest'ultima - anzi - si libri su territori antistorici per eccellenza. E invece non è questa l'impressione che ho ricevuto da questo "alfabeto" di nomi che va da Antonella Anedda fino ad Edoardo Zuccato (157 sono i poeti antologizzati, per essere precisi). Non è così, perché da questo florilegio (dal sottotitolo temporalmente certo e inequivocabile: Poesia italiana 1970-2000) non emergono solo gli stili di vita tipici di tanta lirica nostrana, cioè quelli intimi, introspettivi, dedicati alla soluzione di enigmi tutti afferenti a un percorso che pare quasi del tutto privo di "relazioni". No, in queste pagine si addensano anche le nubi di quella "mutazione antropologica" che Pasolini teorizzò e documentò fin dall'inizi degli anni Settanta (appunto) e che poi si è drammaticamente manifestata a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, fino ad esplodere in tutta la sua imponente (e forse nefasta) dimensione sociologica proprio con il passaggio del secolo e del millennio.
Voglio essere chiara: non si tratta di poesie "civili", anzi qui non c'è nulla di quell'humus epico che ha contraddistinto certa poesia italiana del secondo novecento (basti pensare a Quasimodo su tutti), né tanto meno esistono istanze "politiche" alla Fortini, per intenderci. Eppure dallo "scialo dei triti fatti" quotidiani traspare (e spesso tracima) tutta l'inquietudine degli eventi che hanno fatto da contorno alla vita pubblica e privata dell'Italia di quel tempo, e chi legge percepisce chiaramente che, laddove ora c'è un deserto (di partecipazione civile, politica, morale) un tempo sbocciavano fiori e si raccoglievano frutti.
Sì, la Poesia può anche questo, se vuole: disarticolare i temi di un discorso che si crede univocamente storico e politico, e restituircelo integro nella sua più completa dimensione umana.
Il coraggio di Loi e Rondoni è poi ancor più palpabile laddove hanno scelto, per manifestare i termini ritenuti più alti del discorso poetico italiano, molti autori che non scrivono in lingua italiana ma in svariati idiomi dialettali. Quasi che con questa opzione si sia voluta testimoniare l'unità nella diversità, ma anche la triste scomparsa di un variegato mondo di tradizioni linguistiche destinato inesorabilmente a perdersi nell'omologante (e ineluttabile) destino di quel pensiero dominante che oggi sembra aver conquistato il mondo intero.

°

Non ala che sollevi
solo sentieri a farci pellegrini
e il capo chino a dire
d'un'arte ignota
miracoli leggeri...

Voglio morire nelle mie parole
fino a che posso
per liberarle vive dall'incanto
prima che divorino le rime
i versi il senso
lasciandomi più povera di adesso...

La mia conversazione con la vita
può solo somigliare alle parole
che tentano un momento di quietarla.

Silvia Bre
da Le barricate misteriose

13 settembre 2007

Si approssima l'evento che spartisce
la solitudine, o almeno quel che resta
del duro straniamento, del fuggevole
segnale di confine...

Sebbene lo si sappia, non si vuole
la severa rinuncia, e ci si duole
- fors'anche qualche volta in modo atroce -
per l'ondivaga attesa di una voce,
del cenno che ci chiami
noncurante del vuoto e della fine.

Sergio Fois
Alla fine del giorno
Ed. La Nuova Agape, Forlì

°

L'uomo si comprende solo se non si comprende del tutto.

Giuseppe O. Longo
da Homo techonologicus

°

Nell'esistenza di ciascuno esiste un momento in cui diviene imperiosa la necessità di una mutazione, di un giro di vite sulla propria esistenza.
Poi, allorché si afferra il coraggio di compiere il passo, diventa possibile accertare come si è vissuto il passaggio, se ne valeva la pena e se comunque il viaggio può essere compiuto di nuovo a ritroso.
In caso di nostalgia, o di solitudine...

Richard Ford
da Donne e uomini

12 settembre 2007

Parole, ancora parole.
Non fantasmi dai suoni indistinti, ma eco differite di voci che ritornano. Voci doppie, che si rincorrono: forse un sogno di sogni, o qualcosa che gli somiglia.
Mi guardi, mi ascolti, mi senti?
Parlo di un richiamo commosso al sogno che facemmo, a quell'idea ricorrente di lasciarsi trasportare e derivare sull'onda di un pensiero fantastico ma eccezionalmente reale.
Ti ho avuto, ti avrò; potrò stringerti ancora, ne sono sicura. Proprio ora che - per decine o centinaia di ragioni - una porta si è aperta in quel tunnel della dimenticanza da cui sei prepotentemente riemerso, e che - per la prima volta - ho la possibilità di percorrere assieme a te verso il luogo da cui siamo partiti.
Felici, come allora, di tornare; di lasciare un'origine per un'altra; di camminare consapevolmente sul sentiero del nostro reciproco abbandono.

°


...repetita iuvant

11 settembre 2007

Dico che arriverai da un lungo treno del mattino.
E devo voltarmi a ogni socchiudersi di porta
se non sia tu - o trasalire allo squillo uguale
a ogni altro se mai non fosse la tua voce
dall'altro capo a parlare, immaginarmi
rispondendo nel tenore convenuto
che a tutti indifferenza significhi e a te
invece: dove sei, mio amore, mio benvenuto?
Quale dei lunghi treni ti porterà?
Quale dei lunghi treni ti avrà portato?

Ho guardato l'ora all'orologio sul muro.
Ho aspettato lo squillo già
scusato come e perché non hai potuto chiamarmi,
ho pensato: e pensare che ero qui sola.
Brevi minuti ancora mi restano per supporre
il tempo che tu raggiunga la strada della mia casa
e un suono di citofono a questi miei inferi emerga
definitivo come un lieto annuncio di morte...
Ti scambieranno per uno come un altro - ho scherzato.
Arriverai domani se oggi non sei arrivato.

Giovanni Giudici
La Bovary c'est moi, V
da "Autobiologia", Mondadori, 1969
ora in Versi della vita

10 settembre 2007

Appassionata come sono di deserti (geografici e dell'anima) sono lieta di avere - abbastanza casualmente - scoperto (e subito acquistato) il poderoso tomo di Alex Shoumatoff, Leggende del deserto americano, pubblicato in Italia per i Millenni di Einaudi.
L'autore, statunitense di origini slave, è partito giovanissimo verso il sud-ovest per trovare l'Altro, e ha finito per trovare se stesso. In più di trent'anni di frequentazioni "sentimentali" ha sviluppato competenze di storico, naturalista, chimico, biologo, farmacista, linguista, con qualche "spruzzata" di etnologia ed etologia che non guastano mai.
La sua opera non è né un romanzo, né un saggio, bensì un'affabulazione che ti prende e non ti lascia più, una specie di arca di Noè in cui si può trovare di tutto: indiani dei pueblos e delle pianure, conquistadores e missionari, trafficanti di stupefacenti, avventurieri, banditi, reietti, sciamani e uomini-medicina, piante e animali tanto geniali nel perfezionare strategie di sopravvivenza. In testa a tutti il coyote, "scarna, ispida e affannata allegoria del vivente" come ebbe a dire Mark Twain, burlone magico e maldestro, creatura protoumana che alimenta le mitologie del Trickster.
Perché questo è il deserto: una potente metafora, una sfida estrema, una porta aperta sull'inconoscibile. Più i margini sono stretti, maggiore dev'essere l'inventiva. E tutti, uomini, piante, animali e storie, fanno a gara per intrecciarsi in una sorta di Mille e una notte insieme terricola e sapienziale, un'epopea di crudeltà elementari e cosmologie raffinate, miraggi, allucinazioni, portenti, esaltazioni, destini.
Grondante di simboli e di immagini, il deserto ha incantato anche Jung, D. H. Lawrence ("mi ha cambiato per sempre"), Artaud, la pittrice Georgia O'Keeffe (le cui tavole adornano il bel volume).
Il racconto che ne fa Shoumatoff è talmente ricco e suggestivo da rendere quasi superfluo un viaggio reale nei luoghi che Kerouac indicava come la sorgente del genere umano.
E mai definizione fu per me più esatta ed esaustiva.

09 settembre 2007

Abiti in strade di paura e cerchi
in ogni bambino che incontri il bambino che sei stato.
In una luce obliqua della memoria dove si perdono
le ore in labirinti scuri
inverni lunghissimi cenere della tua storia,
ti giungono campane malinconiche giorni senza uccelli
messali, rosari, brace dei letti in cui si è amato.
Per larghi corridoi passano ombre che ti hanno preceduto
brusio di preghiere diluite in una luce brumosa
che ti porta echi silenziosi.
Spii quadri
che ti scrutano da laggiù, oggetti
che altre mani hanno toccato
fredde carezze sul muro della sconfitta.
Se torni e ti avvicini respiri l'aria che altri hanno lasciato
in dense atmosfere di sradicamento.
Fiori artificiali, carillon
funeree bambole universo in ombra
nel chiaroscuro sdrucito del ricordo.
Uscirai in strada.
E ti riconoscerai in questo bambino che gioca
in questi occhi immensi che guardano spaventati.

Xulio López Valcárcel
da Giovani poeti spagnoli
Einaudi, 1976
[trad. D. Manera]

08 settembre 2007

Che pazzo furioso amore fu il nostro.
Dissero che non somigliava a nessun altro
per disuguaglianza.
Io dico per rabbia.
Ero chiodo e martello,
lei la tortora d'inverno
e altre cose più nascoste
come il tesoro del ghetto
e gli uccelli morti nelle selve.
Comunque io l'amassi
la vedevo fuggire
su ponticelli incerti
verso rigagnoli e fiumi.

Che forte complicato amore fu il nostro.
Dissero che mi avessero stregato
le dure pupille luminose
di azzurro ostile.
Non c'erano agate
né pietre di mare,
non c'erano pesci e alghe
che potessero contenere
luce tanto costante.
Un leone un serpente
semplicemente a guardarla
l'avrebbero amata.

Che dolce spietato amore fu il nostro.
Senza vendere l'anima al diavolo
ebbi una seconda vita.
Selvosi territori invernali
mi circondarono;
appresi a stimare il silenzio
nella notte della montagna.
Appresi a combaciare,
a combattere in un altro modo
ferendo e riportando ferite.
Che dispute risse
e pronte guarigioni!

Che strano intricato amore fu il nostro.
Una nassa, una matassa di nodi:
ovunque io la toccassi
coglievo gelo
come il giardiniere della neve.
Nella sua testa fredda
l'infanzia era un ruscello
dove bevevo me stesso.

Che duro durevole amore fu il nostro.
Per giorni per notti per anni
resistette a noi
e a tutte le tempeste.
Più è forte amore
e più tempo consuma
nel consumare se stesso.
Lo consumammo sino alla fine
come da milioni di anni
fecero gli amanti
che si amarono come noi.

Raffaele Carrieri
Pazzo amore
da "Le ombre dispettose", Mondadori, 1974

°

07 settembre 2007

La passeggiata ha inizio tra verticali silenzi. Insolito, per noi. Basterà una parola pronunciata senza l'intonazione che desidero, l'impressione che lui sia distratto da pensieri che non riguardano me, per dare avvio allo stato di patimento. Sequenze che vacillano estranee sullo schermo privato della mia mente...

Paola Calvetti
Né con te né senza di te

°

L'impossibilità di stare insieme e l'impossibilità di stare da soli sono entrambe assolute e implacabili.
Ciascuno nel proprio passaggio segue un'orbita solitaria, ma l'intreccio di tutte le orbite non è altro che la storia di ogni vita (o della Vita?).
Infinita, inestricabile, imperscrutabile.

°

Ho un'immagine di te tra le mie carte
e i libri che comprammo...
era l'età
felice delle rose, aprile maggio
giugno, di là dal vetro di veranda
i cigni popolavano il tuo lago
e un volo in un istante ricreava
il vero in un romantico paesaggio;
o forse autunno tra giardini d'ombra
con un vento che accumula le foglie
verso sera; a La Tour... ma è tanto antica
la tua fotografia, che non mi aiuta?

Nelo Risi
Lettera
da "Le risonanze", Mondadori, 1987
[ora in Di certe cose]

06 settembre 2007

Le indagini della memoria conducono lontano, indietro verso sorgenti di limpide illusioni, seccate presto dai cocenti raggi del sole della realtà, che tutto inaridisce.
Quel poco che resta si nutre di ricordi, e i bilanci giungono al punto morto di un'attesa, sempre più ridotta, denutrita.
E così ci abituiamo a masticare le radici amare delle illusioni mancate, le uniche che crescono nelle terre riarse dell'incoerenza, quella che vuole convincerci - ogni volta - che il bene spunterà sempre oltre l'orizzonte della prossima collina.
Prima o poi riuscirò anch'io a convincermi che nessuno appartiene più a nessuno, men che meno a se stesso. Ma ora è troppo presto - forse - perché io mi adegui a questa logica, tanto cinica quanto realistica.
E così sono qui a credere che il tempo vissuto secondo una ferma integrità intellettuale sia quello più giusto, quello dove si può serenamente tornare indietro a cercare le occasioni mancate, o quelle perdute, o quelle puramente sognate. Oppure che sia questo il tempo dove potrò attendere pazientemente un piccolo segno di riscossa, perché - al di là di ogni personale utopia fallita - la giustizia della vita ha un volto di solitudine serena, che non abbasserà mai gli occhi in faccia a nessuno, come accade ai bambini, e agli onesti.
E ai sognatori.

05 settembre 2007

Ho letto finalmente Il sentiero di campagna di Martin Heidegger, pubblicato anni fa da Il melangolo. Mi ha fatto venire in mente un vecchio libro di Ponge sulla Senna o certe pagine peripatetiche di Handke.
Il filosofo ricorda e racconta (il libro è accompagnato da fotografie) il sentiero che conduce "dal castello del parco fino a Ehnried. I vecchi tigli del parco del castello lo seguono con lo sguardo al di sopra delle mura di cinta, o quando, con l'approssimarsi della Pasqua, chiaro riluce fra i campi seminati a grano e i prati che si destano, o quando, con l'approssimarsi del Natale, scompare sotto cumuli di neve dietro il colle più vicino...".
Heidegger sceglie un suo vecchio viottolo di campagna fra campi e boschi e ne fa una metafora e un ricordo. Ricordo di quando andava a sedersi, da giovane, sotto una vecchia quercia a studiare i classici della filosofia e i maestri del pensiero; ne fa una metafora del ragionare: "l'uomo, quando non si affida alla benevolenza del sentiero di campagna, cerca vanamente di assoggettare con i propri piani il globo terrestre. Minaccioso incombe il rischio che gli uomini d'oggi rimangano pressoché sordi al suo linguaggio. Sono prigionieri del chiasso delle macchine, che quasi confondono con la voce di Dio".
Le stagioni, le fioriture, il senso di benevolenza e serenità che accompagnano i suoi passi, su quel sentiero che, dai giochi infantili, porta alla maturità, sotto quella quercia che fa ragionare sulla crescita e la durata del fare umano, io li sento completamente miei, tanto che ieri pomeriggio - in milionesimo e solo per qualche attimo - mentre camminavo lentamente per i "miei" sentieri, mi sono sentita come Heidegger. Ho ripercorso discreta i viottoli scoscesi del tempo che ho avuto, e l'ho ritrovato intatto, pronto ad accogliermi in sé.
Nella sua malinconica felicità.


Propedeutico al libro citato il nuovo volume affine, che da poco è disponibile nelle librerie.

03 settembre 2007

Ricevere le parole significa porsi in relazione con coloro che sono stati, così come sono stati, ma in modo tale da farli rivivere, ora, in noi e per noi. Ogni opera richiede continuamente - e sempre di nuovo - di essere ricreata negli occhi di chi torna a sfogliarla; richiede di essere trasformata da cosa "lasciata in deposito" in operazione vivente.
Il senso di uno scritto è sempre rimesso in discussione da chi lo legge. Ogni volta che questo esercizio viene compiuto, l'estro dell'origine torna a manifestarsi virtualmente come fosse la prima volta.
La luce della letteratura passa nella coscienza-prisma del cuore di chi legge e ne esce nuova. Pronta per altri viaggi, per altri confini.

°

Ti leggo dolci versi d'un antico,
e le parole nate fra le vigne,
le tende, in riva ai fiumi delle terre
dell'est...
Forse qualcuno vive. Ma noi, qui,
chiusi in ascolto dell'antica voce
cerchiamo un segno che superi la vita,
l'oscuro sortilegio della terra...

Salvatore Quasimodo
da 19 gennaio 1944
in Poesie e discorsi sulla poesia

02 settembre 2007



La poesia è sempre tragedia, perché cerca di ancorare a una forma il divenire nel momento della sua dissoluzione.
La poesia tenta di fissare le cose nell'attimo tra essere e non essere e permette così di intravvedere sia ciò che è stato e anche, audacemente, ciò che potrebbe essere.
La poesia è dissoluzione e palingenesi. Il mito fondatore della poesia è quello di Dioniso, nato dalla distruzione della madre. Per questo la poesia è dominata dal non detto.
Noi umani abbiamo perduto il linguaggio in una terra straniera.
Siamo ormai un segno ininterpretato.

01 settembre 2007

A parte la struggente tenerezza, resta nella memoria l'incrinatura del disincanto. Di una perplessità che, quando si tratta di amore rivolto a una persona, si potrebbe tingere - a tratti - di rimpianto (se non addirittura - e inopinabilmente - di rimorso).
Per le occasioni consumate e perdute, per quelle mai convintamente inseguite, a causa dell'inconsapevolezza, della paura, della viltà.
Momenti che non rivivranno, attimi che si sono dispersi nell'aria gelida del tempo che non torna.
I più intensi lasciano nella memoria, insieme alle increspature dell'ironia, lo stupore per un dono immeritato e fuggitivo. Quel pianto, davanti a una donna ritrosa che mentre cammina, viene centrata in pieno da un raggio di sole, rivivendo così il suo passato nella luce.
E' qui, ora, che l'universo ha terminato il suo movimento.
Qui ha fermato il suo racconto per me.
Nel ricordo di te.

°