akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

31 agosto 2007

Un personaggio, signore, può sempre domandare a un uomo chi è. Perché un personaggio ha veramente una vita sua, segnata di caratteri suoi, per cui è sempre "qualcuno". Mentre un uomo - non dico lei, adesso - un uomo così in genere, può non esser "nessuno".

Luigi Pirandello
da Sei personaggi in cerca d'autore

°

Pirandello ha davvero affrontato come nessun altro nel secolo scorso il tema dell'identità personale. Una volta che abbiamo attribuito a un individuo un ruolo, non gli consentiamo più di uscirne: vogliamo che costui sia come abbiamo deciso che debba essere, o - peggio - come vogliamo credere (illudendoci) che sia. Mentre invece lui, l'individuo, può non riconoscersi nell'immagine che gli abbiamo attribuito. Pirandello insomma ci insegna di non chiedere agli uomini, a tutti gli uomini, di essere come noi li vorremmo.
Ancora una volta dunque, come scrive Gide, l'importanza (in questo caso senz'altro negativa) sta tutta nello sguardo di chi osserva, non nelle reali caratteristiche di chi è "guardato".

[Non so perché scrivo tutto questo facendo leva (con impudente mancanza di riguardo) su Pirandello. O forse sì, lo so. Comunque devo pensarci e magari tornare a scriverne].

°

Lei, signora, sarà l'una o l'altra!
Nossignori. Per me, io sono colei che mi si crede.

da Così è, se vi pare

30 agosto 2007

"Spigolando" tra le letture odierne:

Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
Le mie gioie furono semplici
semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei...

Sergio Corazzini
da Desolazione di un povero poeta sentimentale

°

L'aurora sbocciava potente con l'arroganza della sua eternità...

Silvana Grasso
da La pupa di zucchero

°

Il tempo è ciò che ieri udimmo digrignare...
Il vento alle spalle, - recita una quartina -
io m'addentro alla morte
nel grande aliseo -
e per questo ora vivo.

Paul Celan
da Sotto il tiro di presagi

°

Il fatto è, osserva Zeno, che la vita è una malattia
che a differenza delle altre malattie è sempre mortale.

Sergio Givone
da Dire le emozioni.
La costruzione dell'interiorità nel romanzo moderno


°

La vita è una malattia mortale che si trasmette per via sessuale.

Emile M. Cioran
da L'inconveniente di essere nati

°

...aprire il libro in modo che inviti come una tavola apparecchiata...

Andrea Vitali
da L'aria del lago

29 agosto 2007

Di Peter Gay (che ho già avuto modo di apprezzare come biografo di Freud) ho letto ieri l'ottimo volume Il secolo inquieto. La formazione della cultura borghese (1815-1914), che ripercorre la storia dell'Ottocento attraverso la figura di Arthur Schnitzler. La personalità, gli amori, le opere dello scrittore viennese (che proprio il padre della psicoanalisi considerava un suo "gemello" letterario) servono all'autore come filo conduttore (non "archetipo", ma "testimone") per rispecchiare quello che alcuni (in special modo gli europei continentali) valutano essere stato appunto un secolo "inquieto" e altri (quelli insulari, protagonisti e testimoni dell'età vittoriana) praticamente il suo esatto contrario.
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28 agosto 2007

Leggere i classici, l'ho scritto più volte, è a mio parere il farmaco più efficace per sopravvivere alla durezza della vita. Quando si è al buio, finite le speranze, sovrastati da pericoli e angosce, l'educazione sentimentale e morale dei testi classici offre prospettiva, speranza, forza.
Leggere, per esempio, i romanzi dell'Ottocento francese da ragazzi, può servire come esperienza vicaria della vita. L'adolescente che affronti Balzac forse non s'è ancora innamorato, senz'altro non ha ancora conosciuto la perfidia, la meschinità, le nequizie che popolano la vita, ma le vede riprodotte, in forma per così dire "bonsai", nei testi. Quando poi le sperimenterà davvero, nel bene e nel male dell'esistenza, potrà raffigurare il confronto, e lo farà in maniera più solida di chi non ha avuto modo di leggere questi capolavori. Ho già citato in passato (e continuerò a farlo in futuro) Il colonnello Chabert di Honoré de Balzac (ottima anche la versione cinematografica con un gigantesco - in tutti sensi - Gérard Depardieu nei panni del protagonista).

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27 agosto 2007

Le frange perlate delle tendine cadevano a piombo quando il treno si fermava, e si spostavano, man mano più oblique, con l'accelerare della corsa. Le ruote le rombavano nelle orecchie:
Man-hattan-Tran-sfer... Man-hattan-Tran-sfer...

Treno significa gente in transito da non si sa dove a non si sa come:
né, in fondo, importa molto saperlo.

Il fiume era calmo, lucido come l'acciaio brunito delle canne da fucile.
Poco importa dove vado. Non so più dove andare.

E allora, dove vai?
Non saprei.
Comunque lontano...

John Dos Passos
da Manhattan Transfer

26 agosto 2007

Le mai troppo lodate edizioni BUR hanno da un po' di tempo messo a disposizione di tutti i Frammenti dell'opera poetica di Solone, che ho avidamente letto in questa afosa giornata di fine agosto. Uomo politico dell'Atene fra il VII e il VI secolo a.C., Solone governò, con la carica di arconte, per due anni (594-3) prodigandosi nel rinnovare le leggi e operando soprattutto in direzione di una riperequazione degli squilibri sociali. La sua saggezza rimase proverbiale e sfumò nel leggendario profilo dell'eroe culturale, tanto che non solo fu iscritto nel novero dei "Sette Sapienti" ma fu addirittura la sua personalità a determinare i tratti paradigmatici di questa sorta di canone e gotha di intellettuali esemplari.
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25 agosto 2007


I giorni peggiori non sono quelli in cui si crede di non riuscire più a scrivere,
bensì quelli in cui ci si chiede se valga veramente la pena di farlo.

Francis Scott Fitzgerald
Troppo carina per dirlo a parole
Racconti dispersi
Volume IV

24 agosto 2007

Chi crede di avere una stanza,
una sicura dimora, una stabile residenza,
non vede su quale carro di nomadi e carovana,
in che scia di presenze, in quale flusso
in quale leggero e rapido transito
scorre...


...tra mosse di viventi e smottamenti
tra getto di speranza e inesorabile
abbandono seguo le tracce dell'ignoto
che non si esprime,
se non in qualche tenue
lontanissimo coro.

Cesare Viviani
Passanti

23 agosto 2007


Una specie di deserto è in fondo quello che copre una distanza materialmente modica, eppure immensa - se è misurarla è la nostalgia.

°

Avremo lontananze capovolte
specchi che resero immagini rubate
fiori usciti da mura ad adorarti.
Saremo un solo affanno un solo oblìo.

Andrea Zanzotto
da IX Ecloghe
ora in "Le poesie e prose scelte"

°


Stop crying your heart out

(trad.)

22 agosto 2007

Alla fine è solo un attimo.
Il tempo di sfiorare, senza quasi pensarci, una cicatrice.
Ma amare le proprie cicatrici, e quelle che la Storia ha inferto all'umanità, significa cercare di interrogarsi anche sulle ferite che le hanno precedute. Un compito che la specie umana sembra non voler più assolvere, occupata com'è a migrare verso orizzonti più semplici.
Ma non si può guarire senza prima sapere di cosa ci siamo ammalati.
Questo è impensabile.

20 agosto 2007

Volevo mostrare che le parole spesso capiscono se stesse
meglio di quelli da cui vengono pronunciate.

Friedrich Schlegel
Frammenti critici e poetici

°

Le parole capiscono se stesse meglio di chi le usa perché il parlante, per quanto colto, è sempre più innocente di loro: la vita di una parola è di solito infinitamente più lunga di quella di qualsiasi individuo. Molti filosofi del XX secolo hanno trattato il problema della conoscenza come se fosse un problema prettamente linguistico; personalmente credo invece che esso non sia né filosofico né linguistico, ma unicamente esistenziale.

°


Qntal
Von den Elben

19 agosto 2007

Il mondo di ieri di Stefan Zweig compendia gli orrori e le memorie del '900. Descrive il maestoso congedo di un'epoca, sotto i colpi di due guerre mondiali e due totalitarismi. Zweig, inconsciamente conservatore, tratteggia l'avvento di un'età pervasa di fanatismo e di giovanilismo che volta le spalle alla tradizione. Pur annunciando una catastrofe, il testo di Zweig (assieme a quelli magistrali di Roth, Lernet-Holenia e Kraus) conserva l'aura serena di un caffè viennese: è difficile pensare che dopo aver scritto quel libro e prima che fosse pubblicato, lo scrittore austriaco, assieme a sua moglie, si sia tolto la vita nel tragico inverno di 65 anni fa. Di quel tramonto Zweig fu testimone e vittima, consegnò la sua vita al mondo di ieri, rifiutando categoricamente il passaporto per quello di domani.
Non aveva tutti i torti (visto ciò che accadde), non aveva tutte le ragioni (visto come andò a finire). Ma questo càpita, soprattutto quando non si hanno più speranze. E' allora che nel giardino dell'anima sbocciano solo le paure; "fiori" che portano sempre con sé - inevitabilmente - il profumo della disperazione.

18 agosto 2007

Ancora sulla memoria, sempre per la memoria.

Non avere più memoria è stare in un mondo in cui non potremmo riconoscerci, nel quale dovremmo far riferimento unicamente al nostro presente, annientarci in esso. Così facendo apparteremmo a un tempo impossibile da individuare, saremmo nel mondo dimenticato, nell'eterna, immutabile notte della morte di Catullo.
Ci sono libri che legano vita e memoria, verso il grande approdo della ricerca del tempo perduto. Non parlo solo dei libri che per primi vengono alla mente, quelli profondi, inalienabili dal contesto letterario più alto; ce ne sono altri, tanti, che guardando attraverso uno squarcio di luce, ci aiutano a pensare che il passato potrà prima o poi ritornare, non in una semplice immagine, diafana e impalpabile (la famosa "fantasima" di cui parlava Sibilla in Una donna), ma in carne e ossa. Il che, a pensarci bene, è molto più della illogica (sia pure affascinante) resurrezione della carne.
Nel dire questo penso a La miglior vita, di Fulvio Tomizza, ma anche a L'invenzione della solitudine di Paul Auster (e mi fermo qui, perché l'elenco sarebbe lunghissimo. Questi - chissà per quale motivo - sono i primi due che sono riemersi dalla... memoria).

[Che poi a me non fa mica tanto piacere pensare che potrebbe dipendere tutto soltanto da un enzima, anche se mi inchino davanti alla scienza, come sempre.]

17 agosto 2007

Il sonno della memoria genera mostri: ce lo insegna Eschilo nell'Orestea. All'inizio l'eroe non ha requie. E' incalzato dalle Erinni, per aver ucciso la madre. Condannato all'insonnia dallo spirito-vendetta, Oreste è infine assolto dal Tribunale ateniese. Ma le Erinni non scompaiono: tramutate in dee benigne, il loro posto è nel cuore della città. Qui dovranno vegliare su di essa, preservando la memoria di tutti i misfatti umani.

Chi non sperimentò la loro collera, ignora
da dove provengano le ferite che affliggono l'esistenza.

Sarebbe davvero bello che l'insonnia vendicatrice fosse definitivamente sostituita dalla calma, filosoficamente vigile, dell'uomo libero.

16 agosto 2007

Amore sempre fiorisce
prima del conoscere, in un buio tremore.

E il rammarico non apre questa porta chiusa,
fa misera la lotta, tradisce solitudine.
L'odore disfatto in scirocco soffoca le sere;
e non c'è onore, né calma, né tregua.

Prendi il nero del silenzio, tanto parlare
disinvoglia la nuca, in sé pupilla, palato
di cane, oppure pensa le notti che risbuca
nel gelo il firmamento dei gatti, amore.

Prendi l'alito dell'ansimo nero, così dolce
in punta di lingua, fumo di mosto s'arrotola
sulla fronte, mescola l'osceno e l'assurdo,
cambia di posto, e sia come non detto, amore.

Prendi il volo nero, valica l'altra tua vita,
voltano il fianco i terrori, non gridano più.
Un sorso d'alba, è splendido ora
questo barbaglio stanco, amore.

Alfredo Giuliani
da Predilezioni
in "Povera Juliet e altre poesie"
Feltrinelli, 1965

°

14 agosto 2007

Si scrive quando la gioia o il desiderio di vivere non basta: è allora che ci si rifugia in quella stanza separata, in cui leggere un testo significa identificarne la patologia. Si scrive quando e perché si è malati, è allora che l'opera letteraria si rivela, attraverso il suo malessere, e le infezioni che l'hanno provocata, in un procedimento vivisettorio che denuda o libera le infinite variabili forme della realtà. Si scrive per pensare, si scrive per capire, si scrive - fondamentalmente - per vivere.

Cesare Garboli
Pianura proibita


°

Dov'è la memoria dei giorni
che furono tuoi sulla terra e intrecciarono
gioia e dolore e furono per te l'universo?

Il fiume numerabile degli anni
li ha dispersi; sei una parola in un indice.

Dettero ad altri gloria senza fine gli dèi,
iscrizioni ed eserghi, monumenti e diligenti storici;
di te sappiamo solo, oscuro amico,
che una sera udisti l'usignolo.

Tra gli asfodeli dell'ombra, l'ombra tua vana
penserà che gli dèi son stati avari.

Ma i giorni sono una rete di comuni miserie,
e c'è sorte migliore della cenere
di cui è fatto l'oblio?

Su altri gettarono gli dei
l'inesorabile luce della gloria, che guarda
nell'intimo ed enumera ogni crepa,
della gloria, che finisce col far avvizzire la rosa che venera;
con te, fratello, furono pietosi.

Nell'estasi d'una sera che non sarà mai notte,
tu odi la voce dell'usignolo di Teocrito.

Jorge Luis Borges
A un poeta minore dell'antologia
L'altro, lo stesso


13 agosto 2007

Ursula Riggs è la "bruttona anarchica" che non sbaglia mai un canestro, salvo farlo proprio nel giorno della partita decisiva. Conosce di vista Matthew Donaghy, un compagno di scuola affascinante e un po' spavaldo che - si scoprirà poi - nasconde tratti non comuni di sensibilità e di fine ironia. Forse è per questo che sogna un futuro da sceneggiatore e freme per il suo testo in lizza per il Festival di Primavera. "Vuoi che tiri una bomba nella scuola, che faccia un massacro?" replica all'amico che gli chiede cosa farà se lo scarteranno. La battuta è fraintesa da orecchie di passaggio: scattano la denuncia e l'inchiesta, e i giorni di sospensione, poi revocati. Però intanto Matt è segnato a dito, schivato dagli amici e bersagliato dalle ciniche amplificazioni dei media (vanno così per la maggiore al giorno d'oggi) che ne tracciano persino un ritratto di "terrorista psicotico" (e anche questo va così tanto di moda...). A questo punto Matt precipita, sta per toccare il fondo quando, inaspettatamente, trova la mano di Ursula, che sfida il mondo facendo la cosa apparentemente più semplice per un essere umano: credere, da persona, in un'altra persona (proprio quando questo è diventato così inusuale). Così Bruttona & Lingua Lunga (Big Mouth and Ugly Girl) diventa una vibrante, corrosiva denuncia dell'ipocrisia perbenista e della omologante codardia con cui troppo sovente l'universo degli adulti imbavaglia l'entusiasmo e gli slanci vitalizzanti degli adolescenti. Ma la storia dell'ispirata e coinvolgente Joyce Carol Oates è anche un teso romanzo di formazione, dove la rilucente forza dei sentimenti prevale su tante emozioni di cartapesta mutuate dal falso mondo televisivo, pronto a creare comportamenti in "copia conforme" ma assolutamente inadeguato a gestire realtà di fatto, oggettive e cogenti.
E' questo un libro indirizzato ai ragazzi ma plausibilmente finalizzato all'educazione degli adulti.

°

Con tutto il rispetto per i buddhisti che mi leggono (e so per certo che ce ne sono), sono fermamente convinta sia possibile raggiungere il nirvāņa anche solo ascoltando una voce così...


If I ain't got you

°

Nel tuo emblema mi sono battezzata
con versi che non passano. Accaniti
discuteranno un giorno i paleografi
su un nome ignoto alle liste dei re...

Ti amavo prima d'incontrarti
il resto
sia preda un giorno degli archeologi...

Non ti amerò di più, non ti amerò di meno,
sono lassù una luna senza quarti.
Il lume splende intatto nel sereno,
non ti amerò di meno, non ti amerò di più.

Maria Luisa Spaziani
La traversata dell'oasi

12 agosto 2007

Alcesti, donna sublime.
Con il suo mito l'amore tocca la vetta irreversibile della grandiosità.
Alcesti sacrifica la propria vita per salvare quella dell'amato.
Dopo Euripide, solcando i secoli e cambiando prospettiva, il mito ha sollecitato altre scritture: di Alberto Savinio, per esempio, che lo ha reinventato con le atrocità della persecuzione razziale, e poi di Giovanni Raboni - senz'altro il mio preferito - che sembra ricondurre la vicenda allla pura nudità del nocciolo sacrificale.
Alcesti o La recita dell'esilio muove da uno scenario di imprecisata e - al tempo stesso - allarmante guerra civile. Tre personaggi fuggono da qualcosa. Sono un uomo, suo figlio e la moglie di quest'ultimo. Braccati, hanno trovato rifugio in un teatro, dove la donna, attrice, una volta ha recitato nell'Alcesti. Lì passeranno la notte aspettando di imbarcarsi verso la salvezza. Ma il traghettatore li avverte: i piani sono cambiati, c'è posto soltanto per due. Fra i tre fuggitivi si apre fitto un dibattito su chi dovrà restare a terra. Il dibattito, che costituisce il nucleo forte del dramma, non indica alcuno sbocco: ciascuno è legato al proprio pezzetto di vita, e se per caso si profila una soluzione questa appare a tutti sempre inaccettabile. Il nodo si scioglie alla fine nel modo suggerito dal mito: la donna si eclissa, fa perdere le proprie tracce, decide lei per tutti. Ma lascia al suo posto un enigma, una sorta di ombra misteriosa che sembra dire: la storia non finisce qui.
Scritto in versi liberi di lunghezza diversa, in modo da riprodurre il parlato corrente, l'Alcesti di Raboni simula un dramma politico per sondare, con pietosa lucidità, l'intreccio complesso, e talvolta agghiacciante delle passioni, per le quali l'uomo, nonostante ogni sforzo, non ha trovato ancora la benché minima cura.
Ammesso che esista.

Io ci tengo
ancora, ci tengo forse di più,

ci tengo forsennatamente
a quel po' d'albe e di tramonti
che, chissà, potrei ancora vedere...

11 agosto 2007

Quando non cerco che la quiete e i giorni e gli anni fluiscono secondo il loro corso in anse strette e rive di piccola felicità quotidiane, all'improvviso al mio risveglio solitario, in una mattina qualsiasi, uguale e parente delle altre, mi invade, mi sovrasta una domanda: "E' la tua vita di donna?".

Questo è l'incipit de L'amore offeso una fra le più eccellenti prove narrative di Edith Bruck.
Lei, lui, l'altra in una grande romanzo d'amore.
Un triangolo impossibile e soprattutto la storia di una donna che, arpionata dal dolore, si perde nell'onda lunga della sofferenza. Nel mezzo, una deportazione, lo sradicamento, la maternità mancata. Fino ad una solitudine strenua e immedicata.
Un'opera asciutta e necessaria, struggente, rapida da leggere e impossibile da dimenticare.

Per un attimo mi illudo che basti leggere ciò che gli anni hanno inciso sul volto dell'uomo amato, che il mio cammino, l'inciampo del mio cuore, siano tra i suoi solchi profondi, ma mi accorgo subito che la strada a ritroso è solo mia....

°


Who wants to live forever

10 agosto 2007


Il tempo sembra essere il movimento della sfera, perché è questo movimento che misura gli altri movimenti e misura anche il tempo. Il tempo sembra essere dunque una specie di cerchio, per cui dire che le cose generate costituiscono un cerchio, è dire che vi è un cerchio del tempo.

Aristotele
Problemi
XVII, 3 916a

°

Da dove infatti gli esseri hanno origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l'un l'altro la pena e l'espiazione dell'ingiustizia secondo l'ordine del tempo.

Anassimandro
fr B1
in I presocratici

°

Che cosa significa "il nostro tempo"? In primo luogo "il nostro tempo" significa una certa sospensione del tempo, del tempo concepito come qualcosa che trascorre e fugge continuamente. Un puro trascorrere, infatti, non potrebbe essere "nostro". L'appropriazione che il termine "nostro" rivela indica qualcosa come un'immobilizzazione o, meglio ancora, significa che qualcosa del tempo - pur senza far cessare il tempo e senza cessare di essere tempo, insomma qualche temporalità in quanto temporalità - diventa come un certo spazio e, come un certo campo che potrebbe essere nostro dominio secondo una modalità molto strana e misteriosa della proprietà. Non è che noi dominiamo questo tempo (e, in effetti, quanto poco lo dominiamo!), ma è che il tempo si presenta a noi come questa spazialità o questa "spaziosità" di una certa sospensione.
Questa non è altro che l'epoca, cioè quell'epoché che in greco significa appunto "sospensione".

Jean-Luc Nancy
La comunità inoperosa

09 agosto 2007


In generale sono una che si tiene defilata dalle cose che ama. Amerei una vita piena di meraviglie e invece mi batto perché non accada niente, mi piace tantissimo viaggiare e non faccio un vero viaggio da anni. Perfino con la scrittura è così: quando sento che sta per arrivare una frase bella, smetto di scrivere. Tiro il freno. Le cose me le devo strappare dalle mani dopo essermi distratta, come si fa coi bambini...

08 agosto 2007


Attraversare il tempo. Un esercizio che ricorda la passeggiata dell'equilibrista su una corda. Un'esperienza che agli altri mortali può senz'altro provocare le vertigini e che Paolo Lagazzi affronta invece con cura e maestrìa in Vertigo, l'ansia moderna del tempo dove, in particolare, rende molto chiaro il meccanismo compositivo e narrativo di tre capolavori: Lord Jim di Conrad, La donna che visse due volte (Vertigo) di Hitchcock e Il commesso di Malamud.
Tre meditazioni "sui modi di sentire, di vivere e di esprimere il tempo nella modernità", fino ad arrivare a una conclusione che faccio mia perché la perseguo da tempo:

Tutto ciò che dobbiamo imparare per salvare in noi la fede nel tempo è solo, forse, l'arte di attendere.

°


Riccardo Veno

L'attesa
da "Il silenzio di Orfeo"

06 agosto 2007


Le scene della nostra vita somigliano alle immagini di un mosaico grossolano, che da vicino non fanno effetto, e, per trovarle belle, bisogna esserne lontani. Perciò, raggiungere qualcosa di desiderato vuol dire rendersi conto che è qualche cosa di vano, e che viviamo sempre attendendo il meglio, spesso rimpangendo, al tempo stesso, il passato.
Il presente, invece, viene accettato sul momento così com'è e stimato nullo, come una via verso la meta. Perciò la maggior parte delle persone, se alla fine guarderanno indietro, troveranno di aver vissuto per tutta la vita ad interim, e si meraviglieranno di vedere che proprio ciò che hanno lasciato passare senza considerarlo e senza goderlo è stato la loro vita, cioè proprio quello nell'attesa del quale hanno vissuto. E così infatti è di regola il corso della vita umana: l'uomo preso in giro dalla speranza, finisce a passo di danza tra le braccia della morte.

Arthur Schopenhauer
da Pensieri diversi, ma ordinati sistematicamente su argomenti di vario genere
11. Aggiunte alla dottrina della nullità dell'esistenza, 145

in Parerga e paralipomena

°

Non siamo più soli ad aspettare la notte, ad aspettare Godot, ad aspettare... ad aspettare.
Per tutta la serata abbiamo lottato senza aiuto.
Ora è finito.
Siamo già a domani.

Vladimiro a Estragone
in Aspettando Godot
di Samuel Beckett


05 agosto 2007


Notate che nei pazzi più malinconici e disperati è naturale e frequente un riso stupido e vuoto, che non viene da più lontano delle labbra. Vi prenderanno per la mano con uno sguardo profondissimo, e nel lasciarvi vi diranno addio con un sorriso che parrà più disperato e più pazzo della stessa disperazione e pazzia. Cosa che è notabile anche nei savi ridotti alla disperazione, e soprattutto dopo aver concepito una risoluzione estrema, che li fa riposare appunto in questa estremità d'orrore, e li placa, come già sicuri della vendetta sopra la fortuna e se stessi (1)

Che se d'affetti
orba la vita, e di gentili errori,
è notte senza stelle a mezzo il verno,
già del fato mortale a me bastante
e conforto e vendetta è che su l'erba
qui neghittoso immobile giacendo,
il mar la terra e il ciel miro e sorrido. (2)

Ridendo dei nostri mali, trovo qualche conforto; e procuro recarne altrui nello stesso modo. Se questo non mi vien fatto, tengo pure fermo che il ridere dei nostri mali sia l'unico profitto che se ne possa cavare, e l'unico rimedio che vi si trovi. Dicono i poeti che la disperazione ha sempre nella bocca un sorriso. Non dovete pensare che io non compatisca l'infelicità umana. Ma non potendovisi riparare con nessuna forza, nessuna arte, nessuna industria, nessun patto; stimo assai più degno dell'uomo, e di una disperazione magnanima, il ridere dei mali comuni; che il mettermene a sospirare, lagrimare e stridere insieme cogli altri, o incitandoli a fare altrettanto. (3)

Terribile ed awful è la potenza del riso; chi ha il coraggio di ridere è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire. (4)

E se periglio appar, con un sorriso
le sue minacce a contemplar m'affiso. (5)

Giacomo Leopardi


_____________________________________________________
(1) Zibaldone, 188, 26 luglio 1820
(2) Canti, Aspasia, vv. 106-112
(3) Operette Morali, Dialogo di Timandro e di Eleandro
(4) Zibaldone, 4391, 23 settembre 1828 - anche in Pensieri, LXXVIII
(5) Canti, Il pensiero dominante, vv. 51-52


04 agosto 2007


Gli dèi sono saggi e immergono nella notte
più profonda gli eventi del domani
e ridono se un mortale fugge ansioso
dove non potrà mai fuggire. Non dimenticare

che è signore di sé e felice
solo chi può dire ogni giorno: "Ecco, ho vissuto".
Domani salirà al cielo
nel buio delle nubi o nel sereno,

e non sarà mai sterile.
Nulla di ciò che resta dietro di lui
si dilapiderà; non verrà reso vano
ciò che ha portato con sé nell'ora fuggitiva.

Per quel che mi riguarda non mi umilierò nella preghiera
e se la mia vela urla alla tempesta,
non pattuirò voti con gli dèi.

Quinto Orazio Flacco
dal libro III, c. 29
dei Carmina

03 agosto 2007


Il segreto che sta nelle radici, nel tronco di quell'albero non sai a chi svelarlo, è vuota la tua casa, il richiamo si perde per le stanze. Avanzi in corridoi d'ombre, ti giri e scorgi le tue orme. Una polvere cade sopra gli occhi, un sonno nell'assenza. Il fumo dello zolfo serva alla tua coscienza. Ora la calma t'aiuti a ritrovare il nome tuo d'un tempo, il punto di partenza.

In my beginning is my end.

Vincenzo Consolo
Lo spasimo di Palermo

02 agosto 2007


In quanto figlio di Pòros (l'Espediente) e di Penìa (la Povertà) l'Amore è sempre povero, e ben lungi dall'essere comodo e bello, come crede la gente; piuttosto è ruvido e irsuto e scalzo e senza asilo. Si sdraia sempre per terra, senza coperte, dorme a cielo aperto davanti alle porte e sulle strade, e possiede dunque la natura della madre, convivendo spesso con l'indigenza. Secondo la natura del padre, invece, ordisce tranelli contro tutto ciò che è equilibrato. E' anche molto coraggioso e si getta a capofitto nelle cose, con veemenza. E' un mirabile cacciatore e intreccia sempre molte astuzie, è desideroso di saggezza e insieme ricco di risorse, passa tutta la vita ad amare la sapienza, è un terribile mago, uno stregone, un sofista, e la sua natura non è né di un immortale né di un mortale: in una stessa giornata, piuttosto, ora è in fiore e vive (quando trova una buona via), ora invece muore, ma ritorna di nuovo alla vita grazie alla natura di suo padre. Ciò che si è procurato, peraltro, a poco a poco si disperde, cosicché l'Amore non è mai né sprovvisto di mezzi, né ricco; allo stesso modo ama stare in mezzo fra la sapienza e l'ignoranza...

Platone
Simposio
203c e ss.

°

>>> Lettera d'amore <<<

01 agosto 2007


Quello che chiamiamo il nostro destino è in realtà il nostro carattere, e il carattere può essere cambiato. La consapevolezza che siamo responsabili delle nostre azioni e dei nostri atteggiamenti non è necessariamente scoraggiante, perché significa anche che siamo liberi di cambiare il nostro destino. Non occorre che siamo schiavi del passato, che ha dato forma ai nostri sentimenti, né di una razza, né di un'eredità, o di un ambiente. Tutto questo può essere cambiato, se abbiamo il coraggio di esaminare come ci ha formato. Possiamo alterare la chimica, a patto che abbiamo il coraggio di isolare gli elementi.

Anaïs Nin
dal Diario, I vol.
Luglio, 1932

°

Le cose non prevalgono su colui che sa immettere in esse una volontà: i casi stessi finiscono per organizzarsi secondo i nostri bisogni più intimi. Sono spesso sorpreso nel vedere quanto poco può l'estremo sfavore del destino contro la nostra volontà. O piuttosto: io mi dico che la volontà deve essere veramente destino per aver sempre di nuovo ragione anche contro di esso, hypèr móron.

Friedrich Nietzsche
dai Frammenti postumi, 1887-1888