akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

28 giugno 2007

...Lontano sei e nessuno più
rammenta il tuo nome
e dovunque io vada sento
gelido e cupo solo il vuoto

comincio a convincermi del fatto
che tu sia stato solo un sogno
nato dal desiderio della mia mente.

A questo sogno ho dato nome e vita
e poi, da ultimo, il tuo aspetto...

Karen Blixen
da Blixeniana, ed. Andersen & Larson, 1978


27 giugno 2007

Passioni perdute perché riconosciute e comprese troppo tardi. Spesso nella vita tutto si gioca in pochi attimi, il destino si compie attraverso accelerazioni imprevedibili. E ci ritroviamo a riconoscere il valore decisivo di un gesto apparentemente banale molti anni dopo...
La passione è il desiderio o la capacità o il bisogno di essere totalmente fedeli a qualcosa: un amore, una vocazione, un progetto.
La passione è forse nient'altro che una forma di resistenza.

Romolo Bugaro - Il labirinto delle passioni perdute

Scale
che non portano da nessuna parte
scale
che salgono soltanto per scendere
è difficile orientarsi
nei dintorni del nulla.

Luciano Erba da Remi in barca
Cerca il mio nome nelle antologie.
Lo troverai e non lo troverai.
Cerca il mio nome nelle enciclopedie.
Lo troverai e non lo troverai.
Che importa. Ho mai avuto un nome?
Non cercare nemmeno, alla mia morte,
il nome mio nei cimiteri
né altrove.
Cessa di tormentare, oggi,
chi non può rispondere al tuo appello.

Edmond Jabes da Il libro dei margini, ed. Sansoni, 1986
Traduzione di Roberto Carifi

26 giugno 2007

La Dama dell'ermellino, attribuita a El Greco, mi ha attratto per anni. Non mi interessava risolvere l'enigma del dipinto. Al contrario. Desideravo che quella donna, dagli occhi e le labbra atteggiati al sarcasmo e alla sensualità, conservasse anche in me il suo mistero.
Chi fu? L'ebrea Jerónima de las Cuevas, l'amante del pittore, la madre di suo figlio Jorge Manuel? A conferma dell'ipotesi, Waterhouse lesse, nell'anello che essa porta, la lettera iniziale del nome. Ma quel segno non è che una lumeggiatura. Si è pensato anche, poco attendibilmente, alla principessa Catalina Micaela, figlia di Filippo II, o a una dama di famiglia reale. L'attrazione che provavo, tuttavia, andava ben oltre le congetture biografiche; nasceva dai molti volti spirituali che il segreto della visione mi suggeriva.
Mi recai più volte a Toledo, nella casa dove si presume che El Greco abbia vissuto con la sconosciuta, costruita nella Calle dedicata a Samuel Levi, tesoriere del rè Pietro il Crudele. Percorrevo le stanze, soffermandomi di fronte al bastidor, il telaio di legno, o al letto del pittore. La coperta rossa arrivava fino a terra e, sulla testiera, un'icona bizantina mostrava la Madonna del perpetuo soccorso. Il letto non aveva spazio che per un solo corpo.
Dove dormiva la Dama dell'ermellino, se era davvero Jerónima de las Cuevas?
Dalle finestre, il sole tagliava discretamente l'ombra di cui El Greco amava circondarsi, sostenendo che mentre la luce del giorno impediva la sua concentrazione, essa consolava, in lui e nelle cose, lo sgomento di essere senza infinito. Benché non ne apparisse traccia, ad eccezione del bastidor, era appunto nella penombra che la presenza della sconosciuta sembrava prendere corpo: dalle pareti, dagli specchi, soprattutto dal nulla. E come se, dal fondo dei corridoi, avanzassero i musici che il pittore stipendiava affinchè stimolassero il suo lavoro, ecco che un suono ne evocava l'ambiguità e la bellezza.
Rimanevo in ascolto. Più venivo turbato dalla suggestione del vuoto, più fissavo con intensità di fronte a me: allora, lo sguardo misterioso cercava il mio, il sorriso acquistava malizia e le dita affusolate stringevano il collo d'ermellino con un'ansia di contatto.
Mi chiedevo: "Cosa sto cercando di capire?".
Con la stessa domanda senza risposta, mi aggiravo per Toledo. Esploravo la zona del Trànsito, dove sorge la Sinagoga, la Puerta del Sol e le Mura Moresche. Ora, il volto lo avvistavo in alto e, a terra, un uomo teneva il capo della funicella con cui regolava, quasi fosse un aquilone, il volo del dipinto sulle strade scoscese tra le torri. L'uomo, che mi precedeva nel biancore della città, indossando un mantello dal bavero alzato, era El Greco.
Cosa provavo per la visione che, se nella casa dell'artista mi teneva soggiogato, fuori mi trascinava negli itinerari del suo capriccio?
Un giorno capii. Io mi immedesimavo nel desiderio stesso che aveva condotto la mano del Greco a dipingere la sconosciuta; il desiderio — intendo — che la figura continuasse, nel tempo, a sollecitare la curiosità di chi, senza esito, cercava di identificarla. La Dama dell'ermellino rappresentava un emblema della Curiosità. Dopo averla esaudita per sé, e intensamente vissuta amando la donna, chiunque essa fosse, il pittore l'aveva fissata sulla tela in modo che nessun altro potesse soddisfarla se non con suggestioni e ipotesi.
Poche volte un curioso è riuscito a tanto; ossia a lasciare nei secoli, chiusa in un enigma, la propria arte di risolvere enigmi.

Alberto Bevilacqua da Il curioso delle donne
Felice Casorati - L'attesa (1921)E' l'illusione della verità, tanto angosciosamente quanto vanamente cercata, a rendere grande ai miei occhi l'Arte e chi la pratica.

°

[Continuo ad interrogarmi "implicitamente" - e le virgolette sono necessarie perché un interrogativo implicito non è ancora una domanda compiuta . E' una differenza che può sembrare impercettibile, e che invece non lo è...].

°

...ed improvvisamente ti accorgi che il silenzio ha il volto delle cose che hai perduto¹...

°

Claudel assegnava al poeta le attitudini dell'ape, tanto che - secondo lui - egli possiede le sentiment de la fleur et celui de l'hexagone.

°

La vita che si rompe nei travasi / secreti a te ho legata: / quella che si dibatte in sé e par quasi / non ti sappia, presenza soffocata.
[Eugenio Montale da Delta in Ossi di Seppia]

_____
¹ video

25 giugno 2007

Ho terminato di leggere appena adesso Fantasmi romani di Luigi Malerba. Un grande romanzo, fatto d'inganni. La realtà si trasfigura continuamente nello specchio della finzione, ciò che si vorrebbe che fosse prende a poco a poco il posto di ciò che realmente è o dovrebbe essere. La crudeltà è sottile, al limite del subliminale, ma si finisce per percepirla tutta, quasi soffrendone al di là di ciò che la finzione richiederebbe.
Come si faccia, a ottant'anni, a scrivere un romanzo così "fresco" e attuale è per me un mistero. Ma la letteratura mi ha abituata a sorprese ben maggiori. E allora, avanti, chiusa l'ultima pagina riparto subito dalla prima, per la consueta ri-lettura.

°

In qualche misura il rapporto matrimoniale, anche nei casi più felici, contempla la presenza del compromesso, vale a dire di una quota di ipocrisia. Non trovo che questo sia scandaloso dal momento che l'ipocrisia entra in tutti i rapporti civili fra gli umani, ma anche in misura clamorosa nei rapporti sociali o politici. Da parte mia non si tratta di fare l'elogio dell'ipocrisia, ma di constatarne la presenza nel mondo.

Luigi Malerba - Fantasmi romani
Edmond Aman-Jean - Ritratto di Thadéee Caroline Jacquet (1892)Eugénie aveva trent'anni e della vita non aveva ancora gustato una sola dolcezza... Il suo primo e unico amore non le aveva lasciato che una profonda malinconia. In quei baci furtivi il suo cuore si era concesso sinceramente (e per sempre) a quel ragazzo che poi era partito per terre tanto lontane...
Ora non le restava che inseguire sogni di felicità, ma questo le consumava le forze impedendole di rinnovarle, mentre invece l'anima - così come il fisico - ha bisogno di espirazione e respirazione, e cioè di un'altra anima che accolga i nostri sentimenti e, dopo averli assimilati, ce li restituisca ancora più rigogliosi.

Honoré de Balzac da Eugénie Grandet

°

Un romanzo non si può giudicare come si giudicano le persone. Un romanzo è un romanzo e in ogni romanzo c'è un mondo a parte.

Lidia Ravera (che ora ha il suo >>>blog)

24 giugno 2007

404. Sono convinta che la vera essenza dell'uomo sia da ricercare nella rinascita, non nella nascita. Perché un essere umano è reale (e "concreto") solo se, prima di ciò che è, "è stato". Si tratta di una "concretezza temporale" imprescindibile. Non può esserci "vita", se non c'è "esistenza".
Il lato "biologico" non mi interessa (non riuscirei nemmeno a farmi venire un po' di voglia di distinguere al microscopio uno dei gameti da un anterozoide o da un'oosfera, mi parrebbe del tutto tempo perso...), così come - da questo punto di vista - non mi alletta nemmeno il piano bioetico (che lascio volentieri a chi possiede una "vocazione" speculativa). A me piace invece l'aspetto "sostanziale" (laddove la parola "sostanza" per fortuna ha ancora un suo valore etimologico pregnante, nel senso che sotto sotto deve esserci sempre "qualcosa", cioè un "soggetto"). "Ri-nascere" quindi vuol dire "ri-conoscersi". Prima di ciò che sono, io sono stata. Dall'incontro con la me stessa di allora esce, giorno per giorno, quella che sono adesso; su queste basi posso costruire le fondamenta di quella che sarò in futuro: scegliendo tra il nulla e la ri-nascita, tra la "concretezza" attiva di un'esistenza scelta e quella passiva e inapparente di una nascita solo subìta.

°

...E' un'immagine nostra / stravolta, non giunta / alla luce. E d'oblio / solo un'azzurra vena abbandona / tra due epoche morte dentro noi.

Vittorio Sereni da Diario d'Algeria
La filosofia va studiata non per amore delle risposte precise alle domande che essa pone, ma piuttosto per amore delle domande stesse; perché esse ampliano la nostra concezione di ciò che è possibile, arricchiscono la nostra immaginazione e intaccano l'arroganza dogmatica che preclude alla mente la speculazione.

Bertrand Russell dai Saggi scettici

23 giugno 2007




Le cose più difficili da raccontare sono quelle che noi stessi non riusciamo a capire.

Elena Ferrante da La figlia oscura
Si trattava della tipica domanda che pongono pudicamente le ragazze e lui si vergognò di se stesso nel giudicarla oltremodo puerile. Senza dubbio May si limitava a ripetere ciò che le veniva detto; ma aveva quasi ventidue anni e lui si domandava a quale età le donne "costumate" cominciavano a ragionare con la propria testa.
"Mai, credo, se non glielo consentiamo", rifletté ricordando il suo scatto insensato con il signor Sillerton Jackson: "Bisogna che le donne siano libere quanto lo siamo noi...".
Presto sarebbe stato suo compito togliere la benda dagli occhi di quella fanciulla e indurla a guardare innanzi a sé per giudicare il mondo. Ma quante generazioni delle donne che avevano contribuito alla formazione di May erano scese nella tomba con gli occhi bendati? Ebbe un leggero brivido pensando a qualcuna delle nuove teorie nei testi scientifici che aveva letto e all'esempio più volte citato dell'Ambliopside speleo trovato nel Kentucky, il quale non aveva più sviluppato l'organo della vista in quanto non ne aveva bisogno. Cosa sarebbe accaduto se, avendo spinto May ad aprire gli occhi, questi avessero guardato il vuoto con espressione assente?

Edith Wharton da L'età dell'innocenza
Che cos’è dunque la verità? Un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane, che sono state potenziate poeticamente e retoricamente, che sono state trasferite e abbellite, e che dopo un lungo uso sembrano a un popolo solide, canoniche vincolanti: le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria.

Friedrich Nietzsche - La filosofia nell'epoca tragica dei Greci

22 giugno 2007

Non è che la filosofia sia una forma di sapere che non abbia un suo rigore. Certo, né il suo sapere né il suo rigore sono quelli delle scienze, per la profonda differenza che divide verità scientifica e verità filosofica, e che non saprei meglio esprimere che con le suggestive riflessioni di Jaspers sui diversi casi di Galilei e Bruno. La verità scientifica è impersonale e dimostrabile: sarebbe quindi assurdo voler morire per essa. Galileo non ebbe difficoltà a ritrattare: la sua ritrattazione non comprometteva la verità da lui sostenuta, che poteva sussistere e imporsi anche senza di lui. Invece la verità filosofica è personale e decisiva: affermarla significa essere pronti a morire per essa. Bruno ritenne di non poter ritrattare: la sua ritrattazione avrebbe compromesso la sua verità, che non esisteva senza di lui. La verità di Galileo non sarebbe diventata più vera con la sua morte; la morte di Giordano Bruno fu l'unica dimostrazione possibile della sua verità.

Luigi Pareyson da Verità e interpetazione, ed. Mursia, 1971
La prosa comune, quella di evasione (non quella di grande valore, che è difficile o impossibile distinguere dalla poesia) può contare sulla macchina narrativa, sul gusto di sapere "come va a finire la storia". In poesia, invece, niente "va a finire" perché tutto ricomincia. I libri di poesie sono come il serpente che si morde la coda, l'inizio ritorna dentro la fine, l'ultimo verso è uguale a quello iniziale o lo richiama talmente che dà l'idea di qualche cosa che rientra in se stesso, per indicare che il segno umano non è mai esaustivo, non è mai capace di dire tutto.

...Distenditi sul pavimento...
e elenca tutto ciò che è stato vietato alla mia felicità. / Ripetimi che non ho vissuto vanamente, che gli astri / non moriranno e che le cose rimarranno come sono.
Che quel che è stato durerà ancora, che non sono venuto al mondo solo / per trasformarmi e che le parole che ho pronunciato non le ho dette per me.

Mark Strand - Selected poems

21 giugno 2007

399. La Storia (con la quale ogni tanto torno a fare i conti) ha bisogno di punti di riferimento necessari per restituire al passato quell'ordine cronologico che la memoria - per sottoporlo alle sue strategie di archiviazione e giudizio - gli ha quasi totalmente sottratto. Ma il tempo di ogni singola memoria non può essere in toto sovrapposto a quello della Storia; il tempo della memoria (soprattutto di quella prossima), infatti, ha da fare i conti con la realtà (di cui la Storia non è altro che una delle possibili rappresentazioni), cioè con una più ampia rete di inferenze che garantisce la possibilità di agire sul reale, al fine di mutarlo.
E' questo lo snodo cruciale del presente, laddove il passato si bagna nel fiume della realtà per diventare futuro.

400. Lodevolissimo il lavoro del benemerito editore Alberto Gaffi di Roma.
Andando sul sito www.gaffi.it/ è possibile accedere al suo catalogo diviso per collane (dai nomi molto suggestivi) e, da queste, consultare direttamente on line (o scaricarle per poi stamparle) molte opere rilasciate con la licenza copyleft. Si tratta di libri di saggistica, di narrativa, di cronaca, di varia che vengono messi a disposizione degli appassionati e che, naturalmente, possono essere acquistati anche in versione cartacea.

401. Ritengo che in nessuna circostanza si possa vivere senza speranza. E se a qualcuno può sembrare assurdo avere ancora speranza, tuttavia senza di essa non è assolutamente possibile pensare di fare nulla. L'uomo, qualsiasi cosa faccia, non può vivere senza speranza, e se davvero ne viene privato, allora agisce contro se stesso. Questa è la condizione di estrema disperazione, di cui ha scritto Kierkegaard.
[Gustaw Herling - Breve racconto di me stesso]

402. Mi sveglio, aggrappata a me stessa come a uno sconosciuto incontrato per caso. Non riesco a nascondermi più nulla di quello che dovrei (e molto dovrei...), poi un piccolo cenno del sopracciglio mi percuote e mi riporta verso il sogno. Dove immancabilmente ci sei tu, a donarmi questa speranza disperata.
Vorrei davvero ricordarmi che sei ragione e canto, che in te ho vissuto a dispetto del mio stesso esistere.
Fuori alberi e vento si placano per un momento, mentre sogno il tuo arrivo, di lontano, portato dalla barca di quelli che non tornano. Ma che comunque restano.

403. La Speranza fu una timida amica; / stava seduta davanti alla mia cella, / spiando ove inclinava il mio destino, / come un vero egoista.
Era crudele nella sua paura; / un giorno di amarezza, dalle sbarre / spinsi fuori lo sguardo per vederla, / lei girò via la faccia!
Come un falso custode, faceva falsa guardia, / mormorando di pace durante la battaglia; / mentre piangevo intonando canzoni; / se tendevo l'orecchio, ammutoliva.
Impostora com'era, fu spietata; / l'ultima gioia si spargeva al suolo, / la Sventura pentita contemplava / quelle reliquie dissipate al vento; la Speranza - che d'un filo di voce / poteva consolare quel delirio di pena - / stese le ali e si librò nel cielo; / se ne andò - per mai più tornare!
[Emily Brontë - La Speranza]

20 giugno 2007

394. Giacomo... Giacomo... continui a impressionarmi per la tua capacità di metterti frontalmente davanti all'apparir del vero, senza farti mai annichilire, innamorato come sei, del resto, della semplice scena naturale del mondo. E poi hai quei ritagli di meravigliosa semplicità della parola, quelle armonie delicate dentro l'angoscia, e quel continuo arrovellarti...

395. Segnalo l'interessante Dizionario generale plurilingue del Lessico Metalinguistico (DLM) un pratico strumento per chi si interessa di fenomenologia del linguaggio e delle lingue.

396. Da ieri sera mi sto dedicando a Clarissa di Samuel Richardson, un "gigante" da millecinquecento pagine, fitte fitte, che il caro S. mi aveva consigliato di leggere durante la mia "vita precedente" e al quale invece non mi ero mai accostata. Dopo le prime 200 pagine devo dire che mi pento di non aver dato retta prima al mio illustre mentore. Sto trovando nelle pagine di Richardson la più accurata descrizione di vita sociale del Settecento che mi sia mai capitato di leggere prima; e una levità di scrittura, una capacità di descrizione e analisi, davvero non comuni (ora capisco dove si sono formati i vari Dickens, Trollope, Thackeray e Collins - soprattutto quest'ultimo se penso alla struttura de La donna in bianco).
Ma è presto per lasciarsi prendere dall'entusiasmo; decisamente troppo presto...

397. Leibniz (nei Nuovi saggi sull'intelletto umano) sosteneva che le biblioteche finiranno per diventare città; io, assai più modestamente, visti i tempi che corrono, penso che sarà già molto se ci resteranno, nelle città...

398. Tu sei come una terra / che nessuno ha mai detto. / Tu non attendi nulla / se non la parola / che sgorgherà dal fondo / come un frutto tra i rami. / C'è un vento che ti giunge. Cose secche e rimorte / t'ingombrano e vanno nel vento. / Membra e parole antiche. / Tu tremi nell'estate.
[Cesare Pavese da "La terra e la morte" ora in Poesie]

19 giugno 2007

390. In clinica medica si usa il termine "atopia" in associazione quasi esclusiva con le allergie; in particolare questa parola indica, in determinati soggetti predisposti (spesso per un'elevata concentrazione nel sangue di particolari immunoglobuline), una condizione allergica di fronte a potenziali allergeni che abitualmente non sono mai troppo aggressivi.
Mi scuso per questa premessa "tecnica", ma il libro che ho affrontato oggi mi ha - sia pur piacevolmente - spiazzata, usando invece la definizione di "atopia" applicata alla geografia e all'urbanistica. Il testo in questione è La mongolfiera di Humboldt di Massimo Quaini.
L'autore, messo da parte per un momento il più impegnativo concetto di utopia, lo sostituisce con quello ben più "particolare" di atopia, appunto. E lui per "tipologie atopiche" intende:

Paesaggi urbani e più spesso periurbani costituiti su modelli che rifiutano ogni inserimento nei tessuti storici del nostro territorio: gli ipermercati, gli aeroporti e i loro sistemi di parcheggi, le stazioni di servizio, gli insediamenti produttivi-espositivi lungo le vie d'uscita delle città...

Questo comporta che gli individui diventino:

Gli abitanti di un universo che non ubbidisce al principio insediativo dell'appartenenza, ma a quello dell'estraneità ai luoghi.

(E qui arriva spontaneo un riferimento mentale a quei non-luoghi, di cui parla, tanto appropriatamente, Marc Augé in saggi basilari per cogliere il senso di certi rapporti sociali e umani nella civiltà - non solo nord-occidentale - contemporanea).

Chi volesse cogliere una qualche prospettiva logica, o anche una semplice "via di fuga" - non solo concettuale - da poter applicare (condizioni personali permettendo) può approfittare di questo bel saggio di Quaini, un libro che spazia in vari ambiti e che partendo da una condizione quasi metafisica della geografia attuale (disciplina quasi sempre negletta rispetto ad altre - solo in apparenza - più autorevoli), arriva a puntare i dettagli con una precisione assoluta, sforando spesso nella sociologia, nell'antropologia applicata e, persino, in alcuni interessanti spunti psicologici legati alla gestione del territorio e, soprattutto, alla sua abitabilità.

391. Per restare in tema, l'identità di un luogo non sempre parla esclusivamente attraverso i suoi dati "geografici". Spesso lo fa anche con la voce dei poeti. Pensiamo a Montale, che negli Ossi di seppia, parlando ovviamente della sua Liguria, scrive:

Quivi sei alle origini / e decidere è stolto / ripartirai più tardi / per assumere un volto... [Portovenere]

Oppure, nelle prose:

Ognuno di noi ha un paese come questo, e sia pur diversissimo dovrà restare il suo paesaggio, immutabile.

392. Il meraviglioso verso 523 dell'Antigone di Sofocle:

Io sono fatta per condividere l'amore non l'odio.

Dovrebbe essere impresso a fuoco sugli stipiti di ogni luogo abitato dagli uomini. Servirebbe a poco, lo so, ma ci ricorderebbe chi siamo, anzi, chi - se solo volessimo - potremmo essere.

393. ...Ti chiedo perdono / se a causa di una sterile passione, giunto ormai vicno / ai miei quarantanove, io non ho figli, e non posseggo / altro che un libro / ed ho soltanto un libro per rendere / testimonianza del tuo e del mio sangue.
[William Butler Yeats - da Rime introduttive]

18 giugno 2007

386. Avrò senz'altro già parlato di Proleterka ma, come mi capita spesso per i libri che mi entusiasmano, l'ho riletto e quindi ne parlo ancora, perché repetita iuvant. Fleur Jaeggy è infatti dotata di una grazia stilistica e di una capacità narrativa veramente superiori (con tutto ciò che di etimologico questo termine porta con sé). Leggendola si intravede in ogni pagina come una superficie d'acqua trasparente, che consente di osservare un fondale molto "mosso" e drammatico sul quale si stende l'ombra lunga della morte. Attraverso la figura del padre che domina il racconto, la Jaeggy compie il miracolo di riuscire ad affrontare senza reticenze il tema dell'ultimo passaggio, quello che per ogni individuo è una via di mezzo fra una resa dei conti, e un viaggio verso l'ignoto. Proleterka è un diamante dotato di una luce intensa e di tantissime sfaccettature che riflettono la luce in ogni angolo del nostro inconscio. Persino laddovve si vorrebbe che un raggio di luce non entrasse mai.

387. Io ho due livres de chevet: il De rerum natura di Lucrezio e Le Metamorfosi di Ovidio. Vorrei che tutto ciò che scrivo derivasse dall'uno o dall'altro, o da entrambi. Palomar gravita decisamente dalla parte di Lucrezio; il risultato che desideravo ottenere è quella sua conoscenza minuziosa della natura delle cose, così minuziosa che la loro stessa sostanza si dissolve sul punto di essere afferrata. Per anni ho cercato di appuntarmi tutto quello che mi sembrava un'esperienza di "conoscenza". Per conoscere devi incominciare dalla superficie: prendi un oggetto e lo descrivi. Ogni oggetto pone un problema di lettura... Palomar è un tentativo di lettura delle cose.
[Da un'intervista di Paul Fournel a Italo Calvino in Italo Calvino newyorkese di Dido Sacchettoni a cura di Anna Botta e Domenico Scarpa]

Ho ripensato a questo intenso brano di Calvino dopo >>>un bel commento di Primo.

388. "Una patria di alberi, verde scialbo e grigio desolato", questa è la descrizione che dà dell'Australia uno dei suoi più importanti poeti contemporanei, A.D. Hope, e poi, quasi spietatamente:

E' ultima fra le terre, la più disabitata, / una donna in menopausa, un petto / ancora florido, ma secco dentro è l'utero. / Senza musica, architettura o storia...

In questi versi ho ritrovato, intatto, l'incanto del mio primo viaggio a Perth (e da lì a Kalgoorlie, Taarcoola, Marla, Alice Springs e su su fino a Darwin da cui ripartimmo per l'Europa un paio di mesi dopo). Con me c'era la cara M. che con L. e G. componeva il "nucleo d'assalto" di coloro che volevano cambiare il mondo e che invece, dopo quel viaggio, cambiarono irrimediabilmente se stessi.
Come accade sempre quando si è giovani, quando si viaggia con criterio e quando, consapevolmente e onestamente, si è capaci di riconoscere che c'è sempre qualcosa o qualcuno migliore di te.

389. I giorni della luce fragile, i giorni / che restarono presi da uno scrollo / fresco di rami, a un incontro d'acque, / e la corrente li portò lontano, / di là dagli orizzonti, oltre il ricordo, / - la speranza era suono d'ogni voce, / e la cercammo / in dolce cavità di valli, in fonti - / oh non li richiamare, non li muovere, / anche il soffio più timido è violenza / che li frastorna, lascia / che si posino nei limbi, è molto / se qualche falda d'oro ne traluce / o scende a un raggio su la trasparente / essenza che li tiene - / ma d'improvviso nell'oblio, sul buio / fondo ove le nostre ore discendono / leggero e immenso un subito risveglio / trascorrerà nei palpiti di sole / sui muschi, su zampilli / che il vento frange, e sono / oltre le strade, oltre i ritorni ancora / i giorni della luce fragile, i giorni...
[Lucio Piccolo da "Gioco a nascondere", ed. Mondadori, 1967]

17 giugno 2007

383. Coltivare la virtù della pazienza per inseguire il valore pedagogico del tempo letterario che è un tempo lento, che vuole una lettura intensa, attenta anche - o soprattutto - ai minimi particolari.
Petrarca suggerisce a un suo ipotetico lettore:

Io voglio che il mio lettore, chiunque egli sia, pensi solo a me, e non stia a pensare alle nozze della figlia, alla notte che ha passato con l'amante, alle trame dei suoi nemici, alla causa in tribunale, alla terra o ai soldi, e almeno mentre legge voglio che sia solo con me... Non voglio che si impadronisca senza fatica di ciò che non senza fatica io ho scritto.
[Familiares, XIII, 5, 23]

Per quel che mi riguarda cerco di adempiere a questo "precetto". E devo dire sinceramente che farlo non mi costa alcuna fatica. Anzi, astrarmi dal "secolo" mentre leggo è sempre un vero e proprio sollievo.

384. Recensire libri: impresa ardua di cui non mi sono mai sentita capace. E infatti quando parlo di libri tendo sempre a riprodurre impressioni isolate, senza un filo conduttore coerente, mentre invece analizzare un testo letterario è innanzitutto un'arte verbale, non un'arte fatta di pure sensazioni o immagini isolate. Soltanto attraverso le "figure" della parola si può arrivare a comprendere fino in fondo l'impronta dell'individualità creatrice. Non basta mai raccontare la storia, riassumerne il contenuto, o parafrasarlo. E' certo importante sintetizzare una storia, spesso è l'unico modo per far sì che chi di letteratura è digiuno ti ascolti, ma questo non potrà mai voler dire che dovremmo considerare il riassunto come l'atto sostitutivo della lettura. Si finirebbe col credere che conti di meno come le cose sono dette, e conti di più quello che è detto. La bellezza, la rilevanza di un libro sta nel come le cose sono montate, la loro "regia", il loro modo di essere "espresse": qui è la parte più rilevante dell'invenzione del libro. Non è mai il contenuto, la storia, il tema di un romanzo, di un film, di un quadro che fa di quel romanzo, di quel quadro, di quel film un'opera interessante. E' bensì la regia e il montaggio degli eventi, delle linee, dei colori a farne spesso un'opera d'arte e, più raramente, un capolavoro.

385. Nella mia lontana giovinezza, ho sempre usato / spingermi avanti e mai guardarmi indietro; / il passato pareva una risibile sacca / dell'inutile, lo sfatto, lo sprecato. / Più tardi, e più confuso, ho trovato / sempre meno importante il futuro, / e sul presente concentrando ogni sforzo / giudicai vani futuro e passato. / Oggi, d'ogni illusione liberato, / gioco a piacere col poco tempo rimasto; / guardo il futuro e ci rivedo il passato: / sì, nel presente me la rido con gusto.

16 giugno 2007

379. Grazie alle recensioni tratte da due blog che frequento abitualmente, ho avuto modo di rileggere due libri che considero pietre miliari nella mia "carriera" di lettrice. La prima recensione è stata quella letta sul blog Il vizio di leggere dedicata ad Austerlitz di W.G. Sebald. Il libro, già durante la prima lettura, mi era sembrato la dimostrazione palese di quanto la letteratura possa emozionare, sedurre intellettualmente e - diciamolo pure - commuovere. Questo per l'uso semplice, ma incredibilmente efficace, delle immagini; e poi per la scrittura: che riesce ad affrontare uno dei temi fra quelli ormai forse più sfruttati dai romanzieri contemporanei: la memoria della Shoah. Ma Sebald lo fa in maniera nuova e straordinariamente potente. Un miracolo che, idealmente, mi sento di associare a quello compiuto da Roman Polanski in ambito cinematografico, con il suo Pianista.
L'altra recensione la devo a L'angolo di Jane e riguarda Ogni cosa è illuminata di Jonathan Safran Foer: un romanzo che è un vero miracolo d'invenzione. Stupisce che, nel panorama affollato di opere brevi e fin troppo rapide (me lo si lasci dire), un esordiente di 22 anni (tanti ne aveva il suo autore quando il volume è uscito) abbia confezionato un testo così lungo e così ricco. L'idea fondamentale e geniale è che tutti i personaggi sono in realtà un personaggio solo: così come tutte le storie tra passato e presente si rispecchiano e rinviano l'una all'altra. In poche parole: immensa sapienza di stile narrativo ed eccezionale talento. Anche qui un riferimento cinematografico è d'obbligo, parlo cioè dell'ottimo film diretto da Liev Schreiber.
Quando la Rete mi offre queste opportunità di (ri)lettura non posso che decantarne le lodi.
E queste note di diario servono proprio a questo.

380. Di te non scriverò, / io sono tutta scritta di te. / Non c'è al di là del mio margine ombroso / pagina chiara che ti possa accogliere.
[Elena Clementelli in "Così parlando onesto", ed. Garzanti, 1977]

[Elena Clementelli ha di recente dato alle stampe, per i tipi della Newton & Compton, le sue Poesie d'amore]

381. E' on line il nuovo numero di Silmarillon, nell'editoriale Francesca annuncia il tema della rivista, come sempre denso di spunti molto interessanti che approfondirò nel tempo.
Per adesso una lode alla curatrice e a tutti i suoi collaboratori.

382. Sempre le pareva di dover compiere qualche gesto speciale, di dover rendere onore all'opportunità; e mentre girellava su e giù, domandandosi in che potesse consistere il gesto, accadeva sovente l'opportunità che si esaurisse. Quel giorno la ragazza se lo domandava più che mai. Finì per prendersi un libro; in casa mancava una biblioteca, ma c'erano libri in tutte le stanze. Nessuno era proibito, né Gertrude era rimasta sola per cogliere il destro d'inerpicarsi fino agli scaffali inaccessibili. S'impadronì d'un volume perfettamente ovvio, appartenente alla serie delle Mille e una notte, e se ne andò nel portico dove si mise a sedere tenendolo in grembo. E lì, per un quarto d'ora, lesse la storia degli amori del principe Camaralzaman e della principessa Badura. Alla fine, alzando gli occhi, scorse il principe Camaralzaman, ché tale le parve, ritto davanti a sé. Un bel giovane le si rivolgeva con un profondissimo inchino... un magnifico inchino, di cui non aveva mai visto l'eguale. Doveva esser calato dalle nuvole, era d'una bellezza straordinaria; e sorrideva... sorrideva quasi apposta per lei. Per un momento la meraviglia estrema la mantenne immobile; quindi Gertrude si alzò, senza neppure mettere il dito nel libro per segnare la pagina. Il giovane, col cappello in mano, continuava a guardarla sorridendo, sempre sorridendo. Era strano davvero...
[Henry James - Pupilla e tutore]

15 giugno 2007

378. Questo >>>post di Remo Bassini (a cui l'argomento, evidentemente, sta molto a cuore) mi ha fatto riprendere in lettura un libro noto, anzi notissimo che ebbi modo di leggere e apprezzare proprio nell'anno della sua uscita: si tratta de Le correzioni di Jonathan Franzen. Pochi libri fra quelli usciti negli ultimi anni descrivono in modo così efficace la condizione di eterni figli della generazione dei trenta-quarantenni di oggi, ma anche la complessa identità sessuale degli individui del XXI secolo. Forse Franzen potrebbe diventare il nostro Balzac: rapido, efficace, postmoderno. Un libro profondo e superficiale, fondamentale quindi per tutti coloro che hanno meno di quarant'anni e che - per questo motivo - si sentono ancora "ragazzi". Un libro quasi generazionale, insomma, ma che ha la forza di un (per ora piccolo) classico.

Il problema di Chip era la mancanza di autostima. Erano lontani i giorni in cui poteva permettesi di épater les bourgeois. Con l'eccezione dell'appartamento a Manhattan e di Julia Vrais, la sua avvenente fidanzata, non gli era rimasto quasi più nulla che lo convincesse di essere un maschio adulto funzionante, nessuna dote comparabile a quelle di suo fratello Gary, che lavorava in banca ed era padre di tre figli, o di sua sorella Denise, che a trentadue anni era la chef di un nuovo ristorante a Philadelphia, esclusivo e molto rinomato. Chip aveva sperato di andare incontro ai genitori con la sceneggiatura già venduta, ma era riuscito a finire la prima stesura soltanto dopo la mezzanotte del martedì, poi aveva dovuto fare tre turni di quattordici ore da Bragg Knuter & Speigh per procurarsi i contanti per l'affitto d'agosto e rassicurare il proprietario dell'appartamento (Chip era in subaffitto) sulle rate di settembre e ottobre, e poi c'era stata la spesa e l'appartamento da pulire e infine, poco prima dell'alba uno Xanax a lungo tenuto in serbo da ingoiare...

Sull'argomento si pronuncia efficacemente anche >>>Sabrina Manca, anche se da tutt'altro punto di vista.
376. Mi dicesti: "Non mi è rimasto che il tempo, dove sono bruciati tutti i miei amori". Era un punto solo, appena, ma bastava per rompere gli specchi, per elargirti un futuro che non avevi, che non volevi.
Azzurri, gli occhi, e azzurro anche il cuore, ma le tue ciglia erano una barriera insormontabile, uno sbarramento fitto di sentimenti e ragioni, utile - forse - a preservare il tuo io, da quel silenzio profondo a cui stavi andando incontro.
"Perdonami" e con una sola mano risolvesti un enigma vecchio di secoli.
Li ho ricordati dopo così tanto tempo, e dopo un repentino risveglio, quello sguardo e quella mano che accompagnarono il tuo viaggio, il tuo coraggio.
"Voglio che tu sappia..." mi dicesti poi con la voce di un vecchio giovane, con la modulazione del pazzo che sa bene cosa dice. Ma le tue parole si ruppero sul frangivento del destino. E lì rimasero, appese, come la sera che stava per arrivare, sola, in un cuneo di vento.
Uscii sfinita ma contenta, in fondo la vita mi aveva passato il tuo testimone, tutto tempestato di sogni, pronto a restituirmi di te ogni profumo, ogni gesto, ogni più utile persuasione.
E queste, in fondo, sono le tue parole, sulle quali io ho versato soltanto l'inchiostro dell'amore.

377. …dove io non ricevo alcun resto / in vita spicciola dall’esistenza, / ma segno solo ciò che spendo, / e spendo, / tutto quello che conosco.

14 giugno 2007

371. L'esperimento è una domanda che lo scienziato pone alla natura.
La risposta è facoltativa, spesso sibillina, a volte imperscrutabile.
Sempre sincera, comunque.

372. Sentirsi parte dell'incommensurabile, ecco l'effetto che fa la lettura della poesia di Hölderlin (laddove per il poeta la poesia è un infinito, divino essere). Non c'è "sicurezza" fra i sentieri dei suoi versi eppure, man mano che si procede, aumenta esponenzialmente la certezza di ottenere "risultati" certi e inconfutabili.

... Wir trennen uns nur, um inniger zu sein... Wir sterben, um zu leben...*

La sua poesia è purezza assoluta, per "certificare" una condizione non richiesta ma assolutamente accolta, una sfida perduta in partenza ma vissuta fino in fondo. No, camminando con Hölderlin non sono mai garantite strade sicure, si passa dal ghiaccio al deserto, repentinamente e senza soluzione di continuità. L'indifferenziato è il suo cavallo, il verso è la sua lancia, il cielo l'obbiettivo.
Il "cavaliere" sa bene che potrà fallire, anzi è quasi certo che fallirà. Ma niente e nessuno potrà impedirgli di spronare la sua penna d'oca sul foglio bianco della beatitudine.

*Noi ci separiamo solo per essere intimamente più uniti... Moriamo per vivere. [Trad. di Giorgio Vigolo]

373. ...Ma essa non era contenta. Sentiva un'irrequietezza, un'uggia, che la facevano rimanere colle mani inerti sul ricamo, che la facevano cercare certi posti per leggere i pochi libri, quei volumetti tenuti nascosti sotto la biancheria in collegio. All'ombra dei noci, vicino alla sorgente, in fondo al viale, che saliva dalla casina, c'era almeno una gran pace, un gran silenzio, s'udiva lo sgocciolare dell'acqua nella grotta, lo stormire delle frondi come un mare, lo squittire improvviso di qualche nibbio che appariva come un punto nell'azzurro immenso.
[Giovanni Verga - Mastro-don Gesualdo]

374. Nell'Iliade c'è un passo curioso (in realtà ce ne sono parecchi, ma su questo mi sono soffermata oggi) ed è quello in cui Achille, apparentemente certo della propria prematura morte, non la teme affatto, anzi si "consola" pensando che persino Eracle, tanto caro agli dèi, morì lo stesso per la collera di uno di essi [Iliade, XVIII, 114-119]
Il passo è quanto mai attuale. Infatti il fatalismo di certi uomini è davvero curioso: praticamente si nutre delle sventure altrui; quasi che queste ultime abbiano il potere "magico" di mitigare l'ineluttabile manifestarsi delle proprie.

375. A Verona / la casa di Giulietta / è piccola, scura, insignificante. / L'edificio è annerito / solo il balcone di sasso è stato pulito / spicca come un urlo bianco / in una bocca scura.
Tutto è in tono minore / su questa facciata troppo oscura / ora brutalmente illuminata / dalla luce flourescente / di uno show room di design / piazzato lì davanti / in quello stesso cortile / in quello stesso mitico patio.
Sono venuta a cercare / la memoria della storia e ho trovato la tecnologia / che urlava / contro il muro indurito / del sentimento / pietrificato nel tempo.
Avevo dimenticato che l'amore / è cosa mentale / e che la superficie del reale / è come un urlo bianco / in una bocca scura.
[Ana Hatherly da "Gli abbracci feriti. Poetesse portoghesi di oggi", ed. Feltrinelli, 1980]
Traduzione di Adelina Aletti

13 giugno 2007

368. Che cos'è il mito? Non una raccolta di storie, e neppure un'esperienza religiosa, bensì un puro e semplice "incontro" (basta ricordare i colloqui di Odisseo con Athena per capirlo). Scrive Calasso ne La letteratura e gli dèi:

...gli dèi sono ospiti fuggevoli della letteratura. La attraversano, con la scia dei loro nomi. Ma presto anche la disertano. Ogni volta che lo scrittore accenna una parola, deve riconquistarli. La mercurialità, che preannuncia gli dei, è anche il segno della loro evanescenza. Non sempre così era stato. Almeno, finché sussisteva una liturgia...

Ecco la linea di discrimine: la liturgia, l'interrotto contatto "diretto", la "mediazione". Odisseo parla con Athena "faccia a faccia", senza turbamento, profeticamente. Non ha bisogno di alcuna "ritualità", tranne quella, implicita, dell'accettazione del suo status di "ri-conoscente".

Ho sempre visto Athena come una dea cruciale nel complesso rapporto uomo-mito (Bachofen la fa assurgere addirittura a figura-chiave, nelle sue fasi più ancestrali, per l'acquisizione del lógos da parte dell'uomo; quasi una sorta di "Prometeo" al femminile. Mentre Gottfried Benn pensa bene di metterle in mano lo strumento dell' artistik, nel tentativo di trasformare Odisseo nell'artefice del suo piano che, seppur eterodiretto, ha - forse per la prima volta - uno sguardo che va oltre la pura e semplice idea dell'ordalìa finale. E' l'unione tutta "palladiana" tra technè e metis).

In molti hanno parlato, e tanto a lungo, del complesso rapporto di Odisseo con le donne (o con le dee) con le quali si è imbattuto nel corso del suo lunghissimo nóstos: Calipso, Nausicaa, Circe, Penelope (così mutata nel corso dei vent'anni di separazione); nessuno - forse - ha posto l'attenzione su quanto fosse saldo ed esclusivo il rapporto con Athena. Solo il vecchio Nestore pare accorgersene quando dice a Telemaco, da lui giunto implorante a cercare suo padre:

Se Athena dall'occhio azzurro tanto volesse amarti, così come proteggeva il glorioso Odisseo nella terra dei Teucri, dove tante pene soffrimmo noi Achei - e mai ho visto dèi amare così apertamente, così come Pallade Athena gli stava vicino - se tanto amarti volesse e prenderti a cuore, allora qualcuno arriverebbe persino a scordare le nozze... [Od. III, 218-224]

Eppure il rapporto con la dèa sembra non varcare mai i limiti del lecito; da nessuna delle due parti si intravede un gesto, una parola, una situazione che possa far intuire una "relazione" più diretta. Questo perché il rapporto Athena-Odisseo, non è mai stato un rapporto "paritario". Odisseo è sempre stato (e ha accettato sempre di essere) uno "strumento" nelle mani di Athena (basti pensare alle continue trasformazioni somatiche alle quali essa "magicamente" lo sottopone, e delle quali l'eroe mai si lamenta). Athena infatti, attraverso Odisseo, vuole ripristinare uno statu quo ante la guerra di Troia, un conflitto a cui Odisseo era ostile e contro cui ha fatto il possibile per non partecipare (e non perdonò mai a Palamede di averlo costretto a partire suo malgrado). Ecco dunque il "matrocinio" del viaggio à rebours verso Itaca; ecco l'accorato appello davanti al consesso divino; ecco il rivendicare davanti a Zeus il suo ruolo di "generata dal padre", fino a far vincere a quest'ultimo ogni ritrosia davanti al fatto di esautorare il fratello Poseidone del "diritto" alla vendetta su colui che aveva accecato Polifemo.
Athena vuole, fortissimamente vuole, restituire Odisseo al suo mondo. Un mondo sovvertito dal movimento tellurico della guerra, un mondo che egli dovrà riacquisire così come lo ha lasciato, intatto. Per cui dovrà lottare fino in fondo, in una sorta di palingenesi che, pur chiedendo altro sangue, sfocerà - sempre sotto i buoni uffici della "dèa dagli occhi azzurri" - nella pace finalmente raggiunta con i maggiorenti di Itaca.
Solo allora la parentesi di una guerra infame sarà finalmente chiusa, anche se tutto, fuori dell'assolato e finalmente pacifico mondo di Itaca, sarà ormai ineluttabilmente cambiato.
Per sempre. Tanto che Odisseo sarà di nuovo "costretto" a partire, come gli aveva predetto Tiresia. Senza che Athena - questa volta - possa far niente per proteggerlo e farlo tornare.

369. Se, frantumati i loro simulacri, / noi li scacciammo via dai loro templi, / non sono morti per ciò gli dèi. / O terra della Ionia, ancora t'amano, l'anima loro ti ricorda ancora. / Come aggiorna su te l'alba d'agosto, / nell'aria varca della loro vita un èmpito, / e un'eteria parvenza d'efebo, / indefinita, con passo celere, / varca talora sulle tue colline.
[Costantino Kavafis - Ionica in " Poesie"]

370. Forse così presi dal cercare il tempo perduto non abbiamo tenuto conto di un fattore importante che riguarda proprio il Tempo.
Siamo sicuri che lui voglia farsi trovare?

12 giugno 2007

364. Leggendo post come quello di >>>Remo, o come >>>quest'altro di Filippo o, infine, come >>>questo di Ted , viene spontaneo riesumare il vecchio (e abbastanza trito) luogo comune che ogni popolo ha la classe politica che si merita. Meno comune, ma altrettanto giusto, potrebbe essere - forse - pensare che un popolo possa anche educare la propria classe politica. Gli strumenti ci sarebbero, e anche abbastanza semplici. Se questo non accade, l'equazione che ne consegue è palese: ci si indigna, si giudica, si irride, ma nel momento cruciale di ogni sistema democratico, cioè le elezioni, si va diligentemente a portare il nostro secchio d'acqua dove l'oligarca di turno dice che è giunto il momento di spegnere ogni focolaio di indignazione. E così da incendiari diventiamo pompieri, mestiere nobilissimo, non c'è che dire, se solo avessimo l'onestà intellettuale di ammettere che ad alcuni (forse persino alla stragrande maggioranza - non più silenziosa, ma chiassosa) l'acqua (della furbizia, dell'arroganza, del "do ut des") piace più del fuoco dell'indignazione...

365. Io, tutto; il resto, nulla: ecco il dispotismo, l'aristocrazia e i loro sostenitori. Io, è un altro; un altro, sono io: ecco il regime popolare e i suoi sostenitori. Dopo di che a voi decidere.
[Nicolas de Chamfort - Massime e pensieri]

366. Rileggo dopo un bel po' di tempo La costellazione del falso, il bel libro che Rizzoli editò dopo la morte del caro Federico Zeri (i cui pensieri ultimi sono stati raccolti, sotto forma di colloquio, da Marco Dolcetta). Ne estraggo alcuni passi, fra quelli che meglio di altri fanno emergere la caustica personalità del noto critico d'arte:
...Nego anzi che esista una letteratura italiana. E' stata una grande letteratura fino a Dante e poi ci sono state alcune personalità isolate straordinarie, come Leopardi...
Apocalittico e ironico Zeri, sui temi più svariati: dalla religione al mercato dell'arte, dal turismo di massa alla letteratura.
Lampi di intelligenza e riflessione critica che l'intellettuale, scomparso nel 1998, posa su qualsiasi tema l'interlocutore gli porga:
Il turismo di massa è pericolosissimo. Pensi che ogni anno sull'Acropoli d'Atene, un posto già scavato dagli archeologi fino all'osso, passano più visitatori che tra l'epoca di Pericle e quella di Costantino il grande.
Curiosissimo e informato:
So che c'è ancora un bellissimo quadro del Sassetta a Pietroburgo, nascosto da qualche parte. Imprevedibile:
Il marxismo mi ha insegnato a conoscere l'opera d'arte, a leggere l'opera d'arte, dal punto di vista sociale...
Paradossale:
C'è un altro campo in cui si trovano delle cose straordinarie. Sono le copertine dei dischi, dei veri e propri capolavori...
Deciso:
A mio parere, il più bel quadro del mondo è la "Dama dell'ermellino" di Leonardo, conservato nel museo di Cracovia. E' la donna italiana quando non è condizionata dalla religione o dalla famiglia.
Grande libro, grande uomo. Uno dei pochi fra coloro che mi mancano davvero.

367. Se arriva il giorno quando non arriva, / se arriva il giorno per te, non attendere, / affonda la fragile barca sulla riva, / come se non tornassi mai più, / non attendere.
Giacché nulla ritorna dalla notte, / vai avanti sicuro. / Se trovi luce bevi fino in fondo. / Ma non attendere / che il frutto maturi fino all'ultimo.
Ora la tua mano pende debole, / non trema, pende debole. / L'inizio è lontano. / Non vi sono rive, / solo il nascente oblio: il tempo è breve, / incerto il limite, / vorace il vasto regno dell'ombra.
[José Angel Valente da "La rosa necessaria", ed. Feltrinelli, Milano]
Traduzione di Gabriele Morelli

11 giugno 2007

360. La Storia (quella con la "s" maiuscola che riguarda il genere umano, ma anche quella più minuta, propria di ogni vivente) adotta un curioso metodo per risolvere i problemi: presenta altri problemi.
L'importanza dei vecchi problemi si vede da questo: se avevano qualche rapporto con i problemi nuovi.
Se non ne avevano nessuno, tanto valeva lasciarli perdere.
La Storia, in generale (e per fortuna), ne ha lasciati perdere molti.
Io, nel mio piccolo, anche.

361. Colui che si occupa di Storia credo non dovrebbe focalizzare la sua attenzione prima sull'insieme e poi sui particolari; credo invece che i migliori frutti in campo storico si ricavino delineando l'insieme dalla somma dei particolari. Lo stesso vale anche per gli individui.
E' dalla somma dei particolari che stabilisco il modo in cui ho vissuto; se mi metto a pensare alla mia vita "in generale", con "uno sguardo d'insieme" già mi gira la testa.
Mi sento più a mio agio nei dettagli, l'universalità non fa proprio per me.

362. Oggi ho letto con gran profitto La bottega del pianoforte di T.E. Carhart, un libro che avevo in serbo da parecchio tempo e che finalmente si è fatto "trovare". Si tratta di un romanzo (?) delicato, incline all'intimismo ma mai dolciastro, dove i personaggi umani fanno da contorno (è proprio il caso di dirlo) a quelli non umani (e per questo ben più solidi e profondi), e cioè ai pianoforti. Strumenti che parlano attraverso i loro suoni (anche dissonanti, quando per esempio un accordatore "particolare" ci lavora su per riportarli alla limpidezza acustica), ma anche attraverso i loro silenzi, attraverso cioè tutte le musiche che attendono di essere suonate grazie a loro.
Credo che il volume potrà piacere anche a chi non gode di una spiccata vocazione musicale; è vero che si parla di grandi costruttori di pianoforti, di grandi strumentisti e di grandi compositori, ma non sono queste "note" quelle che possono in qualche modo interessare a fondo l'eventuale lettore. Ciò che lo potrà attrarre è invece il tono crepuscolare, dimesso, malinconico e struggente relativo a ciò che questi strumenti lasciano al passaggio nella bottega: un ricordo, un suono perfetto, una musica improvvisata e persino un grande amore, sbocciato all'improvviso e inconsapevolmente all'ombra di un tango non previsto, ma fortemente voluto.

363. ...La traccia del cervo / che nel giardino si perse la notte scorsa, / si ferma sotto il melo senza frutti / delineata e rilucente per la brina. / Puoi percepirla, qui, sull'orlo di ogni immaginabile, / il cervo che se n'è andato splende con la presenza / delle cose che sentiamo, reali eppure assenti.
[Charles Tomlinson - Da "La pienezza del tempo", ed. Garzanti, 1987]
Traduzione di Franca Morandi

10 giugno 2007

356. Mi è stato concesso, cari amici, di scrivere in una lingua parlata solo da qualche milione di persone. E purtuttavia una lingua che è parlata da duemilacinquecento anni senza interruzione e con differenze minime...
Odisseus Elitis - Dal discorso pronunciato all'Accademia di Svezia in occasione del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura nel 1979

357. Un tempo avevo un amico che si "nutriva" di biografie ed epistolari. Praticamente non leggeva altro. Ne "divorava" a dozzine dicendomi che aveva bisogno di avvicinarsi alle personalità particolarmente "creative" sotto tutti gli aspetti; la creatività lo affascinava e lui la reputava uno dei misteri più grandi. Non credo che la molla che lo spingeva verso quel genere di letture derivasse da un suo lato "morboso"; credo piuttosto che egli elevasse alla massima potenza il suo sentirsi "spaesato", stato d'animo questo che, in misura maggiore o minore, è proprio di ogni essere umano.
Di qui la voglia di scoprire negli altri ciò che ci accomuna e ciò che ci rende diversi. In fondo cosa ci può essere di negativo nella curiosità, soprattutto verso le vite e i lati più intimi di coloro che reputiamo grandi personaggi creativi? E questo soprattutto quando non si è alla ricerca di "idoli" o "miti", ma di una pura e semplice "versione evoluta" di ciò che noi stessi siamo in potenza, di ciò che noi stessi desidereremmo essere, o diventare.

358. Dopo la disastrosa battaglia del Trasimeno del 217 a.C., su proposta del pontefice Lucio Cornelio Lentulo Caudino (che riferì di aver "ricevuto" tale "suggerimento" dai libri sibillini), il dittatore Quinto Fabio Massimo - di concerto col Senato - stabilì che fosse eretto sul Campidoglio un tempio alla dea Mens, e che ogni anno nell'ante diem sextum Idus Iunias, fosse celebrato un rito che ricordasse la disfatta dell'esercito consolare per opera di Annibale Barca.
La dea Mens era la personificazione del raziocinio; la dedica specifica a lei del tempio sul Campidoglio sanciva che, soprattutto in guerra, era necessario non perdere mai il lato razionale.
Soprattutto da parte di coloro che la guerra la conducono sul campo.
Di quel tempio oggi pare non esserci più traccia. Né a Roma né altrove.

359. Oltre questa rosa, oltre questa mano / che scrive e questa fronte / che pensa, c'è un mondo. / C'è un mondo terribile, luminoso e avverso / alla luce, alla vita. Oltre questa rosa, animando il suo sogno, / parallelo, contrario, / c'è un mondo e un uomo / che pensa, come me, alla finestra. / E come me in questa notte, con le stelle sul fondo, / mentre muovo la mia mano, / qualcuno muove la sua mano, con le stelle sul fondo, e scrive le mie parole / al contrario, e le cancella.
[Carlos Bousoño - da "Poesia spagnola del Novecento", a cura di Oreste Macrì, ed. Garzanti, 1985]

09 giugno 2007

351. La retorica non è stata solo un repertorio dei procedimenti; è stata anche un inventario delle passioni.

352. Per restare in tema con quanto scritto ieri, inserisco il link a un articolo del teologo Enzo Bianchi su Giordano Bruno (pubblicato su Tuttolibri in edicola oggi). Si tratta di una recensione al libro Giordano Bruno. Il teatro della vita , scritto dal noto studioso del Nolano, Michele Ciliberto.

Da non dimenticare mai l'ottimo sito dedicato a Giordano Bruno gestito dal benemerito Guido del Giudice.

353. Convincersi finalmente che la coscienza non è un'entità ma una pura e semplice funzione (mi pare che questo lo dicesse già Rensi, o Pareyson?, ora non ricordo). Comunque il concetto è chiaro e ci voglio lavorare un po' sopra.

354. Ho avuto modo di ascoltare l'intervento di Cormac McCarthy (autore del notevole The Road, recente vincitore del Premio Pulitzer) nella trasmissione di Oprah Winfrey. McCarthy è uno scrittore ritroso, che non si mostra volentieri e che meno che mai concede interviste, e per ciò questo avvenimento¹ è da considerarsi una preziosa rarità.
L'autore statunitense ha detto cose molto interessanti del tipo: "La scrittura è una costante ricerca della perfezione e non può essere programmata... C'è sempre una speranza che oggi riuscirò a fare qualcosa di meglio di quello che ho fatto finora... Alcuni scrittori hanno detto che odiavano scrivere, che per loro farlo era solo un peso e un compito; io, di sicuro, non provo lo stesso sentimento... A volte è difficile scrivere, ma hai sempre davanti a te l'immagine della cosa perfetta, quella che non raggiungi mai, ma che non smetti mai di perseguire..."
Concetti molto belli, tutti condivisibili. Anche (anzi direi soprattutto) per una semplice lettrice come me.

¹
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355. Stasera, mentre cenavo, ho lasciato in sottofondo continuo la stupenda musica che Aimee Mann ha scritto per l'altrettanto notevole film di Paul Thomas Anderson, Magnolia.
Wise up e Save me sono ballate magnifiche, che ascolterei per ore senza stancarmi mai.