akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

31 maggio 2007

317. Invidiare la felicità altrui è inutile: se anche potessimo ottenerla, non sapremmo poi come adoperarla.

318. Gide sosteneva che scrivere è come provare l'affanno di un tisico in un luogo senz'aria, o quello di un minatore che, intrappolato in una galleria, anela alla luce. Secondo lui scrivere è subire l'angoscia di un Plauto o quella di Sansone legato alla macina, o quella di Sisifo che rotola il masso.
Amando aria e luce, e rifuggendo l'angoscia, ho sempre seguito il suo consiglio: non scrivo e vivo senza ambasce.
Ma sono solidale: leggo (e molto) l'affanno, il buio e l'angoscia degli altri.

319. ...trovare la risposta a una domanda che nessuno mi ha posto.

320. Se ho ben capito, Cioran vorrebbe che io fossi ben più infelice di quanto sia e che la smettessi di essere così incosciente da mettere in atto ogni stratagemma per non essere così infelice come dovrei. Secondo lui è da pazzi ambire alla felicità, vista la certa delusione che ne consegue.
Forse ha ragione, ma la sola illusione (non dico la realizzazione) dell'eudaimonía ha il potere di una sostanza allucinogena: distoglie dal passato, non fa pensare al futuro e trasfigura il presente.
Non c'è nessun anestetico malinconico che regga il confronto.

321. La noia annoia solo i noiosi.

30 maggio 2007

313. L'anima digiuna / d'ogni perché - famelica altrettanto. Di bambina. E il corpo, nella mistica quotidianità, sempre / campo di battaglia.

Alla luce di questa drammaticità vive la poesia di Fernanda Romagnoli, una delle voci femminili più alte del '900. Una vasta scelta delle sue liriche viene stampata nel 1980 per merito di Attilio Bertolucci e con una presentazione di Vittorio Sereni. Il risvolto editoriale non riporta alcuna notizia dell'autrice. Bertolucci rispetta questa volontà e qualcuno arriva persino ad attribuire a lui i testi poetici. Ma non sono suoi quei versi, anche se il poeta di Parma dichiara che avrebbe desiderato davvero aver potuto scrivere anche solo due di quelle poesie. Intanto la critica ufficiale tace su di lei; nessuna antologia osa ospitare la "tredicesima invitata". Libri come questi bisogna saper aspettare per averli. Poi li puoi interrogare come fossero testi aruspicini, far domande a non finire per riceverne risposte sibillline, che diventano cibo, acqua, sole e vento...
Nata nel 1916, Fernanda Romagnoli scompare il 9 giugno 1986, come la Dickinson avvolta dallo stesso silenzio di cui si era sempre circondata.

Grazie - ma qui che aspetto? / Io qui non mi trovo. Io fra voi / sto come il tredicesimo invitato, / per cui viene aggiunto un panchetto / e mangia nel piatto scompagnato. / E fra tutti che parlano - lui ascolta. / Fra tante risa - cerca di sorridere. / Inetto, benché arda, / a sostenere quel peso di splendori, / si sente grato se alcuno casualmente / lo guarda. Quando in cuore / si smarrisce atterrito "Sto per piangere!". / E all'improvviso capisce / che siede un'ombra al suo posto: / che - entrando - lui è rimasto chiuso fuori. [Fernanda Romagnoli - Il tredicesimo invitato]

* * *

314. Fantasia e memoria: i lati oscuri di un pensiero (spesso) inconsapevole.

315. Maturità: disfarsi gradualmente di ciò che non si è.

316. Mi sento intrisa di presente.

29 maggio 2007

309. La piacevole (e così umana) malinconia di un viaggio (non fatto, ma in programma di fare in un prossimo mai) che ci accompagna in certi giorni di limbo incerto, dove il passato sembra aver percorso i sentieri del tempo e della Storia per arrivare in questo piccolo punto della mappa geografica e della Vita che si regge solo grazie all'agognato presente. Un punto sospeso in un istante senza dimensioni, che è visibile (e concreto) solo grazie all'assoluta indifferenza verso il passato che non c'è più e verso il futuro che non c'è ancora. Un senza-luogo/senza-tempo dove è piacevole spendere momenti di non-vita.
L'unica, forse, degna di essere compiutamente vissuta.

310. Ripercorro l'epopea mistica e tragica di Gilgamesh, i temi dell'amicizia virile, della lotta, del viaggio di ricerca e del molto altro ancora che è contenuto in questo poema che sta alla base dell'arte umana del raccontare (anche di quello odierna), e che tanto ha influenzato anche gli aedi successivi (come non fare, per esempio, un parallelo tra Siduri - che tenta di trattenere Gilgamesh contro la sua volontà - e la ninfa Calipso di omeriana memoria?).
Il tema più bello, quello che più resta nel cuore durante la (ri)lettura, è però senz'altro quello del disilluso Enkidu il quale, nella sua coscienza lacerata dalla recente "conoscenza", rimpiange la sua vita selvaggia anteriore; uno stato che ignorava il travaglio del pensiero, il senso della colpa e del castigo e, soprattutto, l'ineluttabile condizione di vita-per-la-morte che attanaglia l'uomo, semplice o eroe che sia.

...Enkidu aveva scordato la sua dimora sulle colline; ma quando fu soddisfatto ritornò alle bestie selvatiche. Allora, appena le gazzelle lo videro, balzarono via; fuggirono dal suo cospetto le creature selvatiche. Enkidu le avrebbe inseguite, ma il suo corpo era legato, come da una corda; quando cominciò a correre le ginocchia gli cedettero, aveva perduto la sua sveltezza. E ormai erano tutte fuggite le creature selvatiche; Enkidu era diventato debole poiché ora la saggezza era in lui e i pensieri di un uomo stavano nel suo cuore...
[L'epopea di Gilgameš a cura di N.K. Sandars]

311. Del paradiso che si dice abbiamo vissuto da bambini nessuno si è mai accorto in tempo, e per goderne un altro, come si sa, ci vogliono un sacco di cose non tutte dipendenti dalle nostre povere forze. Pur con i suoi mezzi espressivi così vaghi (ma forse proprio per questo), alla musica talvolta è concesso di rappresentare quella gioia in modo quasi concreto; se non di vederla e toccarla con mano, fuori del nostro orizzonte geografico, come una forza reale, come un benessere ingenuo e quasi fisico.
Scrivo questo dopo l'ascolto ripetuto di Sheherazade di Nicolaj Rimsky-Korsakov (nell'eccellente esecuzione dei Münchner Philharmoniker sapientemente diretti da Sergiu Celibidache) che, chissà per quale incanto, mi riproietta in un mondo lontano e (forse) felice, di cui non ebbi allora contezza e che oggi trasfiguro sognando.
Note leggère, note che sembrano fatte apposta per chiudere gli occhi e lasciarsi andare.

312. Che speri, che ti riprometti, amica, / se torni per così cupo viaggio / fin qua dove nel sole le burrasche / hanno una voce altissima abbrunata, / di gelsomino odorano e di frane?
Mi trovo qui a questa età che sai, / né giovane né vecchio, attendo, guardo / questa vicissitudine sospesa; / non so più quel che volli o mi fu imposto, / entri nei miei pensieri e n'esci illesa.
Tutto l'altro che deve essere è ancora, / il fiume scorre, la campagna varia, / grandina, spiove, qualche cane latra, / esce la luna, niente si riscuote, / niente dal lungo sonno avventuroso.
[Mario Luzi - Notizie a Giuseppina dopo tanti anni]

28 maggio 2007

306. Come Joyce nell'Ulisse requisì l'Odissea per fornire una struttura al suo materiale - materiale che, una volta sgorgato dalla roccia della personalità sigillata di Joyce sotto il tocco della bacchetta magica di Aaroon della libera associazione, minacciò di salire e sommergere l'artista, come l'inondazione che l'apprendista liberò con la sua scopa fatata... [Edmund Wilson - Axel Castle]

307. Chi ha un po' di dimestichezza con la psicoanalisi intuisce quanto non ci sia affatto bisogno della "mitologia" per instaurare un processo di libera associazione. E' vero che l'idea del labirinto (dal quale si deve uscire sempre, pena il non poter più accedere alla "luce dell'intelletto" di tomistica memoria) è una realtà strutturale in ogni percorso psicoanalitico, ma non è quella l'architettura sulla quale deve poggiare l'esplorazione e la risoluzione psicoterapeutica del vissuto (che la libera associazione porta sempre con sé). E' l'origine quella che conta; il labirinto non è altro che il "medio termine", l'antro oscuro dal quale far emergere il processo associativo che, ripulito dagli orpelli della "mitologia personale", potrà essere reinserito in un corso vitale consapevole, in uno sviluppo cosciente che deve portare verso la liberazione da modelli innaturali.
[I vari "teoremi" sulla letteratura dei giorni scorsi hanno sviluppato pensieri complicati, tutti da decifrare. Magari perseguirò la "chiave" sui diari cartacei, lasciando libero questo spazio per annotazioni meno oscure.]

308. Cosa ti manca, voce che rinasci, prossima al suolo come la linfa / dell'olivo che ghiacciò l'inverno scorso? / Il tempo divino che occorre per riempire questo vaso, / sì, nient'altro che amare questo tempo deserto e pieno di luce.
La pazienza per far vivere un fuoco sotto un cielo fugace, / l'attesa comune di un vino nero, / l'oro delle arcate aperte quando il vento / ha ombre che battono sulle tue mani pensose. [Yves Bonnefoy - L'uva di Zeusi]

27 maggio 2007

303. Oggi "a lezione" da Giacomo Debenedetti (così, giusto per rimanere in tema con le ultime letture e gli ultimi appunti di diario):

La gioventù è intorbidata da pese aspirazioni: mete imprecise la lusingano e vaghe nostalgie la esaltano. Attratti da questi fuochi le lacune dell'esperienza e il disordine del nuovo delle impressioni tendono a disporsi in appassionate e provvisorie ricostruzioni dell'universo: gioventù schiva e dottorevole (...) è l'atmosfera in cui suole ravvolgersi la giovinezza degli uomini pensosi...

Aveva vent'anni, Giacomo Debenedetti, quando scriveva questi appunti sulle poesie di Saba (che traggo da un altro pregevole Meridiano Mondadori - uscito nel 1999 con la cura di Alfonso Berardinelli). Ecco, io ora capisco bene perché una generazione di poeti (da Sereni a Bertolucci, da Luzi a Gatto) abbia "venerato" il proprio "critico di riferimento".
Un uomo che scrive così non solo può "giudicare" i versi altrui, può addirittura ispirarli...

304. Essere "civili" con trepidazione, con inquietudine, con angoscia, questo è assai insolito...
[Eugenio Montale - da Il secondo mestiere, Prose, 1920-1979]

305. Da lettrice appassionata mi sono resa conto che il romanzo avrà vita fino al giorno in cui ci saranno scrittori disposti a mettersi in gioco nel tentativo di manipolare, destrutturare (stavo quasi per scrivere "distruggere" ma mi è sembrato troppo) l'idea stessa di letteratura. E' vero, lo ammetto, testi come Finnegan's Wake, The Sot-Weed Factor, Horcynus Orca, Rayuela, mettono a dura prova l'equilibrio psicofisico di qualsiasi lettore, anche del più ben disposto; questo non vuol dire però che dobbiamo nasconderci quanto sia necessario (anzi, obbligatorio) citarli come esempi universali di una sperimentazione che lascia da parte il tragitto tranquillo dei fatti, per inespicarsi sulle rocce nude e scoscese del linguaggio nuovo; di una forma che non ha (né potrà più avere dopo di essi) le caratteristiche di ciò che è stato scritto sino al momento in cui queste opere sono apparse. Questa "sperimentazione", questa "ricerca" non è casuale né tantomeno estemporanea; appartiene invece - in tutto e per tutto - alla consapevole, imprescindibile e assoluta tensione dell'uomo verso la mente vagabonda. Quella che non si lascia schiacciare dalle forme costituite, dall'universo vano del già visto e già sentito.
Quella, in poche parole, che abita dalle parti dell'arte. All'incrocio con i capolavori.

26 maggio 2007

300. Gli incospicui e negletti licheni, a salutarli a vista per nome, pare di aiutarli ad esistere...
Così dichiarava Camillo Sbarbaro che visse tutta la vita studiandoli. E ne scoprì nuove specie diventando uno specialista di fama internazionale. Questo suo amore segreto e scabro, che riesce a vivere nell'aridità più totale e nell'indifferenza della roccia, è anche il paesaggio della sua terra; il deserto - poi - della sua poesia tesa e aspra. Il distacco e il disaccordo col mondo costituiscono il trucco di cui si veste la sua opera (che per i temi mi è così tanto cara...). Così la sua vita tanto ricca di energia e di pathos si fa tanto più essenziale e dimessa nel suo linguaggio lirico.
E i titoli delle sue raccolte poetiche ben rispecchiano l'effimero della sua vita nell'arte: Pianissimo, Trucioli, Scampoli, Bolle di sapone, Rimanenze...
Ma credersi effimeri non vuol dire esserlo; Sbarbaro non lo era affatto e, a quarant'anni dalla sua morte, le sue poesie resistono bene al passare del tempo.

La bambina che va sotto gli alberi / non ha che il peso della sua treccia, / un filo di canto in gola. / Canta sola / e salta per la strada; ché non sa / che mai bene più grande non avrà / di quel po' d'oro vivo per le spalle, / di quella gioia in gola.
A noi che non abbiamo / altra felicità che di parole, / e non l'acceso fiocco e non la molta / speranza che fa grosso a quella il cuore, / se non è troppo chiedere, sia tolta / prima la vita di quel bene.
[da Rimanenze ora in Camillo Sbarbaro - L'opera in versi e in prosa]

301. (La negazione non è possibile. Come l'affermazione. E' assurdo anche dire che è assurdo, perché sarebbe come esprimere un giudizio di valore. Meglio dunque non eccepire, non esprimere nessuna opinione. Verrà il tempo per farlo, quando la regola del tempo disciplinerà ogni attimo che ora pare irremovibile).

302. Nella benemerita raccolta Tutte le prose di Umberto Saba, uscita nei Meridiani Mondadori, leggo molti pensieri che il poeta triestino ha dedicato alla lettueratura e soprattutto alla sua idea (che pare ricorrente) che prosa e poesia devono essere fatti assai più di cose che di parole, nascere non come un problema di stile, ma da una necessità tutta interiore, dalla fatalità dell'argomento, come specchio della vita e dell'umanità che soffre e opera. Da questa teorizzazione sulla letteratura discendono giudizi bellissimi, come questo su Italo Svevo (che alcuni critici definivano troppo "prosaico" nello scrivere):

Non è vero che scriva male. La lingua è cattiva, ma non ha una grande importanza. E' come un violinista di razza che suoni, invece che uno Stradivari, sopra un violino di poche lire; qualche volte "gratta" ma la melodia riesce intera...

25 maggio 2007

297. Verità... Ancora ritorna questo concetto a funestare la mente. Se credessi solo lontanamente a una sua possibile "epifania", la concepirei comunque come un'idea "plurale". Perché una verità "multipla" - sempre che esista - non è detto che sia per forza insufficiente o incompleta. Anzi può celare in sé l'idea che esistano modi molteplici (in senso di "diversi") di rapportarsi con essa, di accedervi, e che qualsiasi concetto "parziale" che si può avere del vero, non è altro che una delle tante stecche autonome di un più ampio ventaglio.
Ventaglio con il quale potrò forse (e finalmente...) sventolar via certi pensieri importuni come questo, che mi molesta da tempo.

298. Della lettura (...) si può dire quello che di un sorriso diceva Sterne; che essa aggiunge un filo alla tela brevissima della nostra vita. Essa ci rinfresca, per così dire; e ci accresce la vitalità...
[Giacomo Leopardi - dallo Zibaldone, p. 4450]

299. Baudelaire è il poeta della dissonanza (e chi ne sa di musica può capire cosa intendo). La sua attenzione lirica è sempre catturata dalle cose eccelse e ignobili, dai sentimenti virtuosi e infami; è come se egli dovesse accogliere in sé tutti i rumori "discordanti" del mondo.
  • Solo l'immaginazione contiene la poesia.
Recita così una delle sue frasi più celebri.
E per dimostrare la validità del suo assunto usò gli stessi strumenti della natura - profumi, colori suoni - per fare ordine in ciò che i sensi percepiscono come incoerente e contraddittorio. Un vero e proprio viaggio dantesco nei labirinti del cuore: per la prima volta qualcuno dà forma sublime al ridicolo, al basso, al grottesco; si attua la grande alleanza tra poesia e prosa, alleanza che non cessa di alimentare la cosiddetta "poesia moderna".
Parole inaudite e immagini luminose ci prendono come un vortice.
  • In Baudelaire tutto è incanto, musica, sensualità.
Scrisse Valery.
Indegna lettrice di quei versi, sottoscrivo l'esergo.
  • Le vin sait revêtir le plus sordide bouge / d'un luxe miraculeux, / et fait surgir plus d'un portique fabuleux / dans l'or de sa vapeur rouge, / comme un soleil couchant dans un ciel nébuleux.
    L'opium agrandit ce qui n'a pas de bornes, / allonge l'illimité, / approfondit le temps, creuse la volupté, / et de plaisirs noirs et mornes / remplit l'âme au delà de sa capacité.
    Tout cela ne vaut pas le poison qui découle / de tes yeux, de tes yeux verts, / lacs où mon âme tremble et se voit à l'envers... / Mes songes viennent en foule / pour se désaltérer à ces gouffres amers.
    Tout cela ne vaut pas le terrible prodige / de ta salive qui mord, / qui plonge dans l'oubli mon âme sans remords, / et charriant le vertige, / la roule défaillante aux rives de la mort!
    [Charles Baudelaire - Poison da I fiori del male]
  • La bettola più cupa sa rivestire il vino / d'un lusso da miracolo, e nell'oro / del suo rosso vapore / fa sorgere una fiaba di colonne, / come un tramonto acceso nella bruma.
    L'oppio ingrandisce ciò che non ha fine, / l'illimitato estende, / il tempo fa più cavo, più profondo il piacere, / e di nere, di cupe voluttà / l'anima sa colmare a dismisura.
    Ma più veleno stillano i tuoi occhi, / i tuoi verdi occhi / laghi dove si specchia e capovolto / tema il mio cuore, abissi / amari dove a frotte scendono a bere i sogni.
    Più tremendo prodigio è la saliva / della tua bocca / che intaccandomi l'anima l'affonda / senza rimorso nell'oblio / e a filo di vertigine, languente, la spinge alle rive dei morti!
    [Traduzione di Giovanni Raboni]

24 maggio 2007

293. Non so per quale arcano motivo, ma oggi leggendo dal bel blog Decollage questo forbito >>>post, ho rammemorato una preziosa frase di Kierkegaard. Precisamente questa:
  • La ripresa è un ricordare procedendo, a differenza della reminiscenza che è ripetizione volta all'indietro.
La lascio qui a futura memoria, con un ringraziamento particolare per chi ha contribuito a farla riemergere dalle spire di una memoria che ancora non ho capito se è dedita alla ripresa o alla reminiscenza...

294. Noto che in Rete si tende spesso a parlare di scrittura: di "come si scrive", di "quando (o quanto) si scrive", addirittura del "perché si scrive". Gli interrogativi (intesi in senso ortografico) non sempre sono presenti (segno che si naviga più sul piano delle certezze che del dubbio, e di questo mi compiaccio), eppure a volte - anche se non scritti - questi punti di domanda si manifestano ugualmente.
Notoriamente mi occupo di altro, nel senso che sto dall'altra parte della "barricata", cioè dalla parte di chi legge (e molto) e non scrive (se non queste effimere note di diario). E' vero che esiste un "correlativo oggettivo" (per dirla con Eliot) fra l'attivita di scrivere e quella di leggere, ma secondo me molto meno di quanto si pensi. E dico questo nel senso che, di fronte a uno "scrittore" - a uno qualsiasi, per intenderci -, nutro il rispettoso ossequio che è proprio dell'Ubi maior ecc.. Dunque non ho alcun titolo per intervenire nell'annosa questione e infatti, ove capiti una discussione sul tema, io non mi pronuncio mai. Però un consiglio (pur se non richiesto) mi sento di lasciarlo qui su questo blog, che considero a tutti gli effetti un territorio neutrale (e quindi degno di essere occupato per la circostanza).
Il consiglio è questo: è meglio non preoccuparsi troppo di come, quando, quanto e del perché si scrive. Infatti quando leggo certe cose ben riuscite, riconosco che esse si giustificano da sole, senza troppa difficoltà. Anche quelle non riuscite lo fanno, è vero. Ma, per scelta, delle prime parlo sempre, delle seconde mai.
Perché nella vita bisogna saper scegliere. E io lo faccio.

295. Grazie a Sandford Fleming il genere umano ha "domato" il tempo, ora sarebbe bene che cominciasse però a svincolarsene, cercando di tornare a focalizzare l'attenzione sulla vita, che rispetto al tempo, è cosa ben più importante. Non è possibile, infatti, che la presunta carenza del primo porti a un'immotivata trascuratezza verso la seconda.
No, questo non è bene.

296. Se tu vorrai sapere / chi nei miei giorni sono stato, questo / di me ti posso dire. / A una sorte mi posso assomigliare / che ho veduta nei campi: / l'uva che ai ricchi giorni di vendemma / fu trovata immatura / ed i vendemmiatori non la colsero / e che poi nella vigna / smagrita dalle pene dell'inverno / non giunta alla dolcezza / non compiuta la macerano i venti. [Franco Fortini - Parabola in Una volta per sempre]

23 maggio 2007

290. In campagna e nei giardini pochi elementi sono più vivaci e "intelligenti" di un muro a secco: le pietre, posate secondo criteri collaudati da millenni, diventano, nella loro asimmetrica regolarità, parte di un grande insieme elastico, vivo e palpitante. Le terre contenute respirano, gli alberi coltivati vivono sani e felici, le acque sgorgano libere...
Ogni anno, dopo un periodo di pioggia, qualche vecchio muro a secco qui nelle campagne circostanti, dà segni di leggeri smottamenti e alcuni addirittura decidono per un motivo o per l'altro di "spanciarsi" e cadere. Nessuno si cura di tirarli nuovamente su (molti appezzamenti sono ormai incolti da tempo, levato qualche oliveto, peraltro assai mal tenuto) e comunque, anche per chi volesse, sarebbe impossibile - per una realtà contigente e vera - trovare qualche muratore che abbia ancora la manualità e la conoscenza per la ricostruzione "com'era e dov'era". Mi sono informata, se esistesse giuro che li farei tirare nuovamente su a spese mie, ma mi hanno spiegato che oggi si lavora solo col cemento. Ma così facendo i muri non sono più gli stessi, non trasudano, non respirano più e diventano, anche se costruiti bene e molto belli, parte di un mondo più rigido e molto meno eloquente...

[Chissà se in Italia esiste un'associazione come >>>questa (o come >>>questa). Per ora non sono riuscita a trovarla].

291. Al risveglio voglia di Simenon, ma quale? Quello de Il fuorilegge, o quello de I funerali del Signor Bouvet? Oppure un "Maigret"? (Magari quello plumbeo e duro de Il porto delle nebbie). E perché non Il fidanzamento di Mr. Hire?
Scelta difficile, ne va della giornata.
[Alla fine ho scelto I conti sbagliati di Malétras (che possiedo in una bellissima edizione Mondadori - nella superba collana Medusa - del 1964, tradotto da Elena Cantini). Il più (ri)letto, il preferito.]

292. La lotta dura, incessante per (r)esistere. Per portare con serenità sulle spalle la tua irredimibile mancanza. Io spero, spero sempre. Perché anche Sisifo, condannato alla fatica eterna, può sperare.
Sperare che il macigno che trascina, a forza di rotolare si consumi. Tanto. Fino a diventare una pietra piccola, rotonda e liscia, come quelle che da piccola raccoglievo sul fiume per poi portare con me a casa.
Con me a casa, anche oggi la porterei, quella pietra che mi hai lasciato, che non vuol saperne di diventare piccola. E ogni tanto la guardo, con un sorriso triste, e non posso fare altro, qui, su e giù per quest'aspra montagna che è la vita. Inospitale e dura senza te.
Eppure tutta ancora da vivere.
Perché, come Sisifo, ho ancora voglia di (r)esistere.

22 maggio 2007

286. Un >>>post sul bel blog di Stefania mi ha fatto riandare con la mente a un libro "magico" (in tutti i sensi) e cioè a Cloudstreet di Tim Winton, che ho letto qualche anno fa. Un romanzo che mescola la fantasia al fantastico, il viaggio all'infinito, la trasfigurazione ai drammatici eventi del contingente.
Immediata è stata allora la voglia di rileggerlo e così assieme a Winton, a Sam Pickels, ai Lamb, a Quick, a Fish e a tanti altri, ho abbandonato la memoria per pescare a piene mani dal cesto ricolmo della follia umana. Quella buona, però; quella che non genera mostri, che anzi li ridicolizza e basta, rendendoli così a portata di mano e di cuore.

287. Oggi è arrivato finalmente il regalo che mi sono fatta qualche giorno fa: l'Iliade e l'Odissea illustrate da Mimmo Paladino. Ben 202 disegni che il grande artista ha dedicato alla lettura dei poemi omerici: un grande teatro di segni e figure, di colori e tecniche pittoriche. Il pittore ha inseguito la musica delle narrazioni, quella delle lance e delle spade, degli scudi e delle grida delle onde e dei silenzi. E' come se avesse disteso un immenso foglio e ci si fosse inoltrato con i colori pieni di oro, di blu, di azzurro e giallo, per lasciare dei segni, dei graffiti, delle tracce di un tempo e di un luogo universali, che sono sì nella Storia ma sollevati ormai essa.
E' un lungo canto pittorico che ha immagini di Ulisse e di Achille, di Patroclo e di Enea, di Penelope e dei Proci, di Troia e di Itaca, ma anche di una storia umana universale, senza confini geografici e temporali, che finisce per assumere quei sentimenti d'amore e di dolore che hanno la vastità dell'esistenza terrena.
Dieter Koeppelin, che ha curato l'edizione, parla di "superiore qualità decorativa", di "lirico". E' così, come una poesia fatta di segni e colori trasparenti distesa sulla grande poesia di Omero.

288. (La memoria nel segno di un paradigma non solo letterario, trascende la Storia, e sostanzia le storie; l'amore riscatta la vita e la morte; l'appagamento scaturisce da una ricerca incessante.
Il fatto che io mi stia muovendo in cerca di qualcosa che potrebbe anche non manifestarsi mai, mi rende quanto mai emozionata. I miei anni di scienza mi hanno resa forte, paziente, imperturbabile.
Sono pronta a scontrarmi col niente, a divenire niente io stessa.)

289. Se tu dovessi arrivare d'autunno, / caccerei l'estate / come la massaia caccia la mosca, / con un piccolo sorriso e una smorfia di sdegno.
Se potessi rivederti fra un anno, / dei mesi farei tanti gomitoli - / che riporrei in cassetti diversi, per paura che i numeri si rifondano -
Se solo fosse questione di secoli, d'attesa, / li conterei sulla mano, sottraendoli / fin quando non mi cadessero le dita / nel paese di Van Dieman.
Se fossi certa che oltre questa vita, la mia e la tua saranno - / la butterei lontana, come una buccia, la mia - / e sceglierei l'eternità -
Ma ora - incerta della durata di questa - che a metà si pone, / come un pungolo la sento, un'ape folletto - / di cui non sai - quando pungerà.
[Emily Dickinson - Silenzi]

21 maggio 2007

281. Montalianamente parlando, ci vogliono molte vite per averne una come si deve. Ma non si deve desistere, con un po' di sforzo possiamo riuscire a vincere almeno la parzialità dei giorni.

282. Il filo conduttore di tutto, naturalmente, sembra essere sempre la morte. La morte che ognuno teme, corteggia, lusinga. Ma la vita in sé non ha nulla di lugubre (casomai lo diventa), e come potrebbe? Troppo vento soffia tra le pagine dei giorni, vento di Grecia e di Lusitania, brezze di Sicania e di Bretagna, aure di København e di Nouakchott.
C'è così tanta aria qui, non è possibile che ristagni la malinconia, o che l'idea della morte faccia capolino per inquietare la vita.
Basta un soffio di vento, un semplice, puro soffio di vento, per ripulire il cielo del giorno dalla nube dell'ignoto.

283. Forti e spavaldi i ponentini della costa. / Li conosco bene quelli della notte in mare. / Tagliano i confini. / Sono liberi...
[Guido Seborga - in L'uomo di Bordighera di Massimo Novelli¹]

¹ Ringrazio --->Remo per avermi - come sempre - ben consigliata.


284. Ombra e controra, identità e scissione, caso e destino...
Sto leggendo La manutenzione degli affetti di Antonio Pascale, brevi le note a margine, molti i pensieri inclusi. Ripartire.

285. Io credo nella "vita organica" di certi libri. Sì, alcuni paiono proprio avere una loro "personalità" o almeno qualcosa di dinamico dentro, se così posso dire. Li vedo in uno scaffale delle mie biblioteche, magari mentre sto cercando altro, e quindi procedo oltre. Poi però torno sui miei passi, perché l'occhio ha ricevuto comunque un segnale. Li prendo in mano, li sfoglio. Esito. Non so perché ma me li porto dietro con nonchalance fino al divano e li poggio accanto agli altri, a quelli che - in teoria - avevano diritto di precedenza (perché facevano parte delle letture che stavo portando avanti prima di alzarmi a cercare loro simili).
Questi libri "dinamici" però non hanno fretta; hanno una volontà calma, riescono a stare a lungo in attesa. Ma arriva un momento, probabilmente deciso da loro e non da me, in cui non posso fare a meno di aprirli e leggere una frase a caso. In quel momento so già che resterò magnetizzata e che continuerò a prelevare ancora qualche frase qua e là; in questo modo il fascino della loro (ri)lettura aumenta e non ne esco più. Il circolo iniziato con l'incontro "occasionale" è virtualmente chiuso. Da quel punto in poi - e per il tempo che deciderà lui - "quel" libro diventa una presenza attiva nelle ore e nei pensieri: non si tratta più di "divorarlo", come mi accade magari con i romanzi avvincenti, e nemmeno di studiarlo, come faccio con certa imprescindibile saggistica. No, si tratta semplicemente di convivere con lui, di farmi fare compagnia, di accettare, insomma, che occupi la mia vita e ne disponga come vuole.
E' una cosa che non farei mai fare a nessun altro, sia chiaro.
Beato lui.

20 maggio 2007

280. Rousseau, il Doganiere, quando dipingeva le sue opere così irreali e piene di chimere, restava intimorito da ciò che usciva dalla propria fantasia e si affrettava ad aprire subito le finestre del proprio studio, quasi volesse far uscire i "mostri" che lo abitavano.
E' noto che Henri Matisse portava avanti due quadri per volta e alla piccola folla, che per vederlo all'opera riempiva il suo "atelier", spesso citava Claudel e Nietzsche.
Il grande viveur e cittadino del mondo Edward Wortley Montagu, dopo aver viaggiato ovunque, si trovò a morire a Padova, strozzato dall'osso di un beccafico.
Walt Whitman lasciò ordini precisi (pieni di meticolose descrizioni) su come avrebbero dovuto svolgersi i propri funerali: doveva essere affittato un appezzamento di terra, lo si sarebbe dovuto recintare e poi si sarebbero dovuti erigere tre tendoni: in quello centrale sarebbe stata esposta la sua salma, in quello di sinistra si sarebbe dovuto approntare una gigantesca grigliata di carne e in quello a destra si sarebbero serviti birra e whisky. Gli ospiti si sarebbero spostati da un buffet all'altro rendendo omaggio ogni volta al catafalco dello scrittore.
E' tutto scritto: sul Mercure de France dove, tra il 1911 e il 1918, Guillaume Apollinaire redasse una serie di "Aneddoti" di cui questi non sono che una minima parte (vi si parla infatti anche di Cendrars, di Savinio, di Cezanne, di Braque, di Gide, di Wilde e di molti altri ancora. Le più grandi personalità della cultura dell'inizio del secolo scorso passano al vaglio della penna arguta di Apollinaire, lasciando una traccia, un lampo di genio, a volte una sola parola.
L'occhio dello scrittore si presta ora alla melanconia, ora al sentimento, qualche volta alla malizia, mai al livore. In queste pagine c'è una tale "grazia", una tale fluidità narrativa che la lettura diventa quasi un'astrazione; in realtà Apollinaire parla - e la sua voce pare di sentirla - con quella musicalità propria della sua lingua, del suo estro, della sua poesia.

  • Il retrouve dans sa mémoire / la boucle de cheveux châtains / t'en souvient-il à n'y point croire / de nos neux étranges destins
    Du boulevard de la Chapelle / du joli Montmartre et d'Auteuil / je me souviens murmure-t-elle / du jour où j'ai franche ton seuil
    Il y tomba comme un automne / la boucle de mon souvenir / et notre destin qui t'étonne / se joint au jour qui va a finir
    [Guillaume Apollinaire]
  • Lui ritrova nella memoria / la ciocca di lei castana / non par vero ma ti ricordi / dei nostri due destini strani
    Di boulevard de la Chapelle / del bel Montmartre e di Auteuil / me lo ricordo mormora lei / il giorno che ho passato la tua soglia
    Vi cadde come un autunno / la ciocca del mio ricordo / e la sorte di noi che ti stupisce / si sposa al giorno che finisce
    [Traduzione di Vittorio Sereni]

19 maggio 2007

277. Secondo Gesualdo Bufalino: "un aforisma ben fatto sta tutto in otto parole" (anche se per dirlo ne ha usate nove...). Ma Bufalino non pretende di dirci che questo sia un aforisma ben fatto (anche se i suoi lo sono tutti) ma semplicemente spiegarci quali misure ideali deve avere - secondo lui - una sentenza breve. Otto parole, appunto.
Ho provato a vedere se è vero:
E' vero.

278. E' strano, il sentire comune sull'epica. Sa di scuole medie, di ginnasio e si è abituati a pensarla, solo, come tematicamente legata alla guerra, alla sua celebrazione. Ma l'epica è innanzitutto l'inventario dei fatti o, meglio, delle divagazioni, che a partire da un mondo, da un'idea narrativa di mondo, lo saziano fino a dargli una forma che non ha centro, perché è un mondo e diviene. Un po' il contrario del romanzo tradizionale, dove è la retta che conduce la narrazione a delineare il tragitto, e nella fine si dispiega e congeda fissandosi. L'epos si muove invece a zig-zag, continua a indugiare sulle periferie, trova il proprio focus dove il romanziere rischierebbe di perdersi. In questo senso, tracce di epos persistono in tutta la tradizione letteraria occidentale fino a oggi. Epiche sono le digressioni infinite di Dostojevskij, epiche erano, alle origini picaresche del romanzo, le avventure di Don Chisciotte, i cataloghi di Rabelais come epiche hanno continuato a essere, nel nostro Novecento, le "sbandanti" esasperazioni sintattiche e lessicali di Gadda (e Manganelli) e gli inventari di cronaca di quattro decenni italiani di Nanni Balestrini... [Aldo Nove - Almanacco Guanda 2006]

279. Credi che il pessimismo / sia davvero esistito? Se mi guardo / d'attorno non ne è traccia. / Dentro di noi, poi, non una voce / che si lagni. Se piango è un controcanto / per arricchire il grande / paese di cuccagna ch'è il domani. / Abbiamo ben grattato col raschino / ogni eruzione del pensiero. / Ora / tutti i colori esaltano la nostra tavolozza, / escluso il nero.
[Eugenio Montale - Raschino in Satura]

18 maggio 2007


272. Si erano lasciati coinvolgere in qualcosa - pensava lei - che forse era anche meglio dell'amore, qualcosa con un proprio ordito intenso e fuori del tempo, con interni densi e tumultuosi e altezze vertiginose.
Cosa fosse esattamente questa cosa, era difficile dire.
Ma non era stata una cosa da nulla.

[Richard Ford - Dominion in "Infiniti peccati"]

273. Breve nota su Peter Handke.
In alcuni dei suoi racconti noto una predilezione alle succinte descrizioni delle azioni di uno qualsiasi dei suoi protagonisti, uomini o donne che siano, i quali finiscono poi per scegliere il non detto, l'immutabilità delle cose e - perché no - delle emozioni, al posto delle parole che servirebbero. E' un modo di fare letteratura che definirei "fotografico" e che lascia ampi margini di intervento al lettore, alla sua fantasia, al suo vissuto, al suo essere "compartecipe" del "momento" fermato dall'autore in quelle brevi righe. Come in quei giochi per bambini in cui, unendo i trattini, viene fuori infine una figura coerente.

274. Nella letteratura, nella musica, nelle arti, le emozioni hanno pieno diritto di cittadinanza: in queste attività vi è l'implicita consapevolezza che esse, pur venendo alla luce da un magma irrazionale, agiscono cognitivamente, incrementano cioè il nostro patrimonio d'esperienza. Nella filosofia invece, da Platone in poi, tra la razionalità e le passioni esiste un acerrimo disaccordo. Almeno dagli Stoici fino a Kant, il Logos si rende immune dall´altro da sé, dall'insidiosa ingovernabilità di desideri e passioni, affetti ed emozioni...
Il resto --->qui.

275. Posso testimoniare che leggere cambia il tono dell'umore. A volte mi accingo alle letture quotidiane con in testa pensieri "contaminati". Bastano pochi minuti e tutto cambia, le parole hanno preso il sopravvento su quei pensieri, alla cogenza della realtà si è sostituita l'immanenza della finzione.
Ho pensato che - sovvertendo ogni ragionamento etimologico - potrei associare alla parola italiana "lettura" quella latina di "litura" che tra molti altri significati aveva anche quello di "cancellazione" (come non ricordare il celebre epigramma di Marziale, il decimo tratto dal IV libro...).
Sì, la lettura compie nella mia mente l'analogo procedimento che ogni studente romano operava sulla sua tavoletta di scrittura: spalma cioè la cera dell'oblìo su certi fastidiosi pensieri del presente, che - se devo proprio essere sincera - fanno proprio di tutto per non piacermi.

276. Ieri è uscito in tutte le librerie italiane La figlia perfetta di Anne Tyler, una delle poche autrici la cui opera mi permetto di consigliare ancor prima di averla letta. E ho detto tutto.

17 maggio 2007

269. Tuffarsi nell'esistenza di Dostoevskij con un sentimento intenso e travolgente di identificazione e compassione. Scavare con attenzione e diligenza, e dal di dentro, la relazione complicata tra il grande russo e la sua consorte, Anna Grigor'evna. Sentire con lui il morso della nevrosi compulsiva, ma anche l'emozionante sensazione di dominio che è propria di chi cammina sul filo della vita, di chi gioca a dadi col destino in ogni momento.
Compatirne l'imbarazzante insieme di frustrazioni, di sensazioni di smacco e di inferiorità, l'irrazionale invidia. Lisciargli il volto con affetto dopo che l'epilessia lo ha spinto in alto, fino a sperimentare l'arcano spirituale, per poi schiantarlo a terra, a contorcersi sul pavimento.
Addentrarsi con lui fra i banchi di una pasticceria tedesca, per comperare una torta con cui cercare l'indulgenza della moglie, dopo l'ennesimo litigio. Genuflettersi assieme alla sua intera famiglia con le ginocchia nella neve, vicino al limitare di una cappella, fino a sfiorare quasi con la fronte il manto bianco per poi alzarsi e raggiungere il capezzale dove i figli, i familiari e i conoscenti assistono alle sue ultime ore.
E' questo che ha fatto Leonid Cypkin in un libro tutto dedicato a Fëdor Dostoevskij. Si tratta di Estate a Baden-Baden, un testo sublime che ho divorato in poche ore. Un libro che mi ha lasciata appagata, certa di aver indagato - attraverso gli occhi dell'autore - alcuni aspetti della vita dello scrittore che non conoscevo. Aspetti che mi hanno ancor più illuminato sulla sua arte potentissima, disperata fino all'impossibile.

270. Chissà se fu l'innocenza di Abele, prediletto di Jahvè, a scatenare la furia omicida di Caino. Chissà se fu l'innocenza di Billy Budd, prediletto dagli uomini a scatenare il pugno contro Claggart. Discussa virtù, l'innocenza, che - propria dei bambini - coincide spesso con l'ingresso nell'età adulta. E' vero che rende amabili, ma sconfina a volte in un'irritante incoscienza, e magari in un'inconsapevole e per ciò stesso più imprevista perfidia.

271. Su un ramo secco e arido / è fiorito un fiore / stanotte nel timore / che gli sfuggisse maggio.
Non ci contavo ormai, / lo davo per spacciato / al mio sguardo, inutile. / Quasi l'avrei tagliato.

16 maggio 2007

266. Si racconta che invitato una volta a Roma da Sibilla Aleramo, nel maggio del 1943 - in un periodo in cui sulla Capitale cominciavano a piovere le prime bombe alleate -, Filippo De Pisis si presentò dalla scrittrice con un mazzo di variopinti fiori di campo che aveva colto personalmente e che non avevano nulla da invidiare, per intensità di colori e accostamento, a uno dei suoi quadri. Lusingata, Sibilla compose i fiori in un vaso di cristallo della sua soffitta di via Margutta, e poi li sistemò sopra un mobile perché gli amici potessero goderne. - Che bel quadro ne farei... - De Pisis non smetteva di guardarli. E Sibilla che viveva lo stesso incanto: - Già, è veramente un peccato farli appassire così. Se crede li può riprendere; tanto noi tutti li abbiamo già goduti -.
Così, al momento di salutare, de Pisis decise di riportare via i fiori. Tutto ciò era assolutamente naturale per lui, che disdegnava ogni interesse materiale. Tanto che preferiva spesso regalare i suoi quadri a chi li amava (non di rado a qualche pittore povero) e non a chi li pagava di più.
Ardeva, tanta era l'ansia di carpire il mistero della brevità della vita. Per questo si occupò di botanica e di zoologia; scrisse poesie, racconti, saggi critici, diari e romanzi, con lo stesso strazio e la stessa levità dei suoi dipinti.

Bibl.:
- Filippo De Pisis - Confessioni, ed. Le Lettere, 1996
- Nico Naldini - De Pisis
- Sileno Salvagnini - De Pisis
- Giovanni Comisso - Il mio sodalizio con De Pisis, ed. Neri Pozza, 1995
- Sibilla Aleramo - Un amore insolito (Diario 1940-1944), ed Feltrinelli, 1979
- a cura di B. Conti e A. Morino - Sibilla Aleramo e il suo tempo. Vita raccontata e illustrata, Feltrinelli, 1981

267.
Il bimbo biondo / un angiolo, / a una finestra / immerge la cannuccia / di carta nella tazza del sapone / e soffia in giro. / Come un fiore / che sboccia / gonfia la bella sfera / piega a pena / nel vento, si stacca / vola via leggera / ondeggia si colora / di azzurro di rosa / e di madreperla, / sale come un pianto / gentile in alto. / Io t'invidio / fanciullo mirabile / e artista inconscio / un poco forse t'assomiglio. / Che è una bolla di sapone? / Eppure è un'umida sfera irreale / che riflette liriche e fa pensare / alle sfere celesti. / Si inebria delle ricchezze / del mondo / labile specchio dell'universo. [Filippo De Pisis - Le bolle di sapone da Poesie]

268. C'è un'ambigua frontiera sulla quale ogni essere umano sembra danzare la sua storia. E' un'eccezione, uno sbaglio? O non è piuttosto la danza continua di milioni di uomini che, come tanti dervisci rotanti, formano la Storia? (I molti modi in cui si mostra l'imprendibile magia della vita, la risorsa - questa sì davvero imperdonabile - del nostro comune vagabondare. Anche stando fermi, in un posto solo, per sempre).

15 maggio 2007

263. La vera letteratura non può mai essere d'accordo con nessun potere, politico o religioso che sia. In particolare il romanzo, nella sua natura necessariamente progettuale, non può che cercare un ordine in fieri e "altro", un ordine che non è - né potrà mai essere - quello del potere.
Dichiarare che realtà ed etica non siano cose concesse per qualche forma di "intercessione", ma costruzioni umane imperfette, continuamente da conquistare, è il punto di partenza di ogni letteratura che si rispetti. Il romanzo - in modo particolare - risponde al nostro bisogno di meraviglia e di conoscenza, ma - nel suo costruirsi - la letteratura ci dice anche che non esistono regole, che nessun "comandamento" potrà mai essere imposto all'uomo da nessuno.
Le regole dovremo crearcele volta per volta, seguendo la realtà che ci circonda, inventarle, adattarle a noi man mano che procediamo. Che senso avrebbe seguire oggi precetti scritti e pensati per persone (tanto diverse da noi) vissute due o tremila anni fa?

264.
  • Quando l'uno o l'altro ricoprono una carica pubblica, al giusto succede, anche se non gli capitano altri guai, di veder andare sempre peggio i propri affari non potendo campare, e di non ricavare dalla cosa pubblica profitto alcuno a causa della sua giustizia; e di venire poi in odio ai familiari e ai conoscenti se non vuol favorirli per rispettare la giustizia. All'ingiusto accade l'opposto. E' a questo che devi guardare, Socrate, se è vero che vuoi osservare quanto maggior utile egli tragga dalla ingiustizia...
Queste sono parole di Trasimaco, il sofista che pare condannato a fare da "testa di turco" nei confronti della sapienza (ma anche di una certa pedanteria) di Socrate. Il brano è tratto dalla Repubblica, il dialogo forse più celebre (ma anche più controverso) di Platone.
Nell'opera si comincia prima a discutere di cosa sia la giustizia, per poi passare, sempre inseguendo la giustizia, a tracciare il modello di Stato retto dai filosofi e dai guardiani; poi si continua parlando bene della musica e male della poesia e del teatro; infine compare la celeberrima metafora della Caverna. Si immaginano cioè gli uomini incatenati nel fondo di un antro, con le spalle rivolte all'entrata e costretti a non vedere altro che le ombre degli oggetti che altri portano passando davanti all'entrata della caverna. Così per quegli uomini le ombre sono cose; e anche quando fossero liberati, la gran luce li accecherebbe sino a quando, a poco a poco, non si abituassero al fulgore della verità. Riconosco che, riassunta così la sua teoria, Platone potrebbe sembrare quasi un povero mentecatto. Anche se, a pensarci bene, posso capire cosa lo abbia spinto a scrivere cose del genere. In tanti alla sua epoca (ma credo non manchino anche nella nostra...) sembravano vivere davvero in una caverna scambiando le ombre per le cose, perdendo del tutto la sinderesi al cospetto di una "luce" qualsiasi. Anche oggi - sempre in tanti - mi paiono scambiare una semplice lanterna per la luce...
Platone reagiva in quel modo alla dissoluzione morale della sua cara "polis", e anche noi avremmo bisogno di tornare a cercare valori stabili, non "superindividuali", ma personali, che in qualche modo giustifichino la vita e la aprano a futuri possibili.

265.
  • La gente non ha più memoria / non per questo siamo meglio / disposti a frequentarci - / gli uomini gomito a gomito corrono all'autobus / i topi sono confinati al loro posto in cantina / le vetrine coi prezzi espongono la merce / le sirene sibilano in fabbrica o nelle orecchie d'Ulisse / non hai pazienza per la coda nemmeno davanti a un cinema / le scarpe non fanno più acqua le stringhe rotte si buttano / dai rami pendono frutti / dai ganci i macellati quarti / abbiamo tutti almeno due stomaci / òmaso abòmaso tanto il riempirli è facile / sfilandoti la gonna scopri una cicatrice / un tondo a sinistra sulla coscia: effetto / del gelo? di un vaccino? di una pallottola smarrita? / A data fissa sui giornali ricorrono dei segni / non si cancellano ma sono sempre più tenui... / sembra un'altra epoca e sono passati / con diversi problemi quattro lustri appena. [Nelo Risi - Prosa di Ricorrenza da "Dentro la sostanza", 1965, ora in Di certe cose]

14 maggio 2007

260. Grazie a --->questo libro mi imbatto nell' algoritmo miope di Rosenstiehl il quale (riassumendo) dice che per uscire da un qualsiasi labirinto bisogna sottrarsi alla tentazione di fare ipotesi globali, di costruire mappe mentali. Occorre cioè considerare solo ciò che si vede.
Quindi si esce dal labirinto solo accettando la nostra miopia. Essere miopi in un labirinto significa concentrarsi sui dati del problema, senza affidarsi a ingannevoli intuizioni. Dedalo è miope, ma si salva. Icaro vuole vederci più chiaro, ma precipita. A volte occorre un'intelligenza duttile, una razionalità adattabile: una logica più da artigiani che da artisti. Si esce da qualsiasi labirinto dando retta a ciò che si vede, non a ciò che si pensa di poter vedere.
E' una folgorazione: nel labirinto della mia vita mi sono votata al realismo scientifico, non a una qualsiasi fede. E ho trovato sempre l'uscita, da sola.

261. Certi grovigli appaiono inestricabili. Come quando si pensa di perdonare chi non vuol essere perdonato o di essere clementi con chi non ha mai saputo (né voluto) perdonare.
Per-dono. Ma si tratta realmente di un regalo? O non è piuttosto, come spesso accade per gli omaggi, un'arma a doppio taglio? Qualcosa che si offre presumendo di avere a nostra volta un tornaconto?

262. In pochi poeti del '900 è visibile come in Vittorio Sereni la prima verità che la poesia porta con sé: il suo essere - e continuo proporsi - quale un organismo vivo, fluido, che mentre si nutre di oggetti, di emozioni, di affetti, quegli stessi eventi essa trasforma, muta, per recuperarli alla memoria e restituirli a un'invisibile quanto tangibile biblioteca, una specie di nodo vitale dell'esperienza e della conoscenza. Di più: in Sereni, il dolore dell'esistenza, come la gioia, si confrontano con il lettore, con il possibile, e fino a quel punto - nel tempo della scrittura - inesistente lettore. Cerca, la poesia, il suo respiro, la sua natura, di fissare cioè quel qualcosa che le faccia superare se stessa e l'emozione originaria: e lo fa non solo scavando nel suo terreno di fertilità e portando verso il fuori ogni apparizione od ogni incontro, ma chiedendo via via a ogni avventore di entrare in campo col proprio bagaglio di narrazione, con la propria condizione di reciprocità.
E' questo che in tanti non capiscono: essere lettori non è meno importante dell'essere autori. Vuol solo dire vedere il mondo da un altro punto di vista.
E' come vedere l'erba dalla parte delle radici (come giustamente ebbe a dire Davide Lajolo).
  • Un grande amico che sorga alto su me / e tutto porti me nella sua luce, / che largo rida ove io sorrida appena / e forte ami ove io accenni a invaghirmi...
    Ma volano gli anni, e solo calmo è l'occhio che antivede / perdente al suo riapparire / lo scafo che passava primo al ponte. / Conosce i messaggeri della sorte, / può chiamarli per nome. E' il soldato presago. / Non pareva il mattino nato ad altro? / E' l'ala dei tigli / e l'erta che improvvisa in verde ombrìa si smarriva / non portavano ad altro? / Ma in terra di colpo nemica al punto atteso / si arroventa la quota. / Come lo scolaro attardato - né più dalla minaccia della porta / sbarrata fiori e ali lo divagano - / io lo seguo, sono nella sua ombra.
    Un disincantato soldato. / Uno spaurito scolaro.
    [Vittorio Sereni - Il grande amico* da Poesie]

    *Ringrazio Elisabetta per il suggerimento.

13 maggio 2007

257. In letteratura l'oggettività ha un valore del tutto irrilevante. Tutto è nell'occhio del trasfiguratore. Almeno in via teorica qualsiasi donna ha lo stesso potenziale romanzesco di Anna Karenina, basta saperlo centrare coi riflettori giusti.
L'orecchio infallibile per il "parlato", l'occhio discriminante per il dettaglio, il senso severo dell'economia e del ritmo aiutano nella narrazione, ma da soli non bastano a "mettere in scena" dei buoni racconti. Ci vuole ben di più in quella colla o intimo lievito di cui ogni autore possiede la breve o lunga formula e che - in mancanza di meglio - potrei definire "necessità"; un misterioso mix di distacco e coinvolgimento, di curiosità e compassione anche verso ciò che in apparenza si dileggia o si detesta.
E' questa "necessità" che arriva o non arriva al lettore, per inesperto o superficiale che esso sia.

258. L'aria qui ha un suono continuo, come un fruscìo costante, inesorabile; quasi un ululato sommesso che si interrompe solo quando il corvo che abita sulla torre vecchia vola da queste parti, per vedere se ancora esisto, per scambiare con me uno sguardo di sbieco.
Una volta espletato il rito, il corvo gracchia una specie di saluto e se ne va.
Ritorna sera, è tempo di oltrepassare di nuovo qualche confine.

259.
  • La sera invade il calice leggero / che tu accosti alle labbra. / Diranno un giorno: - che amore fu quello... -, ma intanto / come il cucù desolato dell'ora / percossa da stanza a stanza / dei giovani cade la danza, / s'allunga l'ombra sul prato. / E sempre io resto / di qua dalla nube smemorata / che chiude la tua dolce austerità.
    [Vittorio Sereni - da Versi a Proserpina in Poesie]

12 maggio 2007

254. Sono una "diarista" convinta (e questo blog ne è in qualche modo testimone). Amo anche (e soprattutto) i diari degli altri, perché mi danno l'impressione di entrare nella loro psicologia, di comprendere a fondo quello che in altre letture resta solo in superficie. Il diario che mi ha affascinato più di tutti è quello di André Gide, perché è la storia di uno spirito inquieto, ma anche la lezione di un maestro del gusto.
Forse nella letteratura italiana non abbiamo una grande tradizione diaristica. Se guardo all'800 penso a Niccolò Tommaseo, al suo "pecco, mi pento, ripecco". Il suo è un buon diario, non costruito "ad arte". Quello di Leopardi non si può definire "strictu sensu" un diario; troppo composito, poco incline al biografismo sincero (che invece è assai più deducibile dal suo epistolario). Per quanto riguarda il '900, invece, mi sono piaciuti molto i diari "morali" di Corrado Alvaro, scrittore che credo abbia scritto proprio fra quelle pagine le sue cose migliori. E poi c'è Tommaso Landolfi (ancora lui): i suoi diari sono solo in apparenza lavori "letterari", in realtà non fanno altro che denunciare una tragedia. Anche D'Annunzio (autore che non sta di solito in cima ai miei pensieri) ha scritto buone pagine di journal, a volte mi diletto a leggerle, anche con passione.

255. Ho visto il Nulla, e questo Nulla mi ha spinta a convincermi che molto (se non tutto) dipende da noi. Non siamo semplicemente "portati" dalla corrente di un fiume. Noi abbiamo in mano il timone e, se vogliamo usarlo, nessuno può impedirci di farlo.
Il vero diarista è colui che si trova in un'ansa del fiume, vede passare la grande corrente e prende nota. A me piace osservare in silenzio, ma descrivere con parole. Che siano scritte e non pronunciate vuol dire poco. Quel che conta è esprimersi. Penso in questo senso a Henri Frédéric Amiel che non ha fatto altro che dialogare con se stesso, nel suo intimo.

256. Nutro un certo disincanto per la frenesia dei giorni. Ripeto: non siamo portati, ma scegliamo di navigare. Quando sono sul punto di coricarmi mi capita spesso di ripensare alle mie stanze piene di libri, e mi chiedo che cosa dicono, che cosa resterà di tanta festa dell'ingegno. Accetto con tranquillità la possibilità che tutto questo possa un giorno scomparire. Di sicuro lo farà quando morirò, ma questo mi lascia del tutto indifferente. Peggio sarebbe se accadesse per i libri - e in vita - ciò che accade per certi amori, quando col passare del tempo non si ricorda più nulla, né il volto né il nome.
Scrivere dei libri nel mio diario (anche in questo diario) mi aiuta a non dover un giorno rimpiangere di aver dissipato, per distrazione, il mio vero patrimonio.
Qualcuno ha scritto che alla fine resta solo il bene che uno può fare.
Ecco, in questo senso io sento di averlo fatto.

11 maggio 2007

251. Non hanno più mèta le nostre pigre passeggiate, se non la realtà... Di', ti rammenti che tipo ero...? Mi tormentavo, mi rodevo... piangevo disperatamente... mi sciupavo gli occhi sui libri: quasi che un altro, un libro poi, potesse aiutarci. Forse volevo essere qualcosa o vivere davvero. Ora mi pare impossibile che fosse così... non è che mi sia rassegnata... è che, ti parrà strano sentirmelo dire, è che son quasi felice.
Tu vuoi dunque che ti dica tutto? Ebbene se proprio codesto senso io non volessi?... io ho un'unica passione... In realtà delle corse e del gioco posso fare a meno. E invece non posso fare a meno... di che? Forse di questa cadente casa piena degli ululati del vento... o piuttosto... di questa sonnacchiosa esistenza in cui affogano gli spiriti inquieti e le inutili manie. Ecco forse la mia passione: non... ma come si fa a dirlo così scopertamente? non vivere...
...Se si trattasse solo di arrivare non varrebbe neppure la pena di partire, tanto quel che si trova all'arrivo - ossia che non si trova nulla - ce l'hanno già detto... [Tommaso Landolfi - Se non la realtà]

252. Le grandi passioni non sempre sono simili ai grandi vini che invecchiando migliorano. Le grandi passioni esplodono, ti logorano, macerano nel dolore fisico dell'appartenenza, fanno correre gli anni in un vortice di tempo egoista, sfiorano l'abisso della totalità paradisiaca e poi suicida, e infine - spesso - svaporano in una tenerezza di memoria che diventa la compagnia del declino, dell'addio.

[Noi questo vino non abbiamo potuto berlo. Non abbiamo potuto scoprire se fosse diventato un sublime Vinum Optimum Rare Signatum, o un pessimo aceto. Non è stata colpa nostra, è vero, ma il dubbio sull'esito resta. E io, da sola, quella bottiglia non posso più aprirla.]

253.
  • Chi si perde di coraggio, / chi muore di paura? / Davanti a noi si apre un tempo / di grande avventura. / Teniamoci pronti per un lungo viaggio. / Forse il Saggio si duole ora / di averci lasciato così indietro, / un po' deboli, un po' persi. / Ma accorcerà le distanze / ci porterà per mano / in giro per l'universo. / Sono queste le nostre speranze. [Leonardo Sinisgalli da "Poesie di ieri", Mondadori, 1966]
Tutto quello che Leonardo Sinisgalli faceva era legato insieme alla ragione e alla passione, al reale e all'immaginario. I suoi oggetti, attraverso un processo naturale di semplificazione, si scoprono poetici dentro se stessi: si fanno simbolo, come richiamandosi a una scrittura-non scrittura primordiale tutta da decifrare. Una mosca, un altro insetto, una pianta, un gioco di bambini: cose - e luoghi - che la poesia ci fa conoscere laddove, con molta probabilità, la scienza e la storia non sarebbero mai in grado di farcele comprendere con tanta profondità. Sinisgalli partì dall'infanzia, sua e del suo paese, per giungere alla misteriosa quotidianità: quella che rapisce la felicità al tempo, ma che strappa alla vita quegli attimi che la rendono degna di essere vissuta.

10 maggio 2007

249. Oggi letture da autrici e autori diversi. Letture molto eterogenee, però tutte molto orientate (verso dove? Difficile dirlo, comunque lontano).

249a. Le identità sono fluttuanti, ma c'è sempre qualcuno che le usa come pietre per scagliarle contro gli altri e per difendere i propri interessi.
[Zygmunt Bauman - Intervista sull'identità].

249b. Il naufragio può essere salvifico o meno, ma resta comunque il tratto, o la traettoria, saliente di quella dialettica del vuoto che regola sempre i rapporti formali in tema di cinema e paesaggio.
[Sergio Arecco - Il paesaggio del cinema. Da Ford a Almodovar ]

249c. Saffo fu una poetessa, una sacerdotessa, un'iniziatrice. La divinità che serviva era Afrodite. Ma anche Saffo era divina. Incedeva tra i fumi dell'incenso, sollevando appena la veste sulle caviglie. Si dice avesse i capelli viola e un sorriso di miele...
[Silvia Ronchey in Erasmo. Trimestrale di civiltà europea. n. 27]

249d. ...Quell'esercizio che nasce col dubbio e con la meraviglia e che si manifesta ogni volta che contempliamo nuove possibilità; quell'atteggiamento che ci spinge a cercare dietro le cose quotidiane e a scavare sotto i sassi su cui camminano, a velocità diverse, il senso comune e la ricerca scientifica... La filosofia è la scienza delle domande mentre i manuali sono pieni di risposte. Ma una risposta senza domanda non potrà mai dirci nulla.
[Achille Varzi¹/Roberto Casati - Semplicità insormontabili. 39 storie filosofiche]

249e. Dimmi, Galatea: è possibile una mente senza cuore? [Richard Powers - Galatea 2.2]
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¹ Di Achille Varzi segnalo anche il libro Ontologia, che l'autore ha reso disponibile in versione integrale (in formato .pdf scaricabile) sul sito della --->Bibliotec@Swif.

250. La lontananza può essere a volte molto gradevole: il distacco dal luogo che si è abbandonato - forse per tutta la vita - si fonde in un orizzonte che prima nemmeno si pensava esistesse.
Occorre impadronirsi quanto prima possibile di questo orizzonte, magari distillandolo nell'ordito della memoria, renderlo conosciuto, familiare, non più ignoto. Considerarlo, insomma, mentalmente abitabile prima che lo diventi fisicamente.
In fondo è questa la differenza fra lontananza e esilio: la prima si sceglie, il secondo si subisce.