218. Stamane il cuculo ha cantato sulle cime del bosco di querce. Saranno state le otto; mi ha svegliata, mi sono riaddormentata felice. Lo aspettavo da qualche giorno e temevo che quest'anno mancasse l'appuntamento. E invece no, eccolo qua. Il caldo anomalo, al contrario, deve aver disorientato le salamandre. Gli anni scorsi avevo gli angoli dei giardini pieni di quegli strani esseri lucidi, goffi, lenti e pigri. Per fortuna le prime rane (o i rospi?), sia pur timidamente, hanno cominciato a "sussurrare" sul canaletto del rio.
Quest'anno la fermata invernale non è stata lunga, anzi, si potrebbe dire che quasi non c'è stata proprio, e quindi anche gli animali (compresi i miei cani e i miei gatti) sembra che fatichino non poco ad ambientarsi di fronte ad un'estate che appare quasi conclamata.
Non sono molti giorni che l'usignolo ha cominciato con le sue armonie funamboliche che accompagnano il mio assopirmi quand'è quasi mattino. La sua sarà una stagione lunga di bel canto, fortuna che non soffro di sonno leggero, altrimenti dovrei munirmi di tappi di cera...
Le prime nidiate di merli sono già schiuse, ne ho vista una, ieri, annunciata da una madre iperprotettiva che chiocciolava qualcosa, vai a sapere all'indirizzo di chi.
Mi sono accorta che gli usignoli amano fare i nidi in posti molto bassi, spesso proprio sul terreno. Considerano molto difesi quegli spazi tranquilli e quieti, inaccessibili o spinosi come i roveti densi o i boschi aggrovigliati e fitti di robinie e bambù. Qui hanno trovato sempre un terreno molto fertile, il roveto è proprio a bordo rio, e questo è una gioia per loro che sembra amino così tanto aver vicino un corso d'acqua. Non so se siano sempre gli stessi, però di anno in anno ritornano nei loro nidi e io sto bene attenta a che questo accada.
(I giardinieri mi guardano di sbieco quando vengono a rassettare i giardini. Lo so, sono dei perfezionisti, e io li chiamo per questo, però devono stare attenti ai nidi dei miei usignoli. Con quale canto migliore di questo, altrimenti, potrei mai addormentarmi?).
[E' bene che non mi lasci ingannare troppo dalle apparenze. E'
>>>lei che ha ragione (e Francesca converrà con me se dico "purtroppo")].
219. Ieri ho viaggiato tra
Virgilio e
Petrarca, con una puntata molto intensa tra le rime di
Sibilla Aleramo.
Su Virgilio ho "divorato" il bel saggio monografico di
Gian Biagio Conte dal titolo molto indicativo:
Virgilio. L'epica del sentimento. Si tratta di un progetto sul "sublime letterario" a cui l'autore sta lavorando da un pezzo e del quale sono già usciti, oltre al volume citato, anche quelli dedicati a Lucrezio e Petronio. Conte si sofferma a lungo sul cosiddetto "stile soggettivo" dell'
Eneide identificando il cuore del sublime virgiliano in "uno stesso gesto patetico" che "dà forma allo stile e dà anche forma ai contenuti", facendo coincidere a questo modo l'
èpos con il sentimento, in contiguità con il dramma. Un ottimo lavoro che oscilla tra la filologia e la "filosofia letteraria" sul quale dovrò senz'altro soffermarmi ancora.
Per la camminata boschiva pomeridiana ho scelto invece il
Rerum volgarium fragmenta di Petrarca, quello che io chiamo un "laico breviario di poesia". Con il sonetto proemiale, infatti, sono 366 componimenti, e leggerne una pagina al giorno potrebbe inaugurare il quotidiano fabbisogno umano di vitalità. Petrarca col suo stile che guarda all'umiltà delle cose (in contrapposizione alla solennità del canto) annuncia il valore autonomo della poesia, un universo che basta a se stesso ma che in lui non degenera mai nel solipsismo. E poi questo poeta è ancora così moderno, con quella complessità dell'io intento all'analisi di sé, con la continua comprensione della diversità, con la sua coscienza del dissidio tra il volere e il
disvolere che costantemente assediano l'uomo. E potrei continuare citando lo smarrimento di fronte alla caducità dell'esistere, la dialettica debole, la segretezza dei contrasti e dei conflitti interiori... Insomma, rileggere questi versi mi ha reso il cammino assai più leggero.
E a proposito di versi dicevo di Sibilla, la soldatessa dell'unica guerra che può definirsi veramente "santa": quella per l'amore. Ho dedicato la mia sera alla sua
Imminente sera e a quel canto, bellissimo, che altre volte ho citato (e che non mi stanco mai di rileggere):
- Sola nella stanza, / le mani aperte sotto la calda nuca, / ecco, mi volgo ai miei dolci giorni, / forme, sommesse ali, silenziose memorie. / Sollevata mi sento, e libera, / cima di sole, / e la mia lunga povertà più cara / d'un eletto diamante. / Voglio solo sopra il mio volto una rosa bianca.
In molti considerano i
versi di Sibilla Aleramo l'esito minore della sua arte letteraria, secondo me questi molti hanno torto. In pochi casi l'amore è declinato in maniera così intensa e pura. Tanto pura fino alla quintessenza (e
Selva d'amore sarà la raccolta che, per volere dell'autrice, raccoglierà la sua opera poetica fino al 1942).
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