akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

30 aprile 2007

226. Ogni volta che ripercorro le strade in versi di Catullo (e quanto ci vuole - immagino a tutti - per scrollare dal libro la vischiosità di certi insegnamenti liceali, legati a quel passero di Lesbia, amaro cimelio di un abbandono, e a non molto di più) riscopro quanto la poesia dell'irriverente veronese non la mandi mai a dire in fatto di erotismo. Erotismo che in lui si manifesta a volte disteso, quasi come un dolente respiro romantico, e a volte invece è brandito come una minaccia di irridere personaggi sgradevoli, prima ancora che malvagi.
In un certo senso, e cercando di attualizzare quello che forse non può essere attualizzato, è la letteratura (in questo caso la poesia) che rompe con la politica, con l'impegno, negli anni che caratterizzarono il passaggio sanguinoso dalla repubblica al principato. Anni che furono costellati dalle guerre di Cesare contro Pompeo e poi di Ottaviano contro Antonio.
Le storie letterarie ci spiegano come la poesia abbia accompagnato questo passaggio storico, abbandonando la retorica della antiche virtù e dei costumi degli avi: da un lato con il razionalismo scettico di Lucrezio, dall'altro con i poeti nuovi, quei "neoteroi" di cui Catullo è a appunto la massima espressione lirica.
Catullo sfotte Cicerone:
  • ...Verbosissimo fra tutti i romani / che a Roma sono, furono e saranno, / Marco Tullio, in tutti gli anni a venire, / a te porge il suo grazie più sentito / Catullo, / il peggiore poeta del mondo come / tu del mondo sei il migliore avvocato...
E risponde male a Cesare:
  • Non me ne importa niente di piacerti, Cesare, / né di sapere se sei bianco o nero.
Cesare probabilmente trattava Catullo con condiscendenza (del resto questa era una caratteristica propria della sua indole, una caratteristica che peraltro gli sarà fatale), come un personaggio turbolento ma del tutto innocuo nella vita mondana della capitale; in fondo un fiore all'occhiello, un orpello del tutto inutile ma esteticamente non disprezzabile.
Richiudendo il libro dopo la lettura mi sono chiesta se esista un rapporto diretto tra l'erotismo e l'erosione delle libertà, tra l'affermazione del carattere ostentativo dell'estetica del corpo e la progressiva perdita di potere (se mai l'hanno avuto) dei cittadini rispetto alla oligarchia che ci governa. In fondo, in tempi non molto lontani, ci sono stati fior di teorici che sostenevano il contrario, e cioè che l'erotismo era in tutto e per tutto una forma di "liberazione".
Credo però che né l'erotismo, né la liberazione dei costumi possa oggi nulla contro il degrado, generalizzato nelle forme più ipocrite, della virtù.
Nemmeno Catullo, oggi, potrebbe sferzare il potere ed esserne da quest'ultimo prima letto e poi ignorato.
Oggi, i poeti, non li legge quasi più nessuno, figurarsi chi tiene in mano le briglie (o le catene) del governo.
Chiunque esso sia.
  • E' primavera, il freddo si scrudisce. / Al soffio degli zefiri festosi / via via tace la rabbia dell'inverno. / Catullo, è l'ora di lasciare i piani / della Frigia / e la florida campagna / di Nicea dove regna la calura. / Voliamo alle città chiare dell'Asia. / Il cuore fugge avido di viaggi, / i piedi hanno il vigore della voglia. / O dolci compagnie di amici, addio, / partiti insieme da laggiù, da casa, / di ritorno per strade disparate. [Gaio Valerio Catullo - carme 46]

29 aprile 2007

225. Oggi sono riapprodata alle "rive" di Melville e al suo Benito Cereno, opera complicata che mi ha fatto puntare l'attenzione su un argomento non propriamente attinente al libro ma che, a pensarci bene, c'entra eccome: la guerra.
Carl Schmitt (sì quello della "teoria del partigiano" e delle "categorie del politico", teorico di cui ha scritto magistralmente anche Carlo Gambescia qualche giorno fa) scriveva che, alla fine della guerra, si sentiva proprio come questo personaggio di Hermann Melville: "Benito Cereno - specificava - è diventato in Germania il simbolo della situazione in cui versano gli intellettuali in un sistema di massa".
Che cosa succede a questo capitano di nave spagnolo? Durante un trasporto di schiavi scoppia la rivolta e il "carico" di uomini disperati che lui e il suo equipaggio doveva portare a destinazione, si ribella e si impadronisce della nave. I ribelli fanno fuori quasi tutti i marinai della nave, ma salvano il capitano e pochi altri perché governino il vascello nella sua navigazione. Così, quando ormai in gravi difficoltà, incrociano un bastimento statunitense e ne ricevono a bordo il comandante, riescono ad offrire al nuovo venuto l'immagine di una condizione di normalità. Benito Cereno non può denunciare il suo stato di soggezione, pena la vita sua e dei suoi. E solo quando si accorge di mettere a rischio anche la vita del comandante ospite che li sta soccorrendo, ha un gesto risolutore che interrompe la magia torva della finzione. Ma la rottura è solo esteriore. Benito Cereno resterà comunque prigioniero di questo condizionamento del Male nell'illusione della libertà: tanto che alla fine, pur salvato e scagionato da ogni responsabilità, ne muore. Ecco, la guerra ha un po' di questo potere malefico. In troppi pensano di avere - sempre e comunque - il controllo della situazione, di poterne uscire quando vogliono, mentre, da un certo punto in poi, sono in balia di forze che non sono più assolutamente in grado di poter controllare. E non parlo solo degli intellettuali come faceva Schmitt, questo sia chiaro; ma d'altra parte non c'è bisogno di avere la coscienza non del tutto limpida del filosofo tedesco per soffrire di questa situazione.
E dico questo proprio perché la guerra ha una sua malizia intrinseca che, se esistesse al di là di un piano puramente concettuale e metafisico l'incarnazione del "Male assoluto", questo concetto le apparterrebbe per intero. Tanto da far perdere, a volte, il principio di valutazione equilibrata anche a coloro che, di solito, in tempo di pace lo possiedono e lo insegnano.
Ho verso la guerra (verso qualunque guerra) un rapporto complesso; per quanto si cerchi da più parti di presentarmela come "giustificabile" (almeno in certi casi), io ne diffido in maniera assoluta, come si diffida di certi oppiacei dal cui abuso, nonostante le buone intenzioni ("smetto quando voglio"...), non si esce se non a costo di una cura che, assai spesso, è peggiore del male. E che comunque lascia ferite quasi sempre immedicabili.
  • ...La nave, quando fu chiaramente visibile sul pelo dei flutti plumbei coi suoi brandelli di nebbia che qua e là l'ovattavano lacerandosi, apparve come un imbiancato monastero dopo la bufera, piantato su un fosco precipizio dei Pirenei. Ma non fu soltanto una somiglianza fantastica, quella che subito, per un istante, quasi indusse Capitan Delano a credere di avere innanzi nientemeno che un carico di monaci. Chini sulle murate stavano molti che, nell'incerta distanza, parevano davvero una congrega di scuri cappucci; mentre s'intravedevano a sbalzi per i portelli aperti altre scure figure irrequiete, come di monaci veri che passeggiassero nei loro corridoi. Accostandosi dell'altro, questa parvenza dileguò e si vide chiaramente la natura della nave - una mercantile spagnola di prima classe, in trasporto di schiavi neri e altra merce di valore da uno scalo coloniale all'altro. Era un legno assai grande e a suo tempo doveva essere stato bellissimo, come in quei giorni se ne incontravano di tanto in tanto in quelle acque: vecchie tesoriere di Acapulco ormai sostituite, o fregate della regia flotta spagnola messe a riposo, che, come antiquati palazzi italiani, conservavano tuttora, scadute di padrone, tracce della passata grandezza... [Herman Melville - Benito Cereno]

28 aprile 2007

224. Torno ancora a Dostoevskij perché non so farne a meno, e torno soprattutto all'opera sua che considero in assoluto la più misteriosa (con tutti gli "annessi e connessi" che questo aggettivo, volutamente indefinito, può e vuole dire) cioè a L'idiota .
Dunque: il principe Myskin rinasce da un'epilessia infantile per incarnare il "totalmente buono" che conosce solo la legge del cuore. Rinuncia all'amore di Aglaia, fanciulla capricciosa ma armata di buone intenzioni sentimentali, per accogliere Nastasia Filippovna, donna discussa e umiliata, amata più che altro per pietà. Quest'ultima però, alla vigilia delle nozze con il principe, viene uccisa da Rogozin, un poco di buono suo amante e geloso. Dopo l'incredibile notte che Myskin e Rogozin passano accanto al cadavere di Nastasia, il principe ripiomba nel buio profondo della sua malattia.
Indecentemente riassunto così (e mi scuso con coloro - se esistono - che ancora non hanno mai letto, o almeno sentito parlare de L'idiota, per questo "svelamento" della trama) il romanzo può sembrare uno fra i tanti feuilletons ottocenteschi. Il fatto è che Dostoevskij esplora tutte le pieghe più riposte della bontà sino al remoto sottofondo utilitaristico, per restituirci la figura di un "puro folle" sottratto agli aloni del mito e calato in quell'aura di transizione in cui l'aristocrazia russa agonizza e muore, mentra la borghesia stenta a farsi strada. E' a questo punto, quando la storia appare quasi sospesa, che gli uomini si confrontano sulle categorie del bene e del male. La malattia sembra essere la condizione e il destino di questo cuore puro: che affascina le donne, subisce l'oltraggio dei mascalzoni, ma ugualmente li conquista. In lui ogni saggezza, ogni buon senso sembrano banditi, per un atteggiamento fiducioso assoluto.
Il mondo in cui ogni volta questo libro mi trasporta è del tutto fuori misura; tuttavia non l'ho mai considerato (e non lo considero neanche adesso) un romanzo scoraggiante, anche se è per me difficile dire perché. Così come è difficile spiegarmi come mai, ogni tanto, io senta il desiderio irrinunciabile di rileggerlo.
Forse perché non riuscendo a capire ormai quasi più nulla di quello che sta accadendo nel mondo "là fuori", coltivo la speranza di ritornare piccola, di ritrovare la condizione della fanciullezza, scrollandomi di dosso l'orribile storia della Terra e, soprattutto, del genere "umano" che la abita.
L'illusione gioca brutti scherzi, soprattutto a sera, quando le ombre si allungano e il silenzio del tempo appare del tutto irreale.

  • ...La questione è nella vita, unicamente nella vita, nella scoperta della vita, sconfinata ed eterna... Ma a che servono le parole... Io sospetto che quanto scrivo adesso è così simile alle frasi comuni che mi si stimerà senz'altro per uno scolaro d'infima classe, che mostri il suo bravo componimento sul sorgere del sole; ovvero si dirà che, io forse, volevo bensì esprimere qualche cosa, ma che con tutto il buon volere, non ho saputo spiegarmi. Soggiungo però che ogni idea geniale o nuova, o semplicemente in ogni idea seria, germogliata in questo o quel cervello, rimane sempre qualche cosa che in nessun modo si può comunicare ad altri, anche a scrivere volumi su volumi; e che, spiegaste la vostra idea per trentacinque anni di fila, sempre, sempre rimarrà qualche cosa che non vorrà mai uscire dalla vostra scatola cranica e che in eterno starà nascosta dentro di voi. Con essa voi morrete, senza aver comunicato ad alcuno la sostanza intima della vostra idea. Ma se io ora non seppi far intendere tutto ciò che nel corso di sei mesi mi ha tormentato, si capirà almeno che io, giungendo al mio attuale convincimento definitivo, a troppo caro prezzo, forse, lo conquistai... [Fëdor Dostoevskij - L'idiota]
I precedenti "infiniti ritorni" a Dostoevskij: >>>qui e >>>qui.

27 aprile 2007

220. E' vero che tutto è relativo. Oggi leggendo la Storia dell'impero bizantino di Georg Ostrogorsky mi sono convinta - sulla scorta di quanto illustra lo stesso autore - che ciò che da alcuni di noi, qui in Occidente, viene considerato l'autunno del medioevo, viene invece valutato da altri, in Oriente, come l'alba del rinascimento.
Mica poca la differenza.
Un'intera giornata, a livello storico, cambia molte cose. E non parlo solo della luce.

221. Sono abbastanza convinta che la letteratura sia la più stressante in assoluto fra tutte le forme artistiche, giacché richiede un controllo assiduo del timone nel viavai tra mondo reale e fantasia. Statistiche alla mano, romanzieri, poeti e drammaturghi sono i più colpiti da gravi disturbi della personalità, i più esposti alla depressione e al suicidio, o alla teorizzazione del suicidio (si veda Cioran) anche senza praticarlo. Se però la sorte è benigna (e per fortuna nella maggior parte dei casi lo è) i suddetti possono cavarsela (oltre che con la pubblicazione di qualche capolavoro) solo con un malessere stagionale, ciclotimico; quello stesso che affliggeva Goethe nelle ultime settimane d'autunno: una patologia che oggi si sa stimolata dalla diminuzione della luce naturale, mentre il gran tedesco questo non poteva saperlo...

222.
  • Solo quando Maometto e Cristo saranno dimenticati la verità vera splenderà su tutte le terre del mondo.
Così scrive Gemisto Pletone, filosofo neoplatonico rinascimentale, in ciò che è sopravvissuto al rogo del suo libro Le Leggi.
Vorrei proprio vivere tanto per vedere se la "profezia" del filosofo andrà a buon fine oppure no.
Non tanto per la prima parte della citazione (che mi interessa relativamente), quanto per la seconda. Conoscendo il genere umano ho però i miei dubbi.

223.
  • Qui sono giunto da un luogo dell'esilio, / perché un esilio sempre e in ogni luogo / è la vita dell'uomo e la sua attesa.../
    Aspetto te, serena voce / di chi m'incontrerà la prima volta, / voce di chi non mi conosce e spera / ravvisarmi fraterno, amico, fragile / arbusto di salvezza lungo il margine / costante di un abisso... [Giovanni Giudici - Poesie 1953-1990]

26 aprile 2007

218. Stamane il cuculo ha cantato sulle cime del bosco di querce. Saranno state le otto; mi ha svegliata, mi sono riaddormentata felice. Lo aspettavo da qualche giorno e temevo che quest'anno mancasse l'appuntamento. E invece no, eccolo qua. Il caldo anomalo, al contrario, deve aver disorientato le salamandre. Gli anni scorsi avevo gli angoli dei giardini pieni di quegli strani esseri lucidi, goffi, lenti e pigri. Per fortuna le prime rane (o i rospi?), sia pur timidamente, hanno cominciato a "sussurrare" sul canaletto del rio.
Quest'anno la fermata invernale non è stata lunga, anzi, si potrebbe dire che quasi non c'è stata proprio, e quindi anche gli animali (compresi i miei cani e i miei gatti) sembra che fatichino non poco ad ambientarsi di fronte ad un'estate che appare quasi conclamata.
Non sono molti giorni che l'usignolo ha cominciato con le sue armonie funamboliche che accompagnano il mio assopirmi quand'è quasi mattino. La sua sarà una stagione lunga di bel canto, fortuna che non soffro di sonno leggero, altrimenti dovrei munirmi di tappi di cera...
Le prime nidiate di merli sono già schiuse, ne ho vista una, ieri, annunciata da una madre iperprotettiva che chiocciolava qualcosa, vai a sapere all'indirizzo di chi.
Mi sono accorta che gli usignoli amano fare i nidi in posti molto bassi, spesso proprio sul terreno. Considerano molto difesi quegli spazi tranquilli e quieti, inaccessibili o spinosi come i roveti densi o i boschi aggrovigliati e fitti di robinie e bambù. Qui hanno trovato sempre un terreno molto fertile, il roveto è proprio a bordo rio, e questo è una gioia per loro che sembra amino così tanto aver vicino un corso d'acqua. Non so se siano sempre gli stessi, però di anno in anno ritornano nei loro nidi e io sto bene attenta a che questo accada.
(I giardinieri mi guardano di sbieco quando vengono a rassettare i giardini. Lo so, sono dei perfezionisti, e io li chiamo per questo, però devono stare attenti ai nidi dei miei usignoli. Con quale canto migliore di questo, altrimenti, potrei mai addormentarmi?).

[E' bene che non mi lasci ingannare troppo dalle apparenze. E' >>>lei che ha ragione (e Francesca converrà con me se dico "purtroppo")].

219. Ieri ho viaggiato tra Virgilio e Petrarca, con una puntata molto intensa tra le rime di Sibilla Aleramo.
Su Virgilio ho "divorato" il bel saggio monografico di Gian Biagio Conte dal titolo molto indicativo: Virgilio. L'epica del sentimento. Si tratta di un progetto sul "sublime letterario" a cui l'autore sta lavorando da un pezzo e del quale sono già usciti, oltre al volume citato, anche quelli dedicati a Lucrezio e Petronio. Conte si sofferma a lungo sul cosiddetto "stile soggettivo" dell'Eneide identificando il cuore del sublime virgiliano in "uno stesso gesto patetico" che "dà forma allo stile e dà anche forma ai contenuti", facendo coincidere a questo modo l'èpos con il sentimento, in contiguità con il dramma. Un ottimo lavoro che oscilla tra la filologia e la "filosofia letteraria" sul quale dovrò senz'altro soffermarmi ancora.
Per la camminata boschiva pomeridiana ho scelto invece il Rerum volgarium fragmenta di Petrarca, quello che io chiamo un "laico breviario di poesia". Con il sonetto proemiale, infatti, sono 366 componimenti, e leggerne una pagina al giorno potrebbe inaugurare il quotidiano fabbisogno umano di vitalità. Petrarca col suo stile che guarda all'umiltà delle cose (in contrapposizione alla solennità del canto) annuncia il valore autonomo della poesia, un universo che basta a se stesso ma che in lui non degenera mai nel solipsismo. E poi questo poeta è ancora così moderno, con quella complessità dell'io intento all'analisi di sé, con la continua comprensione della diversità, con la sua coscienza del dissidio tra il volere e il disvolere che costantemente assediano l'uomo. E potrei continuare citando lo smarrimento di fronte alla caducità dell'esistere, la dialettica debole, la segretezza dei contrasti e dei conflitti interiori... Insomma, rileggere questi versi mi ha reso il cammino assai più leggero.
E a proposito di versi dicevo di Sibilla, la soldatessa dell'unica guerra che può definirsi veramente "santa": quella per l'amore. Ho dedicato la mia sera alla sua Imminente sera e a quel canto, bellissimo, che altre volte ho citato (e che non mi stanco mai di rileggere):
  • Sola nella stanza, / le mani aperte sotto la calda nuca, / ecco, mi volgo ai miei dolci giorni, / forme, sommesse ali, silenziose memorie. / Sollevata mi sento, e libera, / cima di sole, / e la mia lunga povertà più cara / d'un eletto diamante. / Voglio solo sopra il mio volto una rosa bianca.
In molti considerano i versi di Sibilla Aleramo l'esito minore della sua arte letteraria, secondo me questi molti hanno torto. In pochi casi l'amore è declinato in maniera così intensa e pura. Tanto pura fino alla quintessenza (e Selva d'amore sarà la raccolta che, per volere dell'autrice, raccoglierà la sua opera poetica fino al 1942).

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I feed di Splinder continuano a non funzionare. Non me ne vogliano gli amici di quella piattaforma se, da molti giorni ormai, sono assenti dalle segnalazioni qui a fianco.

25 aprile 2007

216. Da Seneca ho imparato a non considerare la morte come un avvenimento futuro, visto che gran parte della "vita morta" è già alle mie spalle. Dai miei animali ho cercato di acquisire la loro dote migliore: non avere ansia. Mio padre mi ha trasmesso la pacatezza ("urli pure tutto fuori di me, purché non ci siano urla dentro di me"); devo a mia madre, invece, la comprensione (e la gestione equilibrata) tra desiderio e paura ("occorrono entrambi, pur non essendo indispensabili").
M.L. mi diceva che al pittore dà più soddisfazione dipingere il quadro che vederlo finito, perché alla fine egli gode il frutto della sua arte, ma "durante" egli gode dell'arte stessa. Giuseppe Rensi si convinse a non tenere più conferenze: "non ho una merce adatta ai gusti popolari", diceva. E non aveva torto. Antonio Banfi era fiero del suo ruolo di docente, perché "gli uomini mentre insegnano imparano". A Marpa, uno dei maestri di Milarepa, fu chiesto perché mettesse tanto impegno nell'insegnare una disciplina che pochissimi avrebbero compreso (e ancor meno praticato). Lui rispose: "Perché mi bastano pochi allievi; me ne andrebbe bene anche uno solo, anzi, anche nessuno".
Il difetto principale della vita, dico io, è che sembra avere sempre qualcosa di incompiuto; ma, a pensarci bene, questo potrebbe anche apparire come un pregio, nel senso che può spingere ad una ricerca continua. Di cosa? Difficile dirlo.
Del tempo invece non dovremmo preoccuparci troppo. A chi è in pari (e in pace) con se stesso, a tutti i livelli, non dovrebbe occorrere troppo tempo per fare ciò che dovrebbe. Di sicuro non sente il bisogno di sprecarlo nel fare ciò che non vorrebbe.
Concludo ancora con Seneca: "Sento tanti che si lamentano della vita. Perché lo fanno? In fondo lei non trattiene nessuno...".

217. Il tempo è come una freccia? Si muove cioè sempre in una direzione, dando vita a un presente in costante cambiamento? Oppure è circolare? Il passato continua a esistere? E se sì, dov'è finito? Il futuro è già determinato? Possiamo conoscerlo in qualche modo?
Le risposte (forse) >>>qui.

24 aprile 2007

213. Ritorno a Colette. Cioè alla donna e alla scrittrice che ha creato un alfabeto tutto suo, complicato ma efficace, semplice eppure ambizioso.
Ha dovuto farlo, perché non ce n'era uno che avesse la possibilità di farle scrivere tutto quello che lei sentiva di dover scrivere.
Ecco perché ha ideato di sana pianta un linguaggio speciale, mettendo a punto un codice espressivo che va ben oltre certe storie in particolare o certe trame complesse. Un sistema di scrittura semplicemente geniale, che io oggi torno puntualmente ad ammirare con inesausta devozione.

214.
  • Intrecciamo una corona / C'è chi ha viole di tuono / io soltanto un filo d'erba / pieno del linguaggio silenzioso / che qui fa lampeggiare l'aria - [Nelly Sachs - Poesie]
215. Vita, vita che s'intreccia, che si oppone, che mette puntigliosamente a fuoco vecchie memorie o che riporta alla luce quell'esigenza di voler essere a tutti i costi considerata, ascoltata, seguita. Che poi alla fine (e lo ha sostenuto efficacemente Tim Parks in uno dei suoi bellissimi racconti di Adulterio e altre divagazioni, pubblicato da Adelphi) è la molla che ci impone di capirla, di leggerla e persino di scriverla. Anche solo in qualche riga di diario.
Ma la vita si nutre anche di questo.
A volte soprattutto di questo.

23 aprile 2007

208. Rileggo affascinata quell'autentico gioiello che è Turn of the screw e mi convinco sempre di più che con tutta la sua opera Henry James ha cercato di spiegarsi la natura e i meccanismi dei sentimenti, con esiti a volte efficaci e a volte no. Tanto che persino l'autore, insoddisfatto di quanto indagava con romanzi e racconti, vi antepose spesso prefazioni fluviali e assai "critiche", nel tentativo di spiegare che cosa volesse dire con la metafora letteraria, producendo un'abbagliante galassia ermeneutica che ancora oggi, a volte, mi stordisce.

209. Quando, ragazzina, lessi per la prima volta La donna in bianco di Wilkie Collins (spinta da quella superlativa "maestra d'indirizzo" che era mia madre) ne restai affascinata e anche, in un certo qual modo, terrorizzata. Però di una cosa fui subito certa (anche se ricordo di essermi persa più volte nell'intreccio e di non aver avuto ben chiari l'ambientazione, il contesto, il motivo e l'esito del romanzo), ero certa di essere arrivata a casa, di aver trovato cioè "il romanzo della vita".
Incontri del genere avvengono di rado, allora non me ne resi bene conto, ma qualcosa avevo senz'altro intuito. Oggi sono più consapevole che, quando questo accade, si tratta assai spesso di coups de foudre letterari, ma può capitare che si proceda anche per "accumulo", nel senso che, dopo anni che si frequenta un libro - o non lo si tocca, ma lo si mantiene vivo nel ricordo - ci si rende conto che fa parte di noi, come la pietra angolare che sostiene un intero lato della nostra casa.
Ho sempre avuto una vecchia edizione Garzanti che mi ha accompagnata in tutti questi anni; logora e piena di annotazioni, evidenziature e segnalibri adesivi e non. Avevo bisogno di una copia sostitutiva, magari di una nuova edizione, un po' più fresca. Bene, ora ce l'ho.

210.
  • Talvolta fare ricerca non significa tanto scoprire qualcosa di nuovo, quanto prendere coscienza dei pregiudizi che ci impediscono di vedere. In questa presa di coscienza la filosofia svolge una funzione critica fondamentale, preliminare a qualsiasi ricerca.
[Fabrizio Palombi - La stella e l'intero . La ricerca di Gian-Carlo Rota tra matematica e fenomenologia]

211.
Visto che i feed di Splinder funzionano come al solito a corrente alternata, segnalo qui (invece che nell'apposito spazio) questo bel post di Luisa Carrada dedicato ad una gran dama del nostro teatro (e alla sua insospettabile passione per l'internet).

212.

  • Il giorno è nero di corvi e di ricordi, / di tonfi sordi, di passi di morti.
    La notte ha il viso dell'amore vicino. / La notte è un volo bianco di colombe.
    [Diego Valeri - da Poesie, ed. Mondadori, 1962]

22 aprile 2007

204. Sconcertata dai nostri vani tentativi di analisi, la Storia sembra non apparire mai molto ben disposta nei confronti di coloro che si attendono da essa anche un piccolissimo segno di riconoscimento. Dietro lo scenario ufficiale degli avvenimenti a cui abbiamo attribuito importanza con la nostra attenzione, il mondo muta decisamente poco e il complesso degli elementi che ruota attorno all'io lo fa ancora meno. In molti credono di aver trovato nel breve periodo la chiave di lettura più efficace per una "decrittazione" accettabile dei messaggi storici. Mi pare però, e lo dico con rispetto, che si rischi di far confusione tra Storia e cronaca. La prima, per dare qualche risposta, necessiterebbe di un tempo dilatato, quello di cui gli uomini di oggi, purtroppo, appaiono invece decisamente sprovvisti.

205.
  • ...Essere gelosi del passato è una perversità perché il passato di solito è fatto di ceneri. Per l'artista, invece, il passato sopravvive in un'altra forma... diventa un monumento. Esaminate il passato della maggior parte della gente e troverete un cimitero ordinato, o un'urna con le ceneri, ma esaminate il passato di un artista e troverete monumenti alla sua eternità, un libro, una statua, un quadro, una sinfonia, un poema. [Anaïs Nin - dal Diario]
206.
207. Ricordo un lungo discorso con F. sul tema dell'eternità. Lui ne perorava la possibilità, io mi limitavo ad eccepire. Era sera, Taranto era insolitamente fredda, umida, quasi inospitale. - Io mi ostino a cercare solo un segno, anche piccolissimo, che mi restituisca il respiro di qualcosa di eterno che so esistere - si adoperava a ribadirmi l'amico a fronte del mio ennesimo dubbio.
Non so se fu il mio scarso interesse per il tema o la sua semplice vicinanza, ma l'unica cosa che mi sembrò degna di nota in quel nostro improbabile dialogo fu il suo profumo di cananga che, a distanza di così tanto tempo, ancora ricordo in maniera viva. Dei suoi discorsi sull'eternità rammento invece solo pochi lacerti, peraltro privi quasi del tutto di significato.
Ecco cosa mi resta del tempo, a volte: un po' di profumo, e quasi nient'altro.

21 aprile 2007

200. E' nel regno dell'immaginazione che si nasconde la possibile soluzione a questa impossibilità del conoscere definitivo? E' con l'immaginazione che può essere raggiunta una possibile verità?
Non lo credo, ma tentare non costa nulla. Ogni strada può essere percorsa, se non fa smarrire quella da cui si proviene, se non preclude il corso ad un'altra via che conduca altrove. Anche lontano.

201. Al termine del giardino grande, sul lato nord della mia casa, così come accade in molti altri giardini dell'Europa meridionale, c'è un enorme cespo di bambù. Fitto e inestricabile, carico di aristocratica vecchiaia. Non so quale avo lo abbia collocato lì, né da quanto tempo non fiorisca. I testi di botanica insegnano che questa specie può fiorire ogni 90-100 anni e quindi io non so se e quando potrò ammirare questo evento. Certo, mi piacerebbe poterlo fare, così come mi piace, a sera, avvicinarmi a quella selva (solo in apparenza disordinata) per osservare i nidi delle cincie, che a volte riesco a intravedere fra le canne. Il mio bambù infatti è da tempo un ottimo hotel du charme per molti uccelli. I rami sempreverdi riparano bene dal freddo durante le lunghe gelate invernali e la tessitura fittissima del canneto protegge dalla calura estiva e sconsiglia le visite di intrusi e di visitatori non necessari. Nessun predatore, per quanto scaltro, potrebbe arrivare né da terra né dal cielo, là dove le tenerissime cincie hanno costruito i loro ricoveri.
[Ho fatto la stessa cosa, usando altro al posto del bambù. Ne sono consapevolmente felice, senza alcun pentimento].

202. Sono il corpo vivo dei suoni, il mezzo indispensabile che permette a un'idea, a un impulso, a una passione di farsi sentire. Gli strumenti sono il corpo vivo della musica. Troppo dimenticati, nelle cronache, nelle storie, nelle biografie dei compositori e invece decisivi, nella loro materialità che diventa poetica. Io, con deferenza, ringrazio il mio piano per quello che mi offre ogni giorno. E' molto, troppo di più di quanto io non abbia mai potuto/saputo restituirgli.

203.
  • Sotto frequenti, tiepide alluvioni - / pioggia su noi gocciolava, non ombra / degli alberi - andavamo; e per la mano / ci guidava il passeggio a un monumento / votivo, ad un boschetto, un chiaro stagno.
    Sacre ramosità, come ali o braccia, / tremavano, alla brezza dolce e piena, / di un'agonia che ci obbligava, cuori / troppo esitanti, ad appagarci in sogno.
    Parole - cerchi magici di arena - / lasciammo indietro, e le piccole morti / d'ore mietute come da inverno / sulle panchine immobili al passeggio.
    [Giovanna Bemporad - Esercizi, ed. Garzanti, 1980]

20 aprile 2007

197. Ci sono pochissimi occhi in cui esiste lo sguardo, ha scritto con delicatezza d'artista Alberto Giacometti. Lo sguardo è un proposito, un proiettarsi verso l'altro, è un'esplosione di immagini che la vita ci mette a disposizione quando tentiamo di offrirci alla relazione e al confronto con ciò che sta lì, davanti a noi, e che col suo silenzio ci manda messaggi difficili da decifrare, a volte persino ambigui. E non è detto che ciò che abbiamo dinanzi sia per forza qualcuno; a volte qualcosa (un quadro, un libro, uno scorcio di natura) basta e avanza.
Lo sguardo è un movimento che ambisce alla quintessenza, vince il dire perché il carattere indistinto dei suoi confini gli consente di albergare in sé un universo di significa(n)ti. I rapporti umani non scontati sono costantemente incalzati dall'inesprimibile, che ne rappresenta - se così si può dire - la radice, l'intreccio infinitamente mutevole, in cui realtà e illusione intessono il loro gioco scambiandosi continuamente i ruoli.
Io sono perché il mio sguardo mi permette di conoscere, io conosco perché il mio sguardo mi consente di capire, io capisco perché il mio sguardo mi aiuta a vedere.
Al di là degli occhi, al di là di ogni possibile forma di senso, al di là del conosciuto, del visto, del capito.

198.

199.
  • Va', la tua ora / non conosce sorelle, tu sei. / Sei a casa. / Una ruota, lenta / sfila da sé, i suoi raggi / rampicano, / rampicano su un campo nero, la notte / non richiede stelle, non c'è posto / ora, dove qualcuno chiede di te...

19 aprile 2007

194. Mentre lavoravo a dei riposizionamenti negli scaffali della mia biblioteca dedicati alla letteratura africana è spuntato fuori un libro di cui ricordo poco o niente. Per cominciare non ricordo se l'ho acquistato, se l'ho ricevuto in regalo o se l'ho ereditato dai miei. Scarto la prima ipotesi (in questo caso avrebbero dovuto esserci la data e il luogo dell'acquisizione, visto che è mia abitudine, da tempo immemorabile, "certificare" - a futura memoria - questo evento); anche l'ultima non mi pare plausibile: l'edizione è troppo recente. E dunque non resta che la seconda: un regalo. Ma di chi? E in che occasione? Le sottolineature e le note (di mio pugno) si fermano a circa metà volume; altra cosa curiosa, non interrompo mai - dico mai - la lettura di un libro. Perché in questo caso l'ho fatto?
Decido di riparare e procedo a un'immediata rilettura (che, come bene dice Dreca, citando Calvino nel suo post di ieri, sarebbe il caso di chiamare semplicemente "nuova lettura", e basta).
Ho fatto bene: il libro è veramente grazioso. Si tratta di Sombo, la ragazza del fiume, di Nasrin Siege che, leggo dalle note, è una scrittrice iraniana che da molto tempo vive e lavora in Africa come psicoterapeuta infantile (dopo un'esperienza di studio in Europa). Sombo fa parte della tribù Uvale. La sua vita si svolge in un villaggio africano, in Zambia, presso il fiume Kabompo, dove la quotidianità sembra immutabile, in un mondo lontanissimo da noi e che invece con noi ha molte cose in comune. Antonio Faeti, nella coinvolgente postfazione, scrive: Tutti abbiamo qualcosa di antico che non vorremmo perdere e qualcosa di nuovo che dobbiamo accettare. nel profondo, anzi, Sombo vive fino in fondo la nostra epoca che noi spesso definiamo "epoca delle contraddizioni".
Quando ho chiuso il libro, di colpo, mi sono ricordata tutto. La faccia di M.L. quando bussò a casa mia in quei tristi giorni di ottobre, il suo dono, le sue lacrime, il suo appello, la sua speranza, la mia apatia. Ricordo che tentai comunque di portare avanti la lettura, come quando si aziona compulsivamente un defibrillatore semi-automatico non volendosi convincere che ormai il paziente è morto. Non ce la feci e il libro fu riposto. Oggi è "riemerso" per essere finalmente letto, e con lui è riaffiorato il viso tenero e sincero di M.L., cara amica che, impotente, cercò di fare quello che riteneva più opportuno per me in quel momento: regalarmi l'ossigeno di un libro. Che sapeva per me vitale, e che lo è stato, anche se a distanza di qualche anno.
Ma il tempo in questo caso non conta, importa invece ciò che lascia il segno, quello che - creduto rimosso - riaffiora invece potente; perché i libri nella memoria - a differenza dei farmaci - non scadono mai. E questo piccolo volume di Nasrin Siege ne è la prova, perché mi ha restituito intatto un dolore, ma anche la sua cura.

195. A Yerevan, sui giardini della piazza dell'Opera c'era la primavera, e dentro la primavera c'eravamo noi a legarci stretti i lacci della riconoscenza e a fare i conti con i postumi di una felicità che non voleva abbandonarci.
(Nel sogno era tutto uguale: la mattina sul lago, il tuo sorriso, la tua insostituibile benevolenza. Mi è sembrato d'essere di nuovo lì, come allora. Dovrò tornarci, in un giorno di primavera).

196. Così mi ha fatto chi mi amò / fino a morire per me, libero / di non credergli, fino a dimenticarlo, ma dimenticarlo era impossibile, / mentre era possibile perdersi, / e persino per puro gioco...
[Carlo Betocchi - da Prime e ultimissime]

18 aprile 2007

191.
  • Nelle sfere dell'alta cultura il sumerologo è uno degli specialisti più specializzati: un esempio pressoché perfetto dell'uomo che sa tutto su quasi niente...
[Samuel Noah Kramer - I Sumeri. Alle radici della storia]

Oggi, per puro diletto, mi sono dedicata ai Sumeri.
Con sommo gaudio ne ho ripercorso la storia, studiato i miti, ammirato l'arte e l'architettura.
Lontana dal mio tempo ho ritrovato il Tempo.
Mi capita sempre così: quando mi siedo vicino alla Storia credo di capire meglio la mia storia.
Per questo, ogni tanto, ho bisogno di una "passeggiata nel tempo" anziché nello spazio. Mi serve per ritrovare - intatto - un intervallo di vita.

Alcuni dei testi consultati (solo i principali):
- AA.VV. - L'alba della civiltà - 3 voll. a cura di Sabatino Moscati, UTET, 1976;
- Testi sumerici e accadici - a cura di Giorgio R. Castellino, UTET, 1977;
- Sabatino Moscati - Antichi imperi d'Oriente, Newton & Compton, 1978;
- Raymond Jestin - La religione dei Sumeri in Le religioni in Egitto, Mesopotamia e Persia , a cura di H.C. Puech, Laterza, 1988;
- Samuel Noah Kramer - I Sumeri. Alle radici della storia, Newton & Compton, 1997;
- Mitologia Sumerica - a cura di Giovanni Pettinato, UTET, 2001;
- AA.VV. - Iraq. L'arte dai Sumeri ai Califfi, a cura di Giovanni Curatola, Jaca Book, 2006;

Ottime su Wikipedia le voci: Sumeri, Storia dei Sumeri (da seguire anche i link derivati verso le voci minori).

Altri link:
- Samuel Noah Kramer Institute of Assyriology and Ancient Near Eastern Studies della Bar-Ilan University
- Istituto di studi sulle civiltà dell'Egeo e del Vicino Oriente del CNR
- The Oriental Institute of the University of Chicago

192.
  • Gli uomini nuovi dell'Impero sono quelli che credono ai nuovi inizi, ai nuovi capitoli, alle nuove pagine. Io continuo a lottare con la storia antica, sperando che, prima della fine, mi riveli perché pensavo che ne valesse la pena.
    [J. M. Coetzee - Aspettando i barbari]
193. Segnalo l'uscita del nuovo numero di Silmarillon, la rivista bimestrale di cultura, filosofia e costume diretta da Francesca Pacini.

17 aprile 2007

187.
  • Il mio personale interesse per la scienza riguarda solo la possibilità di scoprire cose sul mondo, e più scopro, più aumenta il piacere della scoperta.
In queste parole di Richard Phillips Feyman sta il segreto di ogni vero scienziato, che dev'essere prima di tutto curioso e saper condurre ogni sua indagine come se fosse un gioco.
Feynman rivendica il diritto del ricercatore al dubbio e a non accettare mai certezze, e questo contro qualsiasi autorità, perché la conoscenza scientifica non può portare a verità, ma soltanto a nuovi dubbi.
C'è un libro in particolare, Il piacere di scoprire, al quale Feynman affida le sue riflessioni più lucide ed "estrose" sulla scienza, sui rapporti con la scuola, con la religione e più in generale con la società. Tutte le sue teorizzazioni sono di grandi attualità e a volte persino profetiche e non possono passare inosservate, soprattutto agli occhi di coloro che amano il confronto con uno spirito libero, sempre originale e sorprendente.
Mai come ora, che l'esercito della notte (come lo chiamava Asimov) sta cercando di riportare indietro le lancette del tempo e del progresso, una lettura come questa è proficua e appagante. Per certi versi persino ineludibile.

188. ...Vuoi farmi credere che non esiste niente al mondo se non la materialità dell'accadere? Secondo te dunque non esisterebbero i pensieri e i sentimenti ma solo ciò che ne può fare a meno? Ma questo non è possibile... Nessun amore è di troppo, anche se colui che potrebbe riceverlo non esiste o non si manifesterà mai. Non voglio assolutamente piegarmi all'idea che siano credibili solo le esperienze negative, perché questo implicherebbe automaticamente l'assunto che tutto il resto è invenzione o falsità. E io questo non lo posso accettare...
[Da una lettera ad A. del 28 aprile 1997]

189.
...Ahi vita, che sarai sempre la vita, / mia vita del più antico e pigro andare, / vita stupita da ogni più banale / cosa che all'occhio del pensiero appare... / Più che banale cosa, in sé, mai non è, / sublime o infame, al tessere e al filare / quel filo, che è il cantare del reale.
[Gianni D'Elia - Bassa stagione]

190. Segnalo un'iniziativa letteraria molto particolare:

16 aprile 2007

184. Le note (e i commenti) al punto 178. mi hanno sollecitata a riaprire alcuni testi scettici (o degli studi su questa corrente filosofica) che mi sono molto cari. E' così che mi sono nuovamente imbattuta in un pensiero di Sesto Empirico che avevo accuratamente sottolineato (e riempito di glosse) qualche anno fa. Il concetto è questo:
  • Supponiamo una stanza al buio, piena di oggetti d'oro, e supponiamo che qualcuno cerchi al buio di trovare oro. Così è la situazione del mondo, quanto alla verità: è probabile che in quel che vediamo e afferriamo e in quel che ci sembra vero ci sia effettivamente oro, cioè verità, ma non potremo mai essere certi che sia così. [Contro i logici, I, 52].
Oggi lo "glosserei" molto meno, semplicemente perché lo condivido in pieno: nella forma e nella sostanza. Gli anni trascorsi da quella prima lettura non hanno fatto che confermare e rafforzare quella prima intuizione scettica. Le letture da Pirrone e Timone fino a Rensi, passando per Montaigne, Hume e Leopardi non sono state vane, anzi...
  • Alcuni dei testi consultati: a cura di Antonio Russo - Scettici antichi; Mario Dal Pra - Lo scetticismo greco; Franca D'Agostino - Disavventure della verità; Antonio Aliotta - Scetticismo antico e scetticismo moderno; Giuseppe Rensi - Lineamenti di filosofia scettica.
  • Un articolo utile.
185. Conosco il piacere lungo e protratto di procedere nel labirinto delle mie biblioteche (e ieri, grazie a quanto scritto al punto precedente, questo "piacere" si è notevolmente dilatato). So bene cosa significhi perdersi inseguendo un'idea, di libro in libro, come se fosse il volo di una farfalla notturna, senza più l'assillo del tempo, in uno spazio che mi possiede completamente, aprendosi davanti a me. E' per tutto questo che ho apprezzato così tanto il florilegio che Luciano Canfora ha offerto a tutti in Libri e biblioteche (con testi di Adamo Chiusole, Umberto Eco, Victor Hugo, Gérard de Nerval, Robert Musil, José Ortega y Gasset).
Sono brani anche molto distanti tra loro, ma tutti mettono in relazione l'oggetto-libro con il suo contenitore ideale: la biblioteca, una struttura architettonica che richiama l'ordine e la disciplina, dove "tutta la memoria del mondo" diventa alla portata di tutti coloro che decidono di avventurarvisi, in cui ogni possibile percorso può incrociarsi con la vita di tutti e dove la mèta non è affatto scontata, ma comunque sempre appagante.
C'è il notissimo Hugo di "...questo ucciderà quello. Il libro ucciderà l'edificio", tratto da Notre-Dame de Paris; c'è Nerval che mette in scena la ricerca alla Biblioteca Nazionale di Parigi di un libro "eternamente fuggitivo"; poi si arriva al settecentesco Adamo Chiusole e da lui a Umberto Eco, a Musil, a Ortega y Gasset, i quali - ognuno con il tratto che li contraddistingue - scrivono di quel personaggio che è parte integrante dell'immaginario di tutti coloro che amano e frequentano i luoghi dove si depositano i libri: e cioè il bibliotecario.
Il tutto è "condito" da brani di raccordo dello stesso Canfora che a tutti ricorda quanto sia "antico e molteplice il nesso tra il libro e la libertà".
  • ...i bibliotecarî completano il mestiere degli storici: i quali ugualmente anche si illudono di fermare il tempo con l'antico ritrovato di fissare gli eventi sulla carta. Ma già perché letti da altri, i fatti, come del resto i libri, divengono altro. È il presente, o per meglio dire il presente di ogni generazione, che alla fine prevale. Libri e biblioteche ne sono l'alimento: in ogni momento uguale e diverso.
186. Rallenta il sangue agli animali, / spogli gli alberi, grigi i giorni / di gelo, di vento,
e anch'io senza forze, fermo, / più fermo nel dormiveglia / imparo quasi a tacere
appoggio il corpo più che posso / senza pensieri, giù, in apnea, / fuori dalla storia.
[Ermanno Krumm - Letargo in Animali e uomini]

15 aprile 2007

181. Oggi riflettevo sul fatto che la gentilezza è una virtù letteraria. Non in senso assoluto, ma per me lo è. Eccome se lo è.
Ci sono scrittori, poeti e autori di teatro grandi ma ruvidi, a tratti persino scostanti. Penso ad Osborne, a Burroughs, a Dario Fo. Ci sono altri che albergano in loro tutti e due i tratti, quello "gentile" e quello "ruvido". Brecht, per esempio, è duro in Baal, ma gentilissimo nelle ultime poesie. Anche Catullo ha in sé tutti e due i lati della stessa medaglia. Dostoevskij invece mi appare sempre scostante, e così anche Solženicyn e Brodskij. Orazio è gentile, soprattutto nel periodo tardo, Foscolo invece è ruvido. Gentile Fitzgerald, acido Hemigway. Cortese Terenzio, assai brusco Plauto.
Io, l'ho detto, prediligo i letterati gentili: sarà che la vita è abbastanza dura di per sé, però mi pare che una pagina gentile abbia dalla sua la forza della durata e del trasporto.
Per me funziona così, ma riconosco che altri potrebbero invece pensarla come George Bernanos, che in una lettera a un sacerdote suo amico, nel 1939, scrisse: Una certa dolcezza del vivere mi sarebbe di certo fatale. Quel che mi occorre è l'acqua amara.

182. Questi versi di Vivian Lamarque mi paiono fin dal titolo (Dell'intelligenza del cuore) usciti dalla penna di Tolstoj: Dell'intelligenza del cuore / vi interessa poco / nulla. / Io vi sono marziana.
Oltre a riconoscermi completamente in essi, ci leggo anche un tratto di continuità con quella fantasia che si alimenta di piccole cose quotidiane e di frammenti di vita, lungo una linea che muove da Saba e con l'intermediazione di Caproni arriva fino all'ultimo Penna; una linea che trae dalla sofferenza, dal dolore, dal buio, dalla notte, dalla polvere, dalla morte (e dai morti, come nel bellissimo poemetto L'albero) le sue risonanze più acute.

Quella sera che ho fatto l'amore / mentale con te / non sono stata prudente / dopo un po' mi si è gonfiata la mente / sappi che due notti fa / con dolorose doglie / mi è nata una poesia illegittimamente /porterà solo il mio nome / ma ha la tua aria straniera ti somiglia / mentre non sospetti niente di niente / sappi che ti è nata una figlia.
[Vivian Lamarque, da Poesie (1972-2002)]

14 aprile 2007

178. Se fossi una persona che crede nel fatto che l'uomo possa avvicinarsi in qualche modo a una pur minima idea di "verità" (e non lo sono), direi che l'unico strumento in grado di offrirgli un appoggio in questo senso potrebbe essere quello della letteratura. Mentre gli altri linguaggi (per esempio quelli della storia o della politica), spesso risonanti in modo greve e oscuro, sembrano sempre più lontani dalla realtà, la letteratura appare invece come contigua all'inespresso, a quell'ermetico assoluto che lascia appena intuire un principio di "vero". Impastata com'è di silenzio, pur essendo anche capace di ospitare in sé qualsiasi urlo, anche il più disperato e disumano, la letteratura riesce a mettere in vibrazione sincronica molteplici afasie, mormorii, frammenti di vita. Per quel che mi riguarda non finirei mai di leggerne e, se dovessi essere costretta a scegliere un solo libro da portare con me in un viaggio senza ritorno, sono certa che sceglierei un testo letterario. E so anche quale.
Ma qui non ne scriverò. Mai.

179. Mi sono addentrato in libri antichi. / Così grandi mi sembravano i segni. / Sono rimasto con loro per troppo tempo, / fino a non riuscire più a liberarmi.
La verità ha in sé una luce antica / ma come potremo riceverla? / La catena che unisce una generazione all'altra è sciolta, / il sapere non è più puro... [Gershom Scholem - A life in letters, 1914-1982]

180. Da un vuoto, da un'assenza protratta all'infinito, da una ferita continuamente riaperta muove la scrittura di Mary Loudon, la sua parola depositata sulla pagina come cenere pronta a riaccendersi, come un segno cancellato per ribadire il segreto dell'incancellabile. Del resto il sogno totalitario e totalizzante è mettere un termine all'interminabile, incenerire perfino la cenere, togliere via il nulla come possibilità per affermare una violenta pienezza.
Ho divorato Sorella sconosciuta e mi affretto a rileggerlo.

13 aprile 2007

175. Ho come l'impressione che esistano dei luoghi, a volte persino dei corpi, che - pur se apparentemente incontaminati - attraggono il male (e nel dir questo so di aprire un contenzioso con me stessa sull'aleatorietà di questa parola). Deve esistere una specie di accordo, forse un involontario richiamo che misteriosamente li seduce. Sembrerebbe facile supporre l'esistenza di una cattiva coscienza a volte estranea alla coscienza stessa, eppure a legata a doppio filo a essa con un gioco di sospensioni delicate, di segmenti tenuti stretti da una saldatura apparentemente impeccabile, che ha però il vizio di nascondersi a chi pretende di poterla vedere a occhio nudo.
Eppure qualcuno deve averla vista, se ne ha parlato con tanta precisione.
Qui dove mi sono ritirata, a volte, ho come l'impressione di essere esente dal male del mondo. Di aver chiuso là fuori ogni sua possibile influenza. Ma sono impressioni di un attimo, pure e semplici illusioni. Non faccio mai molta fatica a tornare con i piedi per terra. A volte basta un libro, una notizia, un semplice refolo di vento. In apparenza gradevole, ma che porta con sé il suono di un dolore lontano, inconsolabile.

176. L'idea di un'origine soprannaturale del male non è affatto necessaria, gli uomini da soli bastano per ogni possibile malvagità.
[Joseph Conrad - Cuore di tenebra]

177. Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l'esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell'universo è il male; l'ordine e lo stato, le leggi, l'andamento naturale dell'universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male... [Giacomo Leopardi - Zibaldone, 4174]

12 aprile 2007

172. Associo spesso il leggere al passeggiare, nel senso che sovente pratico contemporaneamente entrambi. Credo che le due cose si somiglino molto, nel senso che se si vuole leggere o passeggiare felicemente non si può partire sapendo già dove si arriverà o che cosa si potrà vedere lungo il percorso. Bisogna essere capaci di lasciarsi andare, di guardare ogni cosa come va guardata, secondo la sua natura.
Non c'è cosa contraria al cammino o alla lettura come il presupposto.

173. Quando mi stacco dal mondo scritto per ritrovare il mio posto nell'altro, in quello che usiamo chiamare il mondo fatto di tre dimensioni, cinque sensi, popolato da miliardi di nostri simili, equivale per me ogni volta a ripetere il trauma della nascita, dar forma di realtà intelligibile a un insieme di situazioni confuse. .. [Italo Calvino - Sotto il sole giaguaro]

174. 'Il libro della natura...' / Certo. A chiunque esprime / quanto né letteratura / né scienza, né teologia / possono con la parola / spiegare a chicchessia. [Giorgio Caproni - da Res Amissa]

11 aprile 2007

168. Non riesco a concepire cosa più dolce, per un uomo, della sua terra.
Ecco come Odisseo parla ad Alcinoo, dopo essersi rivelato per ciò che era veramente: il re di Itaca.
L'ho pensato anch'io, stasera, ben più modestamente e senza dirlo a nessuno (e a chi potrei dirlo?).
Lo scrivo qui, perché in futuro avrò voglia di ricordarmene.

169. Mi sono chiesta più volte, quando leggo o quando medito su un libro appena chiuso, qual è il rapporto che determina l'incontro con la scrittura ed entro quali margini, sotto quali incidenze avviene questo incontro; quali siano le attinenze che mi spingono verso un libro, per esempio, anziché verso un altro.
Qual è l'accordo che, non appena alzata, si instaura fra lo scaffale dove andrò a "pescare" il volume e la mente che ordina alla mano di farlo? Fra la bocca che pronuncia a bassa voce il titolo, mentre cerca, e i caratteri che scorrono davanti agli occhi sino all'obiettivo raggiunto? Non ho risposte certe, ma solo supposizioni. Degne di essere approfondite, ma con calma e discrezione. Un po' di mistero, in certi ambiti, non guasta.

170. Se è vero che un'antologia è sempre un'esperienza parziale che non permette di accedere al senso compiuto di un'opera, il libro Poésie di Philippe Jaccottet sviluppa comunque i temi centrali della produzione poetica di questo elegante autore: la morte, osservata e vissuta attraverso il disfacimento di un corpo che sta varcando la soglia di quell'oscuro spazio; l'insipienza umana che ci costringe a vivere sotto le nuvole e a considerare il mondo oppressi dal peso di questo limite; la gioia, ovvero quell'oasi di pienezza che spezza la durata e che permette l'ascolto anche del rumore più semplice che esiste: il battito del cuore. Che fra tutti, forse, è il più importante.

°

Nelle carte da gioco buttate sotto la lampada / come farfalle polverose e cadute, / attraverso la tovaglia e il fumo, / vedo apparire ciò che è meglio non vedere / quando il suonare dell'ora nel bicchiere / rivela l'insonnia che arriva, la paura impellente / di aver paura là dove il tempo si stringe / nel consumarsi del corpo, nel ritrarsi di chi dovrebbe difenderlo. / E mentre il vecchio scarta le figure / butta uno sguardo alla pioggia violenta / che ormai sta per abbattere la porta del giardino. [Philippe Jaccottet - La patience]

Di Philippe Jaccottet voglio ricordare anche il prezioso D'une lyre à cinq cordes dove il poeta si cimenta - con risultati pregevolissimi - nella traduzione di molti poeti europei, fra i quali i nostri Leopardi, Luzi, Montale, Bertolucci, Erba, Bigongiari e Ungaretti.

171. Segnalo il sito dedicato alla Vacances de l'Esprit, per chi volesse unire al dilettevole, anche un po' di utile (dell'anima, s'intende...).

10 aprile 2007

164. Non esiste Mondo nel quale saremo mai completamente a casa, e non esiste Soggetto che sarà mai signore della propria casa.
[Bernhard Waldenfels - Fenomenologia dell'estraneità].

165. Qualche segnalazione estemporanea per alcuni siti che non hanno feed* per la distribuzione dei loro contenuti aggiornati (e che quindi non posso inserire automaticamente nel box bianco qui a lato):
  • Progetto Kainós, rivista telematica di critica filosofica (>>>qui sono disponibili i numeri arretrati);
  • O Vurdón, ricchissimo "portale" (in cinque lingue) dedicato alla storia e alla cultura gitana, gestito dall'infaticabile e benemerito Sergio Franzese. Tutte da leggere le sezioni poetiche (ma anche quelle storiche, culturali, tradizionali, ecc..);
  • Quando prima o poi deciderò di tornare a Roma, non voglio per nessuna ragione al mondo perdermi la Casa del Jazz, da non molto inaugurata (qualcuno me ne disse un gran bene quando il progetto era ancora in fase embrionale; è bello vedere che - almeno ogni tanto - le cose vanno come sono state immaginate...).
166. Noi tutti siamo un informe assemblaggio di diversi stracci e rattoppi, tanto che ogni cencio sembra vivere di vita propria. E troviamo altrettante differenze in noi stessi (de nous à nous mesmes) quante ne troviamo tra noi e gli altri. [Michel de Montaigne - Saggi]

167. Ascolto Charles Gayle. A volte è molto "concettoso", soprattutto quando si produce in quelle lunghissime sequenze al sax quasi senza pause (che mi ricordano molto Albert Ayler). Francamente lo preferisco al pianoforte**, dove rivela un bel senso del chiaroscuro, unito a robuste inclinazioni "monkiane" (cfr. punto 153.) che su di me producono come al solito strani effetti... Oltre a sfondare delle porte sempre aperte.

>>>Il sito di Charles Gayle

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Chissà perché tanti tenutari di siti e blog - e soprattutto quelli che gestiscono in Rete riviste telematiche - non capiscono l'importanza dei feed RSS o Atom per la distribuzione dei loro contenuti...
** La casa discografica rende disponibile il brano Time Zones, per essere scaricato liberamente in formato .mp3. Consiglio sommessamente di approfittarne.

09 aprile 2007

161. Un veloce volo radente su alcuni libri che mi hanno accompagnato nella giornata appena trascorsa:
Di questi libri, come sempre, parlerò più diffusamente in futuro, dopo le abituali riletture.

162. A volte basta un piccolo spostamento di senso in alcuni meccanismi che presiedono alla normalità (magari applicati ad un pensiero condiviso e dominante) a generare violente aberrazioni.
Oggi riflettevo sul fatto che forse la neve fa risaltare meglio i mali (ma forse in questo caso sarebbe meglio dire i crimini) nascosti nell'anima. Ricordo a memoria ben quattro film - vere e proprie apocalissi morali del nord del mondo - che hanno questo comune denominatore. Mi riferisco a The affliction di Paul Schrader, Il dolce domani di Atom Egoyan, Fargo dei fratelli Coen e anche al bellissimo Soldi sporchi di Sam Raimi. Mi pare che - psicoanaliticamente parlando - in tutte e quattro le pellicole ci sia dell'ottimo materiale su cui lavorare.
Forse anche Tempesta di ghiaccio di Ang Lee potrebbe entrare di diritto in questa categorizzazione (soprattutto alla luce del gran romanzo di Rick Moody da cui il film è tratto); pur non avendo in sé episodi tali da renderlo strictu sensu un thriller, questo film - a guardare bene - non è meno cruento degli altri.


163. La storia è bella se è corta, lo so. E ormai è ora di chiudere. Io per me non ho nessuna intenzione di tenerla aperta un minuto di più. E questo è tutto. Una storia da un soldo.
"E tu fa' come le donne", dicevo. "Dimentica. Volta pagina e scorda ogni cosa. Neve d'anno: acqua passata; dimentica. Fa' come fanno le donne. Sono grandi, per questo, le donne, e hanno da insegnare un bel mucchio di cose"... [Silvio D'Arzo - Casa d'altri e altri racconti]