akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

28 febbraio 2007


49.
Un commento di Federico al post precedente mi fa domandare a quale albero o pianta potrei mai rinunciare. Non mi priverei certamente del viburnum tinus (soprattutto di quello "francese": più compatto e rosato), e poi, potrei rinunciare ad avere almeno un lillà? Di rose ne ho sempre volute tante, a partire dalla mia preferita la rosa bracteata (quella cinese, per intenderci).
Ma, fra tutti gli alberi e le piante che possiedo, non farei mai e poi mai a meno dei miei alberi di magnolia (da quelli sempreverdi a quelli che, un po' prematuramente, sono in fiore adesso). Le magnolie oltre ad essere piante molto belle hanno in sé qualcosa di misterioso che me le ha fatte sentire vicine da sempre (e un giorno, se avrò voglia, inserirò qui le ricerche che, in vari campi, ho fatto su questo albero). In questo momento qui in giardino non saprei a quale essere più affezionata; ne ho tirate su molte con pazienza e passione. Rustiche e resistenti al freddo amano avere i piedi nelle profonde terre delle valli. Solo il vento, e in particolare quello secco, è decisamente loro nemico.
Ho capito che le magnolie amano i posti tranquilli e riparati: non sono certo piante "da battaglia". E anche in questo mi somigliano.

48.
Estraggo quattro "perle" dalle mie letture odierne, quattro lati di un quadrato magico che mi hanno ghermito e incluso in un percorso (in)coerente, dal quale sono uscita a malapena per tornare alla realtà*:

1. E' l'arte che, come espressione spontanea della vita, assegna compiti all'etica, e non il contrario. Se l'arte avesse solo la funzione di confermare ciò che è già stato stabilito, sarebbe inutile. Il suo ruolo è quello di una sonda affondata in ciò che non ha nome. L'artista è l'apparecchio che registra i processi in atto nelle profondità, là dove si crea il valore. Distruttività? Ma il fatto stesso che questa materia si sia trasformata in opera d'arte significa che noi la affermiamo, che le nostre profondità spontanee si sono schierate dalla sua parte. [Bruno Schulz - Le botteghe color cannella]

2. Coloro che, nella storia dell'umanità, hanno capito e dimostrato qual è quel globulo che trasporta l'anima sono gli artisti e i mistici. Un artista sa che in uno dei suoi libri di mille pagine, per esempio la "Recherche" di Proust o la "Divina Commedia" di Dante, c'è una parola sola che è quel globulo, che trasporta la sua anima: e tutto il resto può essere buttato. [Antonio Tabucchi - Si sta facendo sempre più tardi]

3. Più che mai ci toccano gli aspetti contingenti, umili, talvolta anche sordidi della vita (...), rivelatori di un anelito a quella speranza difficile quanto si voglia, ma che non ci lascia. [AA.VV. - Alberti. Un umanista del '900, scritti su e di Guglielmo Alberti]

4. Come preoccupante, faticosa, minacciosa è la realtà; come è meglio ciò che non lo è! Somma è veramente la mia ripugnanza della, e alla, realtà... [Tommaso Landolfi - La bière du pecheur]

__________________
*Ma ci torno mai veramente, alla realtà?

27 febbraio 2007


47.
Rimbaud l'ottavo dormiente. E' la visione che fonda questa biografia "hors catégorie" del poeta maudit. L'autore, Salah Stètié, poeta e scrittore di origine libanese, ma naturalizzato francese, spiega: "L'Ottavo Dormiente in riferimento ai Sette Dormienti di Efeso, giovani caparbi guidati dalla Stella cristica d'Oriente, poi vigorosi dormienti metafisici, e al tempo stesso abitanti della Grotta coranica che vissero nel rovescio notturno del mondo...". La dimensione del dormiveglia (che mi è così tanto cara...), le Illuminazioni di Jean-Arthur Rimbaud, la lucina del lettore, l'urgenza di esplorare ancora e ancora e sempre la densità della notte. Di ogni notte, da qui a quella finale, durevole, infinita. Semplici immagini, densa lettura, acuto piacere.

46.
Non c'è trama della vita che sia mia in via esclusiva; qua e là emerge un volto, una frase, una semplice parola da qualche punto oscuro dell'esistenza. Può essere che quel flash mi lasci smarrita a cercare complicate ipotesi di salvezza, più probabile che esso fugga via, preso dalla corrente del tempo che non indugia sulle piccole sorti private, preoccupato com'è a modificare la sostanza universale degli eventi.
Qualcuno lo chiama destino e ci si affida: non io, perché non sono mai riuscita a riconoscere un valore d'ineluttabilità ai giorni futuri, e neppure a far gravare su di essi il macigno di quelli passati.
Forse non mi resta che il presente, che non mi dà gioia, ma neanche dolore. E questo non è poco. Anzi.

26 febbraio 2007


45.
Tornano le letture da Beckett a sollecitare la mia (contraddittoria ma costante) vena nichilista e romantica; con Leopardi e Cioran, numi tutelari di una predilezione pur sempre umanistica.
[...Fino a sottolineare, con Carver, la vita, sempre la vita; anche quando questa parola finisce per non significare (quasi) più nulla, ormai].

44.
Nell'epoca dove il cosiddetto creazionismo viene, in alcuni paesi del mondo (e che paesi...), elevato (quasi) al rango di scienza, io ripenso a Lucrezio, magnifico "scettico-epicureo", il quale osserva che se tutte le parole dei poemi di Omero fossero mischiate assieme in un sacco, e poi estratte fuori a caso, ricreerebbero da sole l'universo.
Bizzarrìa per bizzarrìa preferisco senz'altro quest'ultima, non c'è che dire: ha in sé meno precetti e più fantasia. Quello che serve, insomma, per vivere liberi (o almeno per sentirsi tali).

25 febbraio 2007


41.
Sempre più disorientata dalla permanenza nel Paese delle Meraviglie, Alice ad un certo punto chiede al Gatto del Cheshire: "Vuoi dirmi, di grazia, quale strada prendere per uscire di qui?". E il gatto: "Dipende da dove vuoi andare". Quanta metafisica in così poche (e semplici) parole...

42. Che cos'è, o meglio, che cosa dovrebbe essere lo scrittore se non un condottiero? Che cosa s'ingegna a fare, se non a difendersi da tutto ciò che gli è estraneo per concentrarsi sulla più ardua delle strategie: la conoscenza dell'animo umano?

43. (Mi ripeto, lo so, ma) i ricordi non esistono per sé, se non si ha la grande pazienza di aspettarne il ritorno.
[Non avrò mica preso la stessa malattia di Rilke? Che poi, a pensarci bene, non è che sia così letale...]

40.
Non stiamo più sdraiati sotto un albero a contemplare il cielo attraverso le dita dei piedi - scriveva Musil quasi un secolo fa ne L'uomo senza qualità -. Abbiamo conquistato la realtà e perduto il sogno.

Se, invece che il denaro, il parametro per giudicare la qualità della vita fosse il tempo destinato a pensare, dovremmo concludere che quella attuale è una fase involutiva.

24 febbraio 2007


37.
I grandi personaggi di Shakespeare - Macbeth, Cleopatra, gli intelligentissimi Rosalinda, Amleto, Falstaff (per cui ho una predilezione personale) - sono più veri delle persone che ci sembra di conoscere. Sono più veri della vita stessa. Sono talmente convincenti che io non riesco a credere che Shakespeare non li avesse visti davvero, e semplicemente ritratti.

38. Nietzsche segue l'esempio di Amleto quando dice che ciò per cui troviamo le parole è spesso già morto nel nostro cuore e che quindi vi è sempre una sorta di disprezzo nell'atto del parlare. Prima che Amleto ci insegnasse a non avere fiducia nel linguaggio né in noi stessi, essere uomini era molto più semplice ma anche molto meno interessante. Grazie ad Amleto, Shakespeare ci ha trasmesso lo scetticismo nei confronti di qualsiasi relazione, perché abbiamo imparato a dubitare dell'eloquenza nella dimensione affettiva. [Harold Bloom - Shakespeare]

39. Sto leggendo con sommo diletto due monumenti della poesia. L'uno ottocentesco, Aleksàndr Sergeevič Puškin, l'altro cinquecentesco (il portoghese Luís Vaz de Camões). Sarebbe meglio dire "Puškin secondo Landolfi", l'amato Tommaso è infatti autore delle versioni, dell'introduzione e delle note di Poemi e liriche edito da Adelphi: Nell'Ade, oltre lo squallido Acheronte, / In folto brolo sbadigliando, / A un poeta, d'Apollo favorito, / Saltò di rivedere il mondo...
Intorno all'opera del poeta nazionale portoghese, i Lusiadi (stampato da Rizzoli-Bur in due volumi), si avvicendano invece con grande perizia e dedizione Giuseppe Mazzocchi (introduzione), Riccardo Averini (traduzione) e Valeria Tocco (note): Datemi furia grande e vigorosa, / non suon d'agresta canna o flauto triste...

36.
Nella Repubblica (Libro III, 408 e ss.) Platone traccia un suggestivo contrasto fra l'educazione dei medici e quella dei giudici. Per i primi è un vantaggio essere cagionevoli di salute, dice, perché l'esperienza della malattia può aiutarli a capire e curare meglio i propri pazienti; per i secondi invece sarebbe un tragico errore familiarizzare personalmente con il crimine. Ne risulterebbero giudici non esperti ma corrotti. Il contrasto è fondato sulla distinzione platonica tra anima e corpo: nella loro attività professionale, medici e giudici usano l'anima, e possono farlo con profitto anche se il corpo è malandato, ma se è l'anima a "infettarsi" allora decadono irrimediabilmente integrità e ragione.
Ho la vaga sensazione che questo esperimento potrebbe estendersi ad alcune altre professioni che riguardano la sfera pubblica, e soprattutto la gestione della stessa. Quali siano queste professioni non lo direi però nemmeno sotto tortura...

23 febbraio 2007


33.
La libertà non ama il pregiudizio e rifiuta il turbamento, dice Epitteto nel II libro delle Diatribe (trascritte da Arriano). Dopo venti secoli mi chiedo: è possibile che, sommersa da una valanga di pregiudizi, la libertà sia definitivamente fuggita per il troppo turbamento? E' probabile, speriamo solo che decida di tornare a deliziare le generazioni future, prima o poi.
Sempre se ci saranno generazioni future, ovviamente.

34. Andava a casa del suo maestro; s'introduceva in camera da letto e passeggiava mormorando: "Se mi caccia, mi uccido". A lungo Bertrand Russell sopportò, ma una volta, non più resistendo, chiese: "Pensa alla logica o ai suoi peccati?". "Ad entrambi" rispose Ludwig Wittgenstein. [Non parliamo poi del suo rapporto con Popper, ancora più complicato].

35. Il volto è la parte privilegiata del corpo umano; è ciò che ci comunica l'essenza di una persona. Ma il volto è anche una "forma" dotata di una determinata superficie; è faccia su cui si rivelano le emozioni, i sentimenti, i pensieri segreti. Il volto è "lo specchio dell'anima". Nel mondo fisico, ha scritto Simmel, non c'è nessuna struttura "che come il volto umano riesca a convogliare una così gran varietà di forme e superfici in un'incondizionata unità di senso". [Marco Belpoliti - Doppio Zero]

22 febbraio 2007


31
. Ho sempre avuto una grande ammirazione per chi riesce ad ascoltare con continuità di concentrazione le pagine di Bach per violino o violoncello solo; a me basta un niente perché una nota, un accento, un'intonazione particolare mi distraggano e mi lascino a terra mentre la musica prosegue il suo volo, e non è mai facile - non per me, almeno - rimontare in corsa sul "sublime convoglio": tanto il rapporto fra la complessità del pensiero e l'apparente semplicità del mezzo sonoro, in queste pagine altissime, è peculiare - oserei dire unico - in tutta la storia della musica.

32. Nessuna idea è così nuova da impedire che dopo di essa ne nasca subito un'altra.

30.
O pallido mattino di febbraio / colore della tortora, / facci far pace, sono stanco morto / di gridare, oramai;
d'aver per lei prosciugato una sporta di neri calamai... / o pallido mattino di febbraio / colore della tortora.

Paul-Jean Toulet - Controrime

Ora sono cinque anni che queste parole furono dette, scritte, circondate d'oro e d'argento sul bordo del vento. Ora nulla è più nero del vento, nulla è più dolce del pianto. E pensare che oggi mi sembrano un canto di festa, mentre riprendo in mano le redini di una vita che sembrava perduta per sempre, con la tua.

29.
Si può avere nostalgia senza memoria? Si può cioè provare nostalgia per ciò che non si è né conosciuto né sperimentato? Più che nostalgia, quando non c'è stata esperienza diretta, direi che è possibile venerare il "culto" di "un oggetto del desiderio", che corrisponde naturalmente a qualcosa di mitico, magari collocato in una presunta "età dell'oro". Accade spesso che si tratti del desiderio di qualcosa che non c'è o che non c'è più, ma di cui si è sentito parlare. Nel dir questo penso, per esempio, alle "favole antiche" di Leopardi.
Anch'io ho le mie favole antiche, anch'io ho le mie nostalgie senza memoria; di alcune ho parlato qui, nel corso del tempo, di altre parlerò ancora. Non che nutra soverchie speranze in una loro (peraltro improbabile) manifestazione, e forse non è nemmeno questo ciò che cerco.
Del termine nostalgia, infatti, ho sempre amato la prima parte, quella che evoca il ritorno, quella che sa di desiderio; credo che nessuno - non io, comunque - ami soffermarsi sulla seconda, quella del dolore, quella che non si può scegliere, quella che si può solo subire.
Ecco, in attesa del "ritorno", vorrei perdere il dolore e trovare la memoria.
Magari quella che porta nostalgia, quella vera.

21 febbraio 2007


28.
Ho sempre ritenuto che Poesia in forma di rosa fosse un libro importante, addirittura cruciale nella produzione poetica di Pier Paolo Pasolini; del resto questo l'aveva detto lui stesso nel risvolto di copertina della prima edizione Garzanti (stampata nell'aprile 1964): sotto forma di "poesie e poemi - di Temi, Treni e Profezie, di Diari e Interviste e Reportages e Progetti in versi" Pasolini dichiara infatti l'abiura di tutto un periodo della propria vita. L'illusione nata dalle ideologie vissute negli anni Quaranta e Cinquanta si era trasformata in versi di rimpianto.
La "scandalosa" modernità di Pasolini consiste nell'aver preconizzato e teorizzato come linguaggio la propria morte violenta. E molte sono le tracce che di tutto questo lui ha lasciato proprio in Poesia in forma di rosa. Basti per esempio soffermarsi sui versi di "Una disperata vitalità": dall'asse centrale su cui è composta tutta la poesia (come nelle lapidi funerarie), fino all'assenza di tre parole in un verso rimasto privo, anche visivamente, della parte destra: Io me ne starò là, / come colui che / sulle rive del mare / in cui ricomincia la vita. La mancanza non è, come semplicisticamente sostennero alcuni, una svista tipografica, ma un "non esistente significato" nascosto nel verso dantesco "qual è colui che suo dannaggio sogna".
Non sarei affatto stupita se, come spesso accade, da un vecchio brogliaccio (custodito magari da qualche fedele amico e reso pubblico dopo la sua morte) si scoprisse che il primo titolo scelto per questa raccolta fosse "Profezia in forma di rosa".
Non sarei stupita, perché calzerebbe a pennello con quello che Pasolini ha poi messo in pratica, con lucida e determinata razionalità, non potendo più sopportare quella "rivoluzione antropologica" di cui lui aveva tanto spietatamente compreso i prodromi e che, qualche anno dopo la sua morte, si sarebbe manifestata in tutta la sua conclamata tragicità.

20 febbraio 2007


27.
Plotino affermava che occorre essere desti per incontrare la bellezza e Merleau-Ponty definiva il filosofo colui che si risveglia e comincia a parlare. E Cioran poi (e ancora): Quelle notti indimenticabili che, avendo avvelenato la mia giovinezza, mi hanno aperto gli occhi per sempre. Devo a loro tutto quello che so.
Non sono un'esteta, men che mai una filosofa e non soffro d'insonnia, però amo vegliare la notte, perché il silenzio (che qui è sempre presente) trasmette onde continue di serenità.

26.
Rileggendo, come faccio ogni tanto, Le consolazioni di Seneca mi sono riconosciuta nei tratti che il filosofo descrive con tanta maestrìa. Ricordo bene quanto questi tre dialoghi mi siano stati utili nei momenti del distacco, quanta linfa ne abbia tratto per non inaridire. Abbandonai in quel periodo (sia pur brevemente) la via della scienza per arrivare a quella che Sgalambro ha ben descritto nel XXIV capitolo de La consolazione*. Poi tutto è tornato al suo posto, Boezio ha ripreso ad essere un filosofo letto, ma lontano, e Schopenhauer, Jaspers, Jung, Cioran, Rensi e Leopardi (soprattutto) hanno riconquistato il loro spazio abituale sulla mia scrivania e sui miei comodini.
Accade di voltare un angolo della vita e non trovare più le case di sempre, le persone conosciute, le voci e i rumori familiari. Accade di perdere qualcuno e quindi di perdersi in un territorio sconosciuto, senza avere riferimenti che aiutino ad orientarsi. E' quello il momento di aprire a caso una guida di carta e trovarvi, inattesa ma desiderata, la soluzione, la via, l'indicazione che toglie dal buio del luogo ignoto.

Praeter hoc, quod omne futurum incertum est et ad deteriora certius, facillimum ad superos iter est animis cito ab humana conversatione dimissis: minimum enim faecis pondus traxerunt...
...Est quidem haec natura mortalium, ut nihil magis placeat quam quod amissum est: iniquiores sumus adversus relicta ereptorum desiderio.


_______________________
*
Chi pensa in fondo la disperazione, chi è disperato fino in fondo, non approda alla metafisica, ma alla consolazione. Questa non è quella svelata dal buon senso. Lo sbocco della ragion pratica impedisce che la consolazione venga presa sul serio, perché non viene preso sul serio l'edificante... Il mondo trasfigurato dall'edificazione non dura a lungo. L'edificazione dice la parola giusta. Quella che ci vuole. E poi si ritira. La consolazione opera con parole, non con le azioni come la ragion pratica....

25.
Maneggiare le anime morte non è un esercizio facile, camminare sul crinale fra la realtà crudele e l'intangibile "oltre" può far precipitare o far spiccare il volo, indistintamente. Lo smacco è sempre in agguato, la perizia jamesiana (ancorché in dosi omeopatiche) è una conquista assai difficile. Queste signore, però, ci sono riuscite egregiamente, e una lode va a Richard Dalby per l'idea.

19 febbraio 2007


24.
L'unica scelta efficace per uscire da ogni possibile forma di dipendenza (dal mondo, dagli altri, dalla routine della vita) è quella di somigliare solo a se stessi. Altre vie praticabili non credo che esistano. Io almeno non ho trovato che questa.

Cosa sognano gli spiriti solari, i demolitori dell'ibrido e di tutto ciò che non è chiaro e distinto? Cosa sognano? La libertà della luce contro l'oppressione dell'enigma? o l'anarchia del pensiero contro la fatica del cercare? Si chiede Romeo De Maio nel suo libro Cristo e la Sfinge (ahimè prematuramente uscito dal catalogo Mondadori).
La sua conclusione è per me confortante: La Sfinge mi ha insegnato, come nessun filosofo, l'etica aspra della domanda.
E anche del dubbio (che della domanda è parente stretto), aggiungerei io.

18 febbraio 2007


23. Caro signor Menken, in questi giorni traditori mi fortifico con pesanti dosi di Nietzsche che, con tutti i suoi piccoli errori, è la miglior medicina al mondo. Ce ne vuole una spaventosa quantità per scrivere quello che sto scrivendo adesso, e continuare a vivere giorno dopo giorno... Sono parole di John Fante, scritte il 16 giugno 1934 e tratte dal libro Sto sulla riva dell'acqua e sogno, edito da Fazi; meno di duecento pagine in cui sono condensati pensieri, parole, opere e omissioni di quel grande scrittore che è stato questo italo-americano, per fortuna di recente riscoperto anche da noi. Il tratto è semplice, il lirismo denso e pastoso, gli eventi di cronaca contingente sono trattati con acume e anche con passione. Nell'incredulità di Fante per l'ottusità corrente trovo molte similitudini con quella che alcuni denunciano oggi. Come dire: cambiano i tempi, ma il sottofondo di grevità che questi portano con sé, dai Sumeri ai nostri giorni, quello non cambia mai.
Una lettura avvincente, che mi ha regalato momenti di gioia e di tristezza, di levità e di angoscia. Come la vita, insomma, che è letteratura non scritta ma da alcuni comunque intensamente sperimentata.

22.
Oggi ho meditato sulla Bhagavadgītā, e stanotte ho cercato un bar con un juke-box per ascoltare quella canzonetta di moda che, devo dire, mi piace abbastanza: Those were the days di Mary Hopkins*. Così scrive Emil Cioran in un appunto datato 22 gennaio 1969 e ora inserito nei suoi Quaderni, 1957-1972, pubblicati in Italia da Adelphi con l'ottima cura di Tea Turolla.
Non conoscevo il brano e forte è stata la curiosità di ascoltarlo e, una volta trovatolo, di trascrivere la musica per suonarla a lungo al pianoforte. Il farlo mi ha dato una sensazione strana. Nell'ombra che si era venuta a creare per la sera imminente, mi è parso quasi di vedere su uno dei divani la figura compassata e assorta del grande rumeno che batteva ritmicamente la mano destra sul ginocchio, così, per tenere il tempo.
Potere della musica, che ha il dono unico di evocare non solo i suoni nel tempo, ma anche il tempo in cui quei suoni sono stati per la prima volta ascoltati, vissuti e amati.
Capire qualcosa in più di un filosofo grazie ad una canzonetta... Non l'avrei mai creduto possibile, eppure è accaduto. E spero, con tutto il cuore, che torni ad accadere, perché è stata una sensazione strana, ma a suo modo perfetta.
[L'assonanza, poi, tra la Bhagavadgītā e Those were the days è foriera di nuove indagini che mi accingo a compiere...].

* Cioran, scrive Mary Hopkins, ma scopro che il vero nome della cantante è Mary Hopkin

17 febbraio 2007


21.
Molte persone si comportano bene, ma sono pochissime quelle che parlano bene, il che dimostra che parlare è fra le due la cosa più difficile, e anche di gran lunga la più preziosa, diceva Oscar Wilde. E infatti lui parlava benissimo. Non avevo mai sentito prima, testimonia William Butler Yeats, un uomo parlare con frasi perfette, come se le avesse tutte scritte faticosalmente durante la notte, e tuttavia tutte spontanee.
La conversazione è stata di gran lunga la più grande (ed effimera) delle opere di Oscar Wilde. Un saggio di essa si può cogliere nell'ottimo libro edito nella Bur Rizzoli che raccoglie i detti e gli aforismi di Wilde, e nel quale il traduttore Alberto Rossatti ha deciso di inserire, oltre alle celebri battute tratte dalle commedie, dai racconti e dai romanzi, anche le perle che sono uscite dalle conversazioni del grande irlandese.
Una lettura elettiva per le mie pomeridiane passeggiate campestri, e che è in perfetta sintonia con il profumo di mimosa che, con gradito anticipo, quest'anno aleggia tutto intorno alla mia casa.

16 febbraio 2007


20.
La letteratura è potente, storicamente potente, nel senso che può addirittura conservare in vita una società ormai morta e sepolta.
Ricordo una bella frase di Friedrich Hölderlin: Ma ciò che resta lo creano i poeti.
La Russia del passato rivive sotto i miei occhi grazie a Tolstoj e agli altri grandi scrittori di quel periodo. Un discorso analogo vale per la Francia di Balzac o la Germania di Thomas Mann.
La letteratura è potente perché è un contenitore di memorie unico e sublime; migliaia di ombre popolano la mia casa grazie ad essa.
Mi ricordano che il mio presente diventerà futuro grazie a quel passato.

19.
Chissà se E.T.A. Hoffmann, il genio della fantasia romantica, avrà avuto veramente dei precisi dati anagrafici. Heine, che a proposito di certi suoi racconti annotò: Neanche il diavolo saprebbe scrivere cose tanto indiavolate, gli avrebbe magari assegnato una parentela poco raccomandabile. Del resto a frequentare le sue pagine, in cui la realtà si dilata in un Iperuranio di ombre magiche, sosia inquietanti, esseri balzani e sghimbesci, non c'è sempre da stare allegri, anzi. Se si ha fortuna, oltre automi e bambole meccaniche, ci si può imbattere in simpatiche salamandre e sconfinare nello scintillante regno di Atlantide. Che poi è sempre meglio di sognare (o di vivere, a seconda dei punti di vista). Forse è da lì che lui ha preso le mosse, è il paese della Fantasia e dell'Immaginazione ad avergli dato i natali. Naturale quindi che, una volta sceso tra i comuni mortali, si trovasse perennemente a disagio, spaesato, propenso ad evadere per tornare nel suo paese natìo.
Se avesse lasciato un appunto su quale "sentiero" seguire, non nego che un pensierino ce lo farei. Forse basterà indagare bene nei suoi libri. E oggi mi dedicherò a far questo. Ho deciso.

18.
Non sappiamo sopportare né i nostri vizi né i loro rimedi.
Scriveva così Tito Livio, l'unico autore nella storiografia della Roma repubblicana, dovuta in genere a uomini politici, a non avere mai ricoperto cariche pubbliche (e quando lo si legge, questo lo si capisce benissimo). Il suo è uno stile di scrittura maestoso e scorrevole, venato di un colorito dialettale che oggi non possiamo più cogliere appieno. Non nego che spesso non mi hanno positivamente colpito il suo patriottismo reazionario, la sua religiosità superficiale e ingenua, la sua disinvoltura nel manipolare le fonti. Però rileggere i volumi della sua Storia di Roma mi ha fatto apprezzare (e molto) le virtù che di Livio amò anche Machiavelli: il fondamentale pessimismo (nerissimo) su tutto ciò che odorava di politica, e il malcelato dubbio sui suoi tempi.
Qui dovrei dire qualcosa, ma da buona discepola di Dinouart (e di Wittgenstein) riconosco che questo è il momento più adatto per tacere.
Parlerà per me il silenzio.

15 febbraio 2007


17.
Chi può dire veramente che cosa abbia significato nella propria vita l'incontro, magari anche fugace e occasionale con una determinata persona? E cosa abbiamo potuto a nostra volta significare per quanti sono venuti in contatto con noi?

Ricordo la serenità con cui un anziano medico rivolgeva a se stesso e a me questa duplice domanda; una serenità che non aveva niente a che vedere con il sentirsi "la coscienza a posto", ma che mi pareva nata, cresciuta e maturata grazie a un progressivo diminuire dell'occasionale che è in noi e a uno speculare emergere dell'essenziale, così spesso nascosto nelle nostre profondità. Questo almeno, non so quanto giustamente, mi parve di leggere nel suo sguardo e nelle sue parole. Sì, ciascuno di noi può essere per l'altro un enigma, un ostacolo o invece un ponte verso uno spazio inesplorato; ciascuno di noi è per quelli che si accostano a lui, una porta, a volte spalancata, altre volte socchiusa, altre volte ancora sigillata a formare un'unica barriera con il muro in cui è incastonata.
Tante volte ho riflettuto sul fatto che amerei sapere cosa io sono stata per i tanti che hanno incrociato (soprattutto casualmente) con me la loro esistenza, e, contemporaneamente, far sapere loro, ad uno ad uno, cosa hanno significato per me.
Poi però mi soffermo a pensare che restare così, in questo limbo di pensieri sconosciuti e inespressi, non mi dispiace affatto. Perché immaginare, a volte, è più importante che sapere.
E allora vado avanti per la mia strada, cercando quella serenità che lessi in quegli occhi e in quelle parole in quel giorno importante di una vita fa.

16.
Il mio dormire è sognare - il mio sognare è pensare - il mio pensare è governare il sapere: così nella prima scena del terzo atto del Sigfrido, Erda, la gran madre vecchia degli dèi risponde in maniera sublime a Wotan, governatore quasi sfiduciato del Walhalla. Lui è venuto a interrogare la sua saggezza, ma non capisce la risposta e allora irritato le domanda perché mai dorma così a lungo. Avido di potere e di riscontri concreti e immediati, disdegna un pensiero che indaga il territorio della verità non apparente, non materiale; la più intima. Il seguito della vicenda ci narrerà che, purtroppo per lui, sta compiendo un errore fatale.
Il tutto accade nella fertile fantasia di Richard Wagner cinquant'anni prima della pubblicazione dell'Interpretazione dei sogni di Sigmund Freud e questo, in un certo qual modo, mi spinge a comprendere (se non giustificare) la stolidità di Wotan e a domandarmi cosa sarebbe accaduto se i tempi fossero stati invertiti. Se cioè l'Interpretazione dei sogni fosse stata pubblicata cinquant'anni prima del Sigfrido. Credo che la prospettiva sarebbe cambiata, e anche di molto.
Pura ucronía, lo so, ma così intrigante...

15.
Freud cercava nel sogno le tracce dei desideri che la cultura aveva rimosso; Jung invece vedeva nel sogno le anticipazioni di sviluppi futuri, che avrebbero potuto rinnovare il senso di una vita altrimenti destinata alla sterilità e alla paralisi.
Per quel che mi riguarda, non discostandomi dalla via psicoanalitica, ritengo che il sogno circoscriva uno spazio ignoto e, se posso cercare una sintesi tra le due autorevoli tesi, noi stessi ci muoviamo nel sogno sospesi tra due ignoti: il passato mitico (e proibito) della libertà istintiva, e il futuro altrettanto mitico (e utopico) della pienezza di senso.
Su quale delle due "rive" decidiamo di approdare credo che, paradossalmente, molto dipenda non non tanto dallo stato incosciente di sogno, ma assai di più da quello cosciente di veglia, di cui il precedente non è che il riflesso.

14 febbraio 2007


14.
La Storia compila in maniera assai superficiale la partita doppia di entrate e uscite, usando registri diversi da quelli di noi uomini.

E' tutta qui, nel bene e nel male, l'Harmonia Caelestis di Péter Esterházy.

13.
Mi pare si addica bene alla letteratura la definizione di "famiglia" nel senso in cui la usa Wittgenstein nelle sue Ricerche filosofiche: un insieme le cui componenti si fondono in un'armonia particolare senza peraltro perdere le proprie caratteristiche specifiche.
Il pensiero di "affinità" mi è balenato "planando" - come sono solita fare nelle mie letture - su vari generi (sì proprio su tutti, dall'horror al rosa, dalla letteratura di viaggio a quella vittoriana, da quella storica a quella contemporanea ...). Sulle motivazioni di questa "epifania" credo però dovrò soffermarmi un poco per meditare.
A volte i miei pensieri sono così: la mente me li "notifica" prima ancora di avermi dato il tempo di ragionarci sopra.
Ma non la biasimo per questo, anzi.

12.
Forse l'utopia è una grave malattia. Grave, ma quasi sempre generosa e prolifica. Come si sa, è spesso legata al sogno, e uno dei miei sogni ricorrenti è quello che chiamo dei "tre rampicanti": come sarebbe bello vedere tutti i muri della mia casa (e non solo quelli a ovest) coperti da un sipario verde (o rosso, in autunno) di Ampelopsis veitchii o di Parthenocissus quinquefolia e non solo della già mia (bellissima perché locale e, soprattutto, sempreverde) edera.
Tutte e tre insieme, come in un grande laboratorio di coperture e abbellimenti, darebbero un apporto ancor più deciso al verde in cui ho "affogato" il mio "eremo", togliendo in pochi anni alla vista ogni accenno residuo di muratura perimetrale.
Sì, mi conviene realizzare questo sogno, e guarire così, una volta per tutte, dall'utopia che l'accompagna.

13 febbraio 2007


11.
Il tempo, nei sogni, è inafferrabile, così mi suggerisce l'opera di María Zambrano, I sogni e il tempo. Convengo con lei. Nell'attività onirica ci sono infatti pezzi di eternità che si consumano in una frazione di secondo, e istantanee che restano sospese sull'intera notte.
A volte mi sveglio, dopo aver sognato, e non c'è verso, non riesco più a ricomporre il fastello di immagini e rintocchi, mentre l'orologio con il tempo va per la sua strada: immutabile, piana, persino ovvia.
Se voglio rientrare in sincronia con il tempo abituale devo costringermi a riaddormentarmi.
Sempre sperando di non tornare a sognare.

8.
Come sarebbe stata la mia vita se un giorno - e non del tutto casualmente - non mi fossi imbattuta ne L'arte di tacere dell'abate Dinouart? Peggiore? Non saprei. Migliore? No di sicuro.
E' bene parlare solo quando si deve dire qualcosa che valga più del silenzio.
Esiste un momento per tacere, così come esiste un momento per parlare.
Nell'ordine, il momento di tacere deve venire sempre prima: solo quando si sarà imparato a mantenere il silenzio, si potrà imparare a parlare rettamente...


9. L'edera che cresce florida sul muro che guarda il tramonto mi è cara come il poco che so e come il molto che ho ancora da conoscere. Era pianta prediletta anche da Dioniso, anzi, era molto di più, era una sua epifania. Rappresentava la sua vita eterna e anche la metamorfosi del suo compagno mortale, Cisso, che, come racconta Nonno nelle Dionisiache, era stato trasformato in edera dal dio, poco prima di morire.
Se mai tornerò a Roma voglio andare qui ad ammirare le civette appollaiate sui tralci d'edera nella Stanza delle civette decorata da Duilio Cambellotti (che non a caso fu definito lo scenografo al servizio di Dioniso), e anche le altre vetrages del Salottino dei Satiri (con il pavimento a mosaico di Giuseppe Mattia).


10. Perché amare fa più male che uccidere? Si chiede il killer sentimentale Willem Hold nel notevole Romanzo da quattro soldi di Bodo Kirchoff, pubblicato in Italia da Neri Pozza.
Forse a causa di una più che deprecabile forma di viltà, non mi sono mai avventurata in cerca di una risposta a questa fatidica domanda. La lascio comunque qui, nel caso qualcuno abbia voglia di tentare la sorte.
Suo malgrado.

12 febbraio 2007


7.
In questi giorni mi sto dedicando con molta costanza a studi sulla creatività (non finalizzati ad altro se non al mio puro interesse personale). Nel farlo mi sono imbattuta in interessanti lavori che analizzano il problema dal lato letterario, come fa Paolo Lagazzi in Per un ritratto dello scrittore da mago, o da un punto di vista più squisitamente sociologico e neuroscientifico, come nell'opera di Domenico De Masi, La fantasia e la concretezza. Creatività individuale e di gruppo.
E' curioso come questo tema mi affascini così tanto, dato che nella mia vita sono sempre stata così modestamente creativa. Ma l'incanto dell'attimo generativo ho sempre amato scrutarlo negli altri, non necessariamente solo negli "artisti", ma anche in coloro che - per loro fortuna - avevano intuizioni, spunti, motivi d'interesse particolari. Ho sempre ritenuto queste persone dotate di un "gusto superiore" e, nella vita precedente, le ho frequentate con passione.
La stessa che metto ora nel leggere i contenuti di così tanti "diari virtuali", alcuni veramente degni di grande attenzione.

4.
Se fossi una scrittrice aspirerei a scrivere un libro le cui parole rivelino una corrispondenza il più possibile coerente prima fra loro e poi con le cose. Seguirei le "mappe" - più o meno accurate - di un territorio (fisico e psichico) del quale ci è sì negato di conoscere la verità ultima e assoluta, ma nel quale, per fortuna, non ci è affatto negato di muoverci e di cercare.


5. Ho letto in poco più di due ore un vecchio romanzo di Domenico Rea: Una vampata di rossore (uscito nel 1959 per i tipi di Mondadori e per fortuna sapientemente ristampato da Avagliano editore). Si tratta di un'opera dura, assolutamente non consolatoria, che verte sul contrasto tra il male e la fobia ossessiva (e compulsiva) di chi lo incarna. Il rimedio è intuìto ma non raggiunto; il ricorso alla allegoria aleggia costante, mentre il sentimento dominante pare essere la vergogna che, infine, spinge ad ignorare consapevolmente la malattia, sia da parte di chi la soffre, sia da chi dovrebbe curarla.
Una mètafora della vita, insomma, amara e a tratti scostante; piena però di illuminazioni improvvise, di incaute tenerezze, di sprazzi di pura poesia.


6. Qualcuno vorrebbe farci credere che il mondo è stato costruito da (o su) una parola.
A me attualmente più che la "costruzione" del mondo interessa la sua necessaria e improcrastinabile "ri-costruzione". E questa è un'impresa che nessuna "parola" può (o potrà) condurre a termine.
E' forse da questo disilluso scacco che potrebbe scaturire quella disperazione umana, mai come ora così carsicamente presente e palpabile?

11 febbraio 2007


1.
Il leggere porta di solito con sé due caratteristiche peculiari: fa vivere una vita "altra" e ci "costringe" ad ascoltare molte voci.
Praticamente sono le stesse condizioni della schizofrenia, con molte punte artistiche in meno, però.


2. Ci sono incontri diversi da quelli casuali? Non credo. Scontri magari, ma incontri no davvero.
Un incontro se non ha in sé qualcosa di casuale è pratica del convivere, e la promiscuità non genera mai incontri, ma relazioni.
Non è sorpresa, ma abitudine.


3. Ho imparato fin da piccola a leggere la vita degli altri più in ciò che scrivevano che in quel che dicevano. La scrittura, per quanto ci si possa mettere d'impegno a dissimulare, non riesce a nascondere mai del tutto una sincerità di fondo. Sotto un tappeto di eloquenza, invece, si può occultare quel che si vuole.

Voglia la vita non far morire la morte

Oggi chi muore è quasi accusato di tradire chi resta. Ecco qual è la nostra spaventosa bestemmia: voler far morire la morte. Abbiamo espulso la morte dalla sfera dei nostri pensieri. E così siamo diventati burattini ridicoli d'una vitalità meccanica che esige d'ignorare il suo destino finale.

Giovanni Arpino
da Passo d'addio

*

Gli stoici dividevano il discorso filosofico in logica, fisica ed etica, ma in nessuno dei tre la filosofia per loro consisteva in pura teoria. Era un atto unico che consiste nel vivere la logica, la fisica e l'etica: allora non si fa più teoria della logica, ossia del ben parlare e del ben pensare, ma si pensa e si parla bene; non si fa più la teoria del mondo fisico, ma si contempla il cosmo; non si fa più la teoria dell'azione morale, ma si agisce in maniera retta e giusta.

Pierre Hadot
da Esercizi spirituali e filosofia antica
[Traduzione di Anna Maria Marietti e Angelica Taglia]

*

Se la notte recasse al contempo / l'immagine e il corpo di quel giorno,
e il desiderio che ora sento / potesse essere lo stesso / con cui la mia memoria celebra / in versi la sua carne.
Poiché solo alla sua bocca e alla sua lingua / io questa notte rendo conto.
Solo innanzi a te gli occhi chiari, / che la spada e il tempo non umiliarono, / si arrendono.
Voglia la vita che il ricordo delle tue carezze mai mi abbandoni, / che la mia pelle ancora serbi / davanti alla morte quel bagliore,
e che le tracce del piacere / sul tuo corpo, trionfino.

José Maria Álvarez
da Museo de cera

10 febbraio 2007

La situazione-limite nel regno dell'apparenza

La morte, come fatto oggettivo dell'esserci, non è ancora una situazione-limite. Per l'animale, che non sa niente della morte, questa situazione-limite è impossibile. L'uomo, invece, che sa di morire, traduce questo sapere in un'attesa di un punto indeterminato nel tempo; ma finché la morte non gioca per lui altro ruolo se non quello che si esprime nella preoccupazione di evitarla, essa non può valere, neppure per l'uomo, come situazione-limite.
Come semplice vivente perseguo degli scopi, aspiro alla durata e alla stabilità di tutto ciò che ha valore per me. Soffro dell'annientamento di un bene raggiunto e del trapasso di esseri amati; non posso fare a meno di sperimentare la fine; ma intanto vivo e dimentico che ogni cosa ha la sua fine.

Karl Jaspers
da Filosofia
Libro II - Capitolo VII - Parte II
[Traduzione di Umberto Galimberti]

*

Si supponga un condannato a morte che debba essere decapitato fra cinque ore e frattanto sia custodito nella sua casa, in mezzo ai suoi agi. In questo momento, non c'è nessuna differenza, tra lui e te. Egli può, del tutto al pari di te, schiacciare un sonnellino, leggere un bel libro, fumare il suo sigaro prediletto, centellinare un bicchiere di vino: cioè essere in situazione di perfetto agio e contentezza. Che cosa lo rende orribilmente disperato? Il fatto che egli lascia irrompere nel momento presente il pensiero di ciò che accadrà tra cinque ore. Se potesse tener fissa la mente soltanto sul momento presente egli sarebbe felice. Se potesse tener fissa la mente sul momento presente, di continuo, durante quelle cinque ore, e fino a che la mannaia gli cade sul collo, egli (poiché anche il tener posato per qualche secondo il capo su di un tronco non è un gran male) continuerebbe ad essere in stato di serenità e di piacevolezza fino all'attimo della decapitazione, che è un attimo e passa subito. - Conferma: se nell'ordo causarum c'è che fra cinque ore una palla di fucile sparata a caso o uno scontro automobilistico mi uccida, io sono nel caso preciso di quel condannato a morte; tanto sicuramente quanto lui, fra cinque ore perderò la vita. Pure, in questo momento, io sono perfettamente tranquillo e sereno, unicamente perché, non sapendolo, non può irrompere in questo mio momento presente il pensiero di quel fatto che accadrà tra cinque ore. Il fatto, tanto nell'uno quanto nell'altro caso, c'è, è sicuro, è là che aspetta per presentarsi. C'è ed è lo stesso in ambo i casi. Solo perché, nel secondo caso, non c'è ora il pensiero di esso, la mia pace o la mia felicità non è minimamente turbata.
Esempio estremo, che dimostra come la ricetta della felicità stia nel vivere unicamente nel momento presente e nel costringere il proprio pensiero in esso, rifiutandosi ad ogni costo di lasciar penetrare in esso qualunque anche gravissima preoccupazione riguardante un momento anche immediatamente successivo. Per essere felici, bisogna spezzare la continuità della nostra vita e il senso di questa continuità (che ci fa sfuggire di mano il momento presente in servizio dell'avvenire) in tanti atomi isolati di vita e vivere questi atomi ciascuno per sé. Non si vive e non si perde che il presente, ricordava Marco Aurelio.

Giuseppe Rensi
dalle Lettere spirituali

*

Ogni anno, mentre scopro che Febbraio / è sensitivo e, per pudore torbido, / con minuto fiorire, gialla irrompe / la mimosa. S'inquadra alla finestra / di quella mia dimora d'una volta, / di questa dove passo gli anni vecchi.
Mentre arrivo vicino al gran silenzio, / segno sarà che niuna cosa muore / se ne ritorna sempre l'apparenza?
O saprò finalmente che la morte / regno non ha che sopra l'apparenza?

Giuseppe Ungaretti
da Il taccuino del vecchio
ora in Vita di un uomo, tutte le poesie


*


Wolfgang Amadeus Mozart - Requiem (KV 626) - Dies Irae
Coro: Bayerischen Rundfunks - Direttore: Leonard Bernstein

09 febbraio 2007

Cronache, storie, silenzio

Le sveglie sono fatte per suonare. Ce ne sono cinque in via del Corno che suonano nello spazio di un'ora. La più mattiniera è quella di Osvaldo. E' la sveglia di un rappresentante di commercio "che batte la provincia": è piccola, di precisione, ha un trillo di giovinetta e anticipa di un quarto d'ora il fragore della sveglia di casa Cecchi che ha il suono della campanella di un tranvai, ma è quello che ci vuole per rimuovere uno spazzino dal suo sonno di tartaruga.
La sveglia di Ugo è della stessa razza urlante, ma un po' più fioca e incerta: il contrario del suo proprietario che gira tutto il giorno col barroccino di frutta e verdura ed ha una voce di baritono nell'offrire la mercanzia. Ugo occupa una stanza in subaffitto, al n. 2 terzo piano, ed è per questo che la sveglia dei coniugi Carresi non si fa mai sentire. Maria si desta quasi sempre "quando esplode il macinino del suo dozzinante", allunga una mano per portare sul silence la chiavetta della propria sveglia. Così, Beppino che le dorme accanto, non si desterà. Le proibirebbe di lasciare il letto finché Ugo non fosse uscito... Di solito lo incontra in cucina che si sta lavando. Addosso ha soltanto le mutande, corte quasi come quelle di una donna. Ha il torace largo ed è stretto di vita, due gambe muscolose. Guardarlo le fa piacere, come si guarda la roba esposta nelle vetrine, anche se non si può comprare. Dopo potrà affrontare la giornata di buon umore.
Maria accende il fuoco per scaldare l'acqua e il caffè latte. Ugo mette la testa sotto la cannella dell'acquaio e mugola di soddisfazione...
- Si sbrighi - dice Maria. - Mi devo lavare anch'io. -
Ugo ha preso l'asciugamano ai due lati, si strofina dietro le spalle e sui fianchi.
- Faccia pure - le risponde. - Non mi spavento mica! -
Ella lo spinge fuori dalla porta, premendo la mano sulla sua carne nuda.
La lancetta dei minuti ha azionato il meccanismo della quinta sveglia. Antonio terrazziere si scuote e borbotta una maledizione. E' la prima voce che rompe il silenzio. L'alba reca la sua luce sulla strada ove anche i gatti hanno trovato riposo. Il gallo ha buttato giù dal letto il suo padrone carbonaio. La mamma di Milena è in piedi, le mani sul grambo, sospira dinanzi al lettino vuoto della sposa. In ogni casa del vicolo c'è già qualcuno che ha aperto gli occhi. Soltanto la Signora si è appena assopita. Nanni sogna forse cose oneste e Corrado apre la mascalcia. Il cavallo lo saluta con un nitrito a cui fa eco il pianto della neonata che dorme nella stanzetta soprastante, fra i due genitori che le tolgono l'aria. La mamma cerca di calmarla porgendole il seno. Il padre ha passato una notte bianca, dopo che il brigadiere ha accennato al furto di via Bolognose. E il fattore di Calenzano è per la strada da un pezzo, col suo calessino. Pensa che anzitutto affiderà lo storno a Corrado, poi andrà a farsi radere da Oreste la barba di una settimana. Con la faccia fresca e il cavallo ferrato a nuovo, gli affari riescono più facilmente: è un'antica scaramanzia che va rispettata...

Vasco Pratolini
da Cronache di poveri amanti

*


Simon & Garfunkel - Bridge over trouble water

*

Le grandi storie hanno importanza / ma chi le racconta / le passa / a sua volta a un altro che farà lo stesso. / Ciò che esiste nel mondo / è acqua, terra / e fuoco, e della gente, animali, alberi, uccelli, / etc. Io riesco a vedere / fino a dove vedi tu, / e ciò che vedo racconto come tu raccontavi a me / o hai fatto o farai. / Egualmente / anche tu vedrai.

Robert Creeley
da Per amore
ed. Mondadori, 1971
[Traduzione di Perla Cacciaguerra]

*

...Dunque nel grande silenzio ha fatto affogare anche il suo nome, un po' come fanno i Papuani che, a quanto ci dice il geografo parigino E. Baron, dispongono di un linguaggio che di continuo si impoverisce perché, dopo ogni morte, vengono soppressi dal lessico della tribù alcuni vocaboli in segno di lutto...

da L'arduo lavoro del silenzio
un articolo di Umberto Galimberti per Dweb

08 febbraio 2007

Frammenti di una lettera sulla verità

Torna il tarlo immedicato della verità...

La verità - mi scrivesti una volta - non coincide con la realtà né con l'essere, tutt'al più con il senso dell'essere...
Oggi mi soffermo a pensare che la verità non riuscirò mai a trovarla nel senso di una qualunque "realizzazione", perché ogni realizzazione racchiude in sé - inevitabilmente - il limite chiuso del dogmatismo.

Ricordo bene, sì, che nel Cratilo Platone ci rammenta - sovvertendo l'etimologia più nota - che la parola alétheia indica null'altro che il vagabondare di dio (ále theía). Ritorna il solito dilemma nietzschiano: dobbiamo pensare a dio come a un viaggiatore o a un vagabondo? Sa quello che cerca e vuole o si limita a osservare le cose che passano davanti ai suoi occhi? In tutti e due i casi non è lì che dovremmo cercare la verità. Ormai sai come la penso sull'argomento. Mi pare abbastanza inutile focalizzare qui la questione.

E ora dimmi, credi davvero che una verità - una qualsiasi verità - possa eludere il senso della prospettiva (temporale, spaziale, umana)? Credi davvero che essa possa avere in sé il germe di una inesauribile ricerca?
Da parte mia resto convinta che il discorso che la riguarda ha la duplice caratteristica di essere sempre molteplice e mai del tutto esplicito.
Vedi, almeno in parte siamo d'accordo.

Potremmo allora accontentarci delle buone parole di Aristotele, e relegare la verità nel cerchio artefatto della logica, ed ammettere così che essa consista "nell'affermare quello che è e negare quello che non è". Ma dovremmo avere chiaro il concetto di "essere", far finta che Parmenide, insomma, non sia venuto a turbarci il sonno, almeno qualche volta...

Oppure tornare ancora all'adeguazione dell'intelletto e della cosa, il motto caro a Tommaso d'Aquino, ma anche qui avremmo una contraddizione in termini, come posso, intellettualmente parlando, occuparmi delle "cose" che, già solo per essere transeunti, non possono albergare in loro il termine durevole (o addirittura eterno?) della verità?

Non se ne esce. A meno che non si voglia tornare alle idee, lasciando da parte le cose. Allora Hegel potrebbe aiutarci, ma quel suo "la verità è figlia del tempo" mi lascia alquanto perplessa. So bene che l'aforisma è il frutto di tutto il Rinascimento di cui il gran tedesco si era cibato, ma la sua conclusione mi riporta a concetti parziali. L'inferenza del tempo (o dei tempi) è sempre provvisoria, suscettibile di contrasto, e io cerco - lo sai - una verità senza contrasti. Mi critichi per questo, lo so.
Eppure la verità o è assoluta o non è.

Allora, per concludere, più che dal disvelamento heideggheriano mi sentirei attratta da quella verità resa libera e disponibile dalla epoché che Husserl pone al centro di ogni ricerca. Una verità che più che svelarsi si rivela...

Ma forse è ora tempo che ti saluti, lasciando in sospeso la questione.
A metà strada tra te che mi solleciti a cercare ed io che dispero ormai di trovare.

Stammi bene.

°

Verità, tu sei sparita dalla terra per sempre, nel momento che gli uomini incominciarono a cercarti.

Giacomo Leopardi
dallo Zibaldone, p. 4208

07 febbraio 2007

Viandante senza missione

Ne L'insostenibile leggerezza dell'essere di Milan Kundera, Tomáš dice rivolto a Tereza: "Tereza, una missione è una cosa stupida. Io non ho nessuna missione. Nessun uomo ha una missione. Ed è un sollievo enorme scoprire di essere liberi, di non avere una missione".
Ammetto di essermi sempre sentita molto in sintonia con questo assunto e di aver capito che la persona "senza missione" è un essere libero e leggero non perché evita le responsabilità, ma perché si è assunto la massima responsabilità, sobbarcandosi il fardello più pesante: quello che l'ha spinto a dire sì all'esistenza, rendendosi in questo modo disponibile ad ogni evenienza, sia essa la più lieta o la più tragica. La persona "senza missione", così poco coinvolta nei fatti del mondo, priva di protezioni provvidenziali (religiose o politiche che siano) può essere in realtà più "pratica" e consistente di tutti coloro che, spinti da ideali o da necessità, naufragano ogni giorno sugli scogli dell'impossibile materalizzazione di sogni irrealizzabili. Perché c'è una discreta differenza fra speranza e utopia, fra realismo e illusione. La persona sollevata da ogni missione è in realtà la più audace, perché ha trasformato la propria assoluta contingenza nella consapevolezza del transeunte. Non ha bisogno di divinità che consolino, di padrini che intercedano, di guide che indirizzino. La persona "senza missione" basta a se stessa e ha con gli altri "liberi" un rapporto paritario, di proficua ma non necessaria condivisione.
Nell'illusione di ogni missione è nascosto il tarlo del fallimento, nella condizione cruda (e crudele) dello scacco è insito invece il segno dell'unica possibile realtà.
Di tutto ciò che passa senza più tornare.

*


Franco Battiato - Nomadas
(Testo in italiano)

*

Chi anche solo in una certa misura è giunto alla libertà della ragione, non può mai sentirsi sulla terra nient'altro che un viandante, non un viaggiatore diretto a una mèta finale...

Friedrich Nietzsche
da Umano, troppo umano
[Traduzione di Sossio Giametta]

*

Cosa ti chiedo, mentre prego / Apollo vate? / Forse vino nuovo / da mescere nella pàtera? / No, non abbondanti messi di Sardegna / non mandrie della calda Calabria / non oro o avorio indiani / o le terre del Liri / piene di pace / che il fiume tocca / in silenzio, consumandole.
Io sono pago delle viti calene / le ho avute dalla dea Fortuna / qualcuno berrà in coppe d'oro / il vino che la Siria dà in offerta / saranno senz'altro amati dagli dèi / coloro che stanno sempre sull'Atlantico / a guardare, senza paura.
A me bastano l'oliva / la cicoria, un po' di malva tenera.
Questo ti chiedo / figlio di Latona / di essere felice per ciò che già possiedo / in salute / con mente integra / invecchiando serenamente.
Avendo ancora la forza di cantare.

Quinto Orazio Flacco
Odi, I, 31

*

Chi corre sempre, saprà sempre meno cose di colui
che resta calmo e ascolta e riflette.


Massima tuareg
da Breviario per nomadi
a cura di Vanni Beltrami
Ed. Biblioteca del Vascello, 1992
(ristampato da Voland nel 1998)

06 febbraio 2007

Vita e sogno, pagine di uno stesso libro

E' bene vedere la stretta parentela tra la vita e il sogno: e non ci dobbiamo vergognare di confessarla, perché tanti spiriti grandi l'hanno riconosciuta e proclamata. I Veda e i Purana non hanno, per la conoscenza del mondo reale, che essi chiamano "il velo di Maya", una similitudine più bella e più frequente di quella del sogno. Platone afferma sovente che gli uomini vivono nel sogno, e che soltanto il filosofo si sforza di tenersi desto. Pindaro dice che i sogni sono l'ombra dell'uomo e Sofocle: vedo bene che noi, quanti viviamo, non siamo che sogni, ombre vane... (Aiace, v. 125). E ribadisce Shakespeare: Noi siamo formati con gli elementi di cui son fatti i sogni, e la nostra breve vita si compie come in un sonno. (La tempesta, atto IV, scena I). E Calderón era così profondamente preso da quest'idea, che volle farne il soggetto per una specie di dramma metafisico intitolato La vita è sogno. Dopo tante citazioni poetiche, sia permessa a me un'immagine. La vita e i sogni son pagine d'uno stesso libro. La lettura seguìta è la vita reale. Ma quando l'ora abituale della lettura (il giorno) è trascorsa, ed arriva il momento del riposo, noi continuiamo spesso a sfogliare oziosamente il libro, aprendo a caso questa pagina o quella, senz'ordine e senza séguito, imbattendoci ora in una pagina già letta, ora in una nuova; ma il libro che leggiamo è sempre il medesimo. La singola pagina isolata, pur priva di connessione con l'ordinata lettura dell'intera opera, non ne differisce tuttavia gran che, quando si pensa che comincia e finisce all'improvviso anche la lettura regolare, e può quindi ritenersi come una pagina unica, sebbene un po' più lunga.

Arthur Schopenhauer
da Il mondo come volontà e rappresentazione, I, 5
Ed. Mursia, 1991
[Traduzione di Giuseppe Riconda]

*


David Sylvian - When poets dreamed of angels

*


... Dopo un lungo rivoltarsi, finalmente s'addormentò, e cominciò a fare i più brutti e arruffati sogni del mondo. E d'uno in un altro, gli parve di trovarsi in una gran chiesa, in su, in su, in mezzo a una folla; di trovarcisi, ché non sapeva come ci fosse andato, come gliene fosse venuto il pensiero, in quel tempo specialmente; e n'era arrabbiato. Guardava i circostanti; eran tutti visi gialli, distrutti, con cert'occhi incantati, abbacinati, con le labbra spenzolate; tutta gente con certi vestiti che cascavano a pezzi; e da' rotti si vedevano macchie e bubboni. - Largo canaglia! - gli pareva di gridare, guardando alla porta, ch'era lontana lontana, e accompagnando il grido con un viso minaccioso, senza però moversi, anzi ristringendosi, per non toccar que' sozzi corpi, che già lo toccavano anche troppo da ogni parte. Ma nessuno di quegl'insensati dava segno di volersi scostare, e nemmeno d'avere inteso; anzi gli stavan più addosso: e sopra tutto gli pareva che qualcheduno di loro, con le gomita o con altro, lo pigiasse a sinistra, tra il cuore e l'ascella, dove sentiva una puntura dolorosa, e come pesante. E se si storceva, per veder di liberarsene, subito un nuovo non so che veniva a puntarglisi al luogo medesimo. Infuriato, volle metter mano alla spada; e appunto gli parve che, per la calca, gli fosse andata in su, e fosse il pomo di quella che lo premesse in quel luogo; ma, mettendoci la mano, non ci trovò la spada, e sentì in vece una trafitta più forte. Strepitava, era tutt'affannato, e voleva gridar più forte; quando gli parve che tutti que' visi si rivolgessero a una parte. Guardò anche lui; vide un pulpito, e dal parapetto di quello spuntar su un non so che di convesso, liscio e luccicante; poi alzarsi e comparir distinta una testa pelata, poi due occhi, un viso, una barba lunga e bianca, un frate ritto, fuor del parapetto fino alla cintola, fra Cristoforo. Il quale, fulminato uno sguardo in giro su tutto l'uditorio, parve a don Rodrigo che lo fermasse in viso a lui, alzando insieme la mano, nell'attitudine appunto che aveva presa in quella sala a terreno del suo palazzotto. Allora alzò anche lui la mano in furia, fece uno sforzo, come per islanciarsi ad acchiappar quel braccio teso per aria; una voce che gli andava brontolando sordamente nella gola, scoppiò in un grand'urlo; e si destò...

Alessandro Manzoni
da I Promessi sposi
cap. XXX

*

..Ne l'ora, credo, che de l'orïente,
prima raggiò nel monte Citerea,
che di foco d'amor par sempre ardente,
giovane e bella in sogno mi parea
donna vedere andar per una landa
cogliendo fiori; e cantando dicea:
Sappia qualunque il mio nome dimanda
ch'i' mi son Lia, e vo movendo intorno
le belle mani a farmi una ghirlanda...

Dante Alighieri
dalla Divina Commedia
Canto XXVII, vv. 94-102

*

Non c'è nessuna operazione della coscienza intelligente, attiva e responsabile che il sogno non possa ripetere in modo passivo, meccanico e allucinato.

Roger Callois

da L'incertezza dei sogni
Ed. Feltrinelli, 1989
[Traduzione di Vittoria De Feo]

05 febbraio 2007

Desiderio di mezzanotte

Mi piacerebbe che coloro che decideranno di ricordarmi lo facessero per ciò che ho letto e non per quello che ho scritto. Perché dentro di me cresce (e in maniera esponenziale) la soddisfazione di vivere, ogni volta che - pacificata dalla lettura finita - chiudo un libro battendo col palmo della mano sopra la controcopertina.

*


'Round midnight - Thelonious Monk Quartet

*

Che io stia cercando qualcosa che non trovo
mi rende stranamente soddisfatta.

Anne Michaels
da Quello che la luce insegna
[Traduzione di Francesca Romana Paci]

*

La mia mente è in un certo senso come lo spettro di un uomo del passato, che vaga per il mondo cercando di ricostruirlo mentalmente com'era, a dispetto della sua rovina e dei suoi sconcertanti mutamenti...

George Eliot
da Middlemarch
[Traduzione di Michele Bottalico]

04 febbraio 2007

Evoluzioni

Che cosa è accaduto dei primi scimmioni? Sappiamo che il clima cominciò a essere sfavorevole e che a un certo punto, circa 15 milioni di anni fa, le loro foreste si erano ridotte notevolmente di dimensioni. Allora gli scimmioni ancestrali furono costretti o ad attaccarsi a ciò che rimaneva delle loro case nelle foreste, o ad affrontare in un senso quasi biblico la cacciata dall'Eden. Gli antenati degli scimpanzé, dei gorilla, dei gibboni e degli orango rimasero e da allora il loro numero è andato lentamente diminuendo. Gli antenati dell'altro scimmione sopravvissuto, lo scimmione nudo, si aprirono un cammino, lasciarono le foreste e si gettarono in lotta con gli abitatori delle praterie, già ben adattati. Si trattava di un affare rischioso ma che, in termini di evoluzione, ottenne successo.

Desmond Morris
da La scimmia nuda

*

Il sapere non è opera esclusiva di chi lo ricerca; non è possibile scindere la società umana in una classe di produttori di scienza e in una classe di consumatori nettamente distinte. Infatti l'applicazione tecnica, la messa in opera delle regole scientifiche nelle varie contingenze della vita è pur sempre in qualche modo una collaborazione al prodotto...

da Il pragmatismo. Introduzione
in Scientia, nr. 8, (anno 1910), p. 146

*

Là, in terra estrania, se la notte eterna / mi sara tana al vuoto sconfinato / io me ne andrò, smarrito fra le morti / e ciò che incontrerò non sarà mio.
Pieno d'orrore e buio spossessati / a me stesso sarò straniero spettro - / con quale amore allora, quale fede / anche solo un ritratto di betulla
pregherei! E brucerei di lacrime / di gioia, / se nel buio inerte a un tratto / con la mano che cerca Dio / trovassi nidi d'uccello o fior di gelsomino.

Bolesław Leśmian
dalla rivista Poesia, ottobre 2000
[Traduzione di Valeria Rossella]

*


Pearl Jam - Do the evolution

Memoria, misura delle cose e voci d'oro

Le donne perdono tempo per inseguire la piacevolezza, ma né l'arte né la morale si fondano sulla piacevolezza. Da giovane avevo sperimentato che era molto raro, quasi impossibile, trovare nelle ragazze interesse per il mondo delle idee. Io mi sono sentita anche uomo nella mia vocazione all'arte. Non mi sono mai domandata se avessi il diritto di essere artista. Essere artista vuol dire essere incompresi e avere fede solo in se stessi...
L'apporto femminile positivo nella letteratura è di aver dato importanza alla memoria, l'effetto negativo di aver considerato la memoria come una raccolta di ricordi, cioè - in sostanza - come pettegolezzo...

Lalla Romano
da un'intervista a Daniela Pasti, "la Repubblica", 15 marzo 1996

*

Io affermo, sì, che la verità è proprio come ho scritto; che ciascuno di noi è misura delle cose che sono e che non sono: ma c'è una differenza infinita fra uomo e uomo per ciò appunto che le cosa appaiono e sono all'uno in un modo, all'altro in un altro. E sono così lontano dal negare che esistano sapienza e uomo sapiente, che anzi chiamo sapiente colui il quale, trasmutando quello di noi cui certe cose appaiono e sono cattive, riesca a far sì che codeste medesime cose appaiono e siano buone.

Protagora, fr. 80 A 21a.
in Platone, Opere
[Versione di Francesco Adorno]

*

...Triste anima passata
e tu volontà nuova che mi chiami,
tempo è forse d'unirvi
in un porto sereno di saggezza.
Ed un giorno sarà ancora l'invito
di voci d'oro, di lusinghe audaci,
anima mia non più divisa. Pensa:
cangiare in inno l'elegia; rifarsi;
non mancar più.

Eugenio Montale
"Riviere" in Ossi di seppia

*


Notturno n° 8, op. 27/2 di Frédéric Chopin
al piano Maurizio Pollini