akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

31 gennaio 2007

Tra letteratura, pace dei sensi e fodere

Nel mondo di James, diceva André Gide, "Il peso della carne è assente", le sue passioni ardono senza consumarsi. E il critico Edmund Wilson parla di "romanzi d'amore dove i protagonisti non vengono mai a capo dei propri desideri né si vedono mai in veste di amanti". In apparenza sembrano giudizi negativi, ma a mio avviso non lo sono. In realtà si tratta di osservazioni necessarie per comprendere il pianeta cifrato di un autore che privilegiò spesso l'arte alla vita, la letteratura alla passionalità. In una delle pagine conclusive del Carteggio Aspern il narratore si ferma a osservare, in una piazza di Venezia, il monumento a Bartolomeo Colleoni - il condottiero che "siede così risoluto in sella al suo enorme cavallo di bronzo". "Ma il Colleoni - scrive James - continuava a guardar lontano, oltre la mia persona, e se a battaglie e stratagemmi stava pensando, erano di una specie diversa da quelli di cui io volevo parlargli". Una scena risolutiva. Quel personaggio - come tanti altri di James - è un uomo che riflette ma non agisce, non "condottiero" ma "condotto", e rispetto alla vita quotidiana è semplice astante, spettatore e non protagonista. Una figura ambigua in cui il rapporto tra presente e passato, privacy e luci della ribalta, arte e denaro crea tortuosi drammi di coscienza dove la vittima può trasformarsi in prevaricatore e viceversa. Non a caso James escogita il meccanismo del "punto di vista", per cui il narratore non si pone mai come un personaggio intero, a tutto tondo, ma è una figura mutevole, tormentata, che sotto gli occhi del lettore si trasforma, cambia faccia, si maschera, colora le proprie avventure. E tutto questo avviene con una "fusione di toni narrativi" che è il segno di distinzione di coloro che sanno di aver a che fare con la letteratura, non con il semplice scrivere.

Il libro:
- Il carteggio Aspern

L'autore:
- Henry James

Bibl.:
- Ludovico Isoldo - Hills and Big Halls. Spazialità e scrittura in Henry James
- Luisa Villa - Esperienza e memoria. Saggio su Henry James

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...Confesso che la regola principale che ho sempre osservato nei miei studi, e che mi è stata più utile per acquisire qualche conoscenza, è di aver impiegato solo pochissime ore al giorno ai pensieri che occupano l'immaginazione, pochissime ore all'anno a quelli che occupano solo l'intelletto; mentre ho dedicato la maggior parte del tempo al riposo dei sensi e della mente; e conto, tra gli esercizi dell'immaginazione, tutte le conversazioni serie e ciò che richiede attenzione. E' per questo che ho scelto di ritirarmi in campagna; infatti, anche se nella città più caotica del mondo potessi dedicare allo studio le stesse ore, tuttavia non ne trarrei uguale vantaggio, perché sarei distratto dalla confusione di quella vita...

Lettera di Cartesio a Elisabetta, principessa del Palatinato, 28 giugno 1643, tratta da "Ti scrivo dunque sono. Lettere 1619-1650" ed. Archinto, 1996.
[Traduzione di Roberta Lorenzetti]

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Quando morirò, vedrò la fodera del mondo. / L'altra parte, dietro l'uccello, la montagna, il tramonto. / Il vero significato che vorrà essere letto. / Ciò ch'era inconciliabile, si concilierà. / E sarà compreso ciò che era incomprensibile.
Ma se non c'è una fodera del mondo? / Se il tordo sul ramo non è affatto un segno / ma solo un tordo sul ramo, se il giorno e la notte / si susseguono senza badare a un senso / e non c'è nulla sulla terra, oltre questa terra?
Se così fosse, resterebbe ancora la parola / suscitata una volta da effimere labbra, / che corre e corre, messaggero instancabile, / nei campi interstellari, nei vortici galattici / e protesta, chiama, grida.

Czeslaw Miłosz - "La fodera del mondo", Fondazione Piazzolla, 1996
[Traduzione di Valeria Rossella]

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Da ascoltare (e vedere):
- Sitting Waiting Wishing di Jack Johnson (il videoclip)
- Lo stesso brano in versione "live"

30 gennaio 2007

Strani modi di [non] leggere

Il modo ottimo per poter leggere questo libercolo, ma costoso, sarebbe acquistare diritto d'uso d'un grattacielo che abbia il medesimo numero di piani delle righe del testo da leggere; a ciascun piano collocare un lettore con il libro in mano; a ciascun lettore si dia una riga; ad un segnale, il Lettore Supremo comincerà a precipitare dal sommo dell'edificio, e man mano che transiterà di fronte alle finestre, il lettore di ciascun piano leggerà la riga destinatagli, a voce forte e chiara. E' necessario che il numero dei piani corrisponda a quello delle righe, e non vi siano equivoci tra ammezzato e primo piano, che potrebbero causare un imbarazzante silenzio prima dello schianto...

Giorgio Manganelli - Centuria

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Restammo ancora un pezzo nell'ingresso, mia madre aveva chiesto qualche romanzo in prestito; Scilla tirò fuori dei libri da uno scaffaletto, erano vecchi libri del marito perché lei non leggeva: le piaceva tanto leggere; ma voleva rispiarmarsi gli occhi per la pittura...

Natalia Ginzburg - Sagittario (ora in Cinque romanzi brevi)

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Tutti conosciamo i bartleby: sono quegli esseri che ospitano dentro di sé una profonda negazione del mondo. Prendono il nome dallo scrivano Bartleby, l'impiegato di un racconto di Herman Melville che non è mai stato visto leggere nemmeno un giornale e che, per lunghi intervalli di tempo, se ne resta in piedi a guardare fuori dalla pallida finestra che c'è dietro un paravento, rivolto verso un muro di mattoni di Wall Street. Bartleby non beve mai birra, tè o caffè come gli altri; non è mai andato da nessuna parte, giacché abita nell'ufficio dove trascorre persino le domeniche; non ha mai detto chi è né da dove viene, né se ha dei familiari a questo mondo; quando gli si domanda dove è nato o gli si affida un lavoro o gli si chiede che racconti qualcosa di sé, risponde invariabilmente: "Preferirei non farlo"...

Enrique Vila-Matas - Bartleby e compagnia
[Traduzione di Danilo Manera]

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Nella mia stanza come sopra un atlante / ho cercato i tuoi mari e i tuoi monti. / T'ho attratta con un crine, / t'ho estinta con un soffio. / Ho resistito ai tuoi vortici, alle piene / improvvise, ai letargici inganni. / Per lungo giro di anni / tra le rughe e gli specchi, / nella spoglia di un fiore, / sul lobo di un orecchio, / dove esita la sfera, / dove il filo si spezza...
Da te, consumati tutti i segni, / sciolti i nodi, rotti i patti, / distrutte le scorie, / rinascerò alla stasi eterna, / lastra senza gemito, specchio senza memoria.


Leonardo Sinisgalli
- da "Quadernetto alla polvere" in La vigna vecchia, ed. La Meridiana, 1952

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Da ascoltare (e vedere):
III movimento dal Concerto per Violino e Orchestra op. 77 di Johannes Brahms - Violino solista: Gidon Kremer - Orchestra Filarmonica di Vienna diretta da Leonard Bernstein

29 gennaio 2007

Libertà di nascere per non amare il tempo

Non aveva mai avuto famiglia. Aveva vissuto in casa d'un panettiere che chiamava "padrino" e che lo riempiva di botte. Era fuggito non appena era stato in grado di capire che la fuga significava per lui la libertà. Aveva patito la fame. Un giorno era stato arrestato. tutto ciò che voleva era un po' d'affetto, una mano che passandogli sugli occhi cancellasse il ricordo di quella notte passata in prigione, quando i soldati ubriachi s'erano divertiti a farlo correre con la gambina zoppa intorno a una stanzetta...

Jorge Amado - Capitani della spiaggia

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Chi vuol avere un attimo solo sua la sua vita, essere un attimo solo persuaso di ciò che fa - deve impossessarsi del presente; vedere ogni presente come l'ultimo, come se fosse certa, dopo, la morte: e nell'oscurità crearsi da sé la vita. A chi ha la sua vita nel presente, la morte nulla toglie, poiché niente in lui chiede più di continuare; niente è in lui per la paura della morte - niente è così perché così è dato a lui dalla nascita come necessario alla vita. E la morte non toglie ciò che è nato. Non toglie che quello che ha già preso dal dì che uno è nato, che perché nato vive della paura della morte; che vive per vivere, vive perché vive - perché è nato. - Ma chi vuole avere la sua vita non deve credersi nato, e vivo, soltanto perché è nato - né sufficiente la sua vita, da essere così continuata e difesa dalla morte.

Carlo Michelstaedter - La persuasione e la rettorica

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E dopo, che fare delle domeniche? / Aizzare il cane, provocare il matto... / Non lo amo il mio tempo, non lo amo. / L'Italia dormirà con me. / In un giardino d'Emilia o Lombardia / sempre c'è uno come me / in sospetti e pensieri di colpa / tra il canto dell'usignolo / e una spalliera di rose...

Vittorio Sereni - da "Nel sonno, V" in Poesie

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D
a ascoltare (e vedere)
:
Nouvelle Vague - Don't go

28 gennaio 2007

La parola, l'infausto destino e gli zingari di neve

Potrebbe dire qual è la parola più importante per lei?
E' senz'altro "no". No all'intolleranza e all'ineguaglianza, soprattutto.
Non dimentico parole altrettanto importanti come, amore, onestà, solidarietà.
Ma per prima cosa, bisogna sempre dire "no" a tutto ciò che lo merita.

José Saramago, intervista di Luciana Sica, "La Repubblica", 9 ottobre 1998

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E' davvero una disgrazia quando accade che uomini, i quali condizionano il destino del mondo, sbagliano nel giudicare ciò che è possibile... La loro caparbietà o, se si preferisce, la loro genialità, assicura ai loro sforzi un momentaneo successo; ma poiché essi sono in aperta lotta con i programmi, con gli interessi, con l'intera esistenza morale dei loro contemporanei, accade che tali forze si rivoltino contro di loro: e, dopo un certo tempo, che per le loro vittime è lunghissimo, ma dal punto di vista storico è invece brevissimo, di loro non resta che il ricordo dei delitti che hanno commesso, e delle sofferenze che hanno provocato.

Benjamin Constant - De l'esprit de conquête et de l'usurpation

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Nello spazio lunare / pesa il silenzio dei morti. / Ai carri eternamente remoti / il cigolìo dei lumi / improvvisa perduti e beati / villaggi di sonno.
Come un tepore troveranno l'alba / gli zingari di neve, / come un tepore sotto l'ala i nidi.

Così lontano a trasparire il mondo / ricorda che fu d'erba, una pianura.


Alfonso Gatto - "Carri d'autunno" in Tutte le poesie

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Da ascoltare (e vedere):
Richard Galliano, Bireli Lagrene e Florin Niculescu interpretano Tears di Django Reinhardt

27 gennaio 2007

Arti

Se si considera che la poesia, come anche le arti figurative, prendono ogni volta come tema un individuo al fine di rappresentarcelo, con tutte le peculiarità, anche le più insignificanti, della sua individualità, con la precisione più accurata possibile, e se poi si guarda alle scienze che lavorano per mezzo di concetti, ognuno dei quali rappresenta innumerevoli individui, dando una volta per sempre la definizione e la descrizione dei tratti peculiari dell'intera specie - allora, in base a questa considerazione, l'attività dell'arte ci potrebbe apparire insignificante, meschina, anzi quasi puerile. Ma l'essenza dell'arte comporta che per essa un solo caso valga migliaia di casi, in quanto ciò che essa ha di mira, mediante quella accurata e particolareggiata descrizione dell'individuo, è la rivelazione dell'idea della sua specie; di modo che, ad esempio, un avvenimento, una scena della vita umana, descritta in modo giusto e completo, dunque anche con una rappresentazione degli individui in essa implicati, porta alla conoscenza chiara e profonda dell'idea dell'umanità, colta da un lato qualsiasi.

Arthur Schopenhauer - Parerga e paralipomena, 208
[Traduzione di Giorgio Colli]

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L'arte di perdere s'impara presto; / tante le cose col segreto intento / di andare perse, che non è un disastro.
Perdi una cosa al giorno. Con malestro / accetta chiavi perse, un'ora al vento. / L'arte di perdere s'impara presto.
Perdi di più, più in fretta; al peggio apprestati: / luoghi e nomi e dov'è che avevi in mente / di recarti. Non sarà mai un disastro.
L'orologio di mamma ho perso; e questa! / che è l'ultima di tre case nel niente. / L'arte di perdere s'impara presto.
Ho perso due città, belle. E, più vasti, / altri regni, due fiumi, un continente. / Mi mancano, ma non è poi un disastro.
Anche perdere te (la voce, il gesto / amato) non mi smentirà. È evidente: / l'arte di perdere fin troppo presto s'impara, / e sembra (scrivilo!) un disastro.

Elizabeth Bishop - Miracolo a colazione
[Traduzione di Ottavio Fatica, Damiano Abeni, Riccardo Duranti]

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Da ascoltare (e vedere):
L'aria Vissi d'arte dalla Tosca di Giacomo Puccini nelle interpretazioni di:
- Maria Callas al Covent Garden, 1964
- Raina Kabaivanska, Teatro dell'Opera di Tokyo, 1973
- Angela Gheorghiu, dal film "Tosca", 2001

26 gennaio 2007

Un canto ricco e felice per un amore infelice

Ieri, a seguito di certe interlocuzioni filologiche, avute grazie ad alcuni sapidi commenti generosamente lasciati in coda al post Re÷ligo, sono stata piacevolmente portata nel mondo arcano delle memorie scolastiche e, rovistando in quella curiosa accozzaglia di cose che, da sempre, occupano il vano semibuio e ignoto di ogni soffitta della memoria, sono emersi questi versi: O voi che per la via d'Amor passate / attendete e guardate / s'elli è dolore alcun, quanto 'l mio grave; / e prego sol / ch'audir mi sofferiate, / e poi imaginiate / s'io son d'ogni tormento ostale e chiave...
Pur concentrandomi, non sono riuscita a ricordare a memoria cosa volesse mai dire "ostale". Così ho ripreso tra le mani la Vita nova del poeta sommo e mi sono data alla "cerca". Che struggimento...
Sanguineti ha scritto che la Vita nova di Dante è in fondo la teoria e la storia di una nuova poetica. Sarebbe la storia di un'anima, ma anche la storia di un discorso lirico, o meglio, "il ragionamento attorno ad una poetica (quella dello Stilnovo) che ormai si riconosce inadeguata alle altissime ambizioni dello scrittore".
Non discuto, Dante non ha scritto sicuramente come un adolescente romantico. La storia del suo incontro con Beatrice, a nove anni; le inutili astuzie per celare i propri sentimenti agli altri; la trovata peregrina della "donna dello schermo"; il secondo choc incontrando Beatrice a diciott'anni e infine la morte di lei con quel Cielo prima invidioso della Terra e finalmente un po' crudelmente soddisfatto. Tutto questo non sembra materia molto digeribile per i gusti moderni. Ma che importa? Mi chiedo se sia mai stato elevato un canto più ricco e felice per un amore infelice. Certo, un po' egocentrico, tutto preso di sé e delle sue ambizioni poetiche. Nessuno ci ha detto, né potrà più dirci, che cosa veramente pensasse Beatrice di quel giovanotto così poco intraprendente da svoltare l'angolo al fine di non rischiare d'incontrarla rimanendo di pietra alla sua vista. "Vedi questo non pare esso. Tal è divenuto!". Roba da lettino dell'analista. Ma se la volgarità, come leggo in giro, è uno dei caratteri distintivi di questo millennio da poco cominciato, leggere la Vita nova può, forse, far bene allo spirito. Di sicuro, comunque, male non fa.

[A proposito, dimenticavo, "ostale" sta per ostello, ricettacolo, ricetto.]

Il libro:
- Vita nova

Bibl.:
- Edoardo Sanguineti - Tre studi danteschi, ed. Le Monnier, 1961
- Edoardo Sanguineti - Il realismo di Dante , ed. Sansoni, 1966

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- ...Sì mi hai dato tanto. Mi hai dato tutto quello che c'era. No? Era quello che volevo.
- Sì - disse Wales. - Sì. E' vero. - E le sorrise.
- Bene - disse lei. - Bene. - Poi gli voltò le spalle, e corse verso le porte girevoli come aveva appena fatto l'uomo in smoking, e sparì in un lampo. Ma lui, appena fuori dal tendone giallo, restò in attesa per qualche minuto: un uomo solo con un paltò cammello; in attesa che i confusi sentimenti che aveva provato nel momento della separazione potessero essere apprezzati pienamente e poi diminuire e diventare una barriera meno insormontabile. Non erano cattivi sentimenti, Né un terreno che gli fosse sconosciuto, né uno scivolare verso la desolazione. Erano semplicemente il "risultato". E di lì a poco, forse durante il viaggio di ritorno lungo il lago, avrebbe provato un senso di liberazione, un alleggerimento, un'impressione di fatti completati, per cui, col tempo, Wales ci avrebbe pensato sempre meno, finché tutto gli sarebbe apparso, riflettendoci, quasi perfetto.

Richard Ford - Infiniti peccati
[Traduzione di Vincenzo Mantovani]

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E lui mi aspetterà nell'ipertempo, / sorridente e puntuale, con saluti / e storie che alle poverette orecchie / dell'arrivata parranno incredibili.
Ma riconoscerà, lui, ciò che gli dico? / In poche note o versi qui raccolgo / i messaggi essenziali. Un alto raggio, / aria diversa glieli tradurrà.


Maria Luisa Spaziani - da "Viaggio Verona-Parigi" in Poesie, 1954-1996

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Da ascoltare (e vedere):
Domenico Scarlatti, Sonata K141 - Al pianoforte Martha Argerich

25 gennaio 2007

Re÷ligo

Il prete mi ha guardato con un po' di tristezza. Ero completamente addossato al muro e il giorno mi colava sulla fronte. Ha detto qualche parola che non ho sentito e mi ha chiesto molto in fretta se gli permettevo di abbracciarmi: "No", gli ho risposto. Si è voltato ed è andato verso il muro su cui ha passato lentamente la mano: "Ami dunque questa terra a tal punto?" ha mormorato. Io non ho risposto nulla.
E' rimasto abbastanza a lungo girato così. La sua presenza mi pesava e mi dava fastidio. Stavo per dirgli di andarsene, di lasciarmi, quando di colpo si è messo a gridare, con una specie di enfasi, voltandosi verso di me: "No, non posso crederti. Sono sicuro che ti è avvenuto di desiderare un'altra vita". Gli ho risposto che naturalmente mi era avvenuto, ma ciò non aveva maggiore importanza che il desiderare di essere ricco, di nuotare molto veloce o di avere una bocca meglio fatta. Erano desideri dello stesso ordine, ma lui mi ha interrotto e voleva sapere come vedevo quest'altra vita. Allora gli ho urlato: "Una vita in cui possa ricordarmi di questa", e subito dopo gli ho detto che ne avevo abbastanza. Voleva ancora parlarmi di Dio, ma mi sono avvicinato a lui e ho cercato di spiegargli un'ultima volta che ormai mi restava poco tempo da vivere. E non volevo sprecarlo con Dio...

Albert Camus - Lo straniero
[Traduzione di Alberto Zevi]

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Homo sum, humani nihil a me alienum puto.
Sono un uomo, e ritengo estraneo a me tutto quanto non è umano.

Terenzio - Heautontimorùmenos (Il punitore di se stesso), I, 1, 25

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Forse attualmente non esiste sofferenza maggiore, inflitta all'umanità nei paesi civilizzati e liberi, della necessità di ascoltare sermoni. Nessuno a parte un ecclesiastico che predica ha, in questi paesi, il potere di costringere il pubblico a sedere in silenzio per farsi torturare. Nessuno a parte un ecclesiastico che predica può dilettarsi in banalità, ovvietà e affermazioni opinabili, e tuttavia ottenere, con suo indiscusso privilegio, lo stesso atteggiamento rispettoso che si avrebbe se dalle sue labbra fluissero parole di infiammata eloquenza o logica stringente...

Anthony Trollope - Le torri di Barchester
[Traduzione di Rossella Cazzullo]

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Nessun fiume più rallegra la sua città
non più calmi rivi la irrigano:

ed Egli è là, nel centro

remoto e inutile.

David Maria Turoldo - "Exinanivit" in Canti ultimi

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Da ascoltare (e vedere):
Avec le temps di Leo Ferré interpretata da Dalida

24 gennaio 2007

Cinque passi fra le pagine (e uno altrove)


...E la luce alla quale ella leggeva il libro pieno di ansie, di inganni, di dolore e di male, s'infiammò d'un bagliore più vivido che mai, rischiarando tutto quello che prima era nelle tenebre; poi cominciò ad affievolirsi e si spense per sempre.

Lev Nikolaevič Tolstoj - Anna Karenina
[Traduzione di Leone Ginzburg]


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Questo libro che a te dava conforto / buon lettore, è vergogna a chi lo crebbe. / Parlava come un vivo ed era (avrebbe / dovuto, per decenza, essere) morto.


Umberto Saba - "Al lettore" dal Canzoniere



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Signori imperadori, re e duci e tutte altre genti che volete sapere le diverse generazioni delle genti e le diversità delle regioni del mondo, leggete questo libro dove le troverete tutte le grandissime maraviglie e gran diversitadi delle genti d'Erminia, di Persia e di Tarteria, d'India e di molte altre province. E questo vi conterà il libro ordinatamente siccome messere Marco Polo, savio e nobile cittadino di Vinegia, le conta in questo libro e egli medesimo le vide. Ma ancora v'à di quelle cose le quali elli non vide, ma udille da persone degne di fede, e però le cose vedute dirà di veduta e l'altre per udita, acciò che 'l nostro libro sia veritieri e sanza niuna menzogna...

Marco Polo (e Rustichello da Pisa) - Le dévisement du monde (Il Milione)

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...Tastò di qua e di là. Voglio e non vorrei. Chissà se lo pronuncia bene: voglio. Nel letto non c'è. Dev'essere scivolato sotto. Si chinò e rialzò le frange del copriletto. Il libro, caduto, era aperto (...).
- Fa' un po' vedere, disse lei. Ci ho messo il segno. C'è una parola che ti volevo chiedere.
Mandò giù un sorso di tè dalla tazza che teneva non dalla parte del manico e, pulite in fretta le punte delle dita sulla coperta, cominciò a scorrere il testo con una forcina finché non trovò la parola. (...)
- Ecco, disse lei. Che cosa vuol dire?
Egli si chinò e lesse accanto all'unghia lucida del pollice.
- Metempsicosi?
- Sì. Come lo chiamano in famiglia?
- Metempsicosi, disse, aggrottando le sopracciglia. E' greco: viene dal greco. Vuol dire trasmigrazione delle anime.
- Oh, sorbe! disse lei. Ora diccelo in parole povere...

James Joyce - Ulisse
[Traduzione di Giuliano de Angelis]

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Ti leggo dolci versi d'un antico, / e le parole nate tra le vigne, / le tende, in riva ai fiumi delle terre / dell'est, come era ricadono lugubri / e desolate in questa profondissima / notte di guerra in cui nessuno corre / il cielo degli angeli di morte, / e s'ode il vento con rombo di crollo / se scuote le lamiere che qui in alto / dividono le logge, e la malinconia / sale dei cani che urlano dagli orti / ai colpi di moschetto delle ronde / per le vie deserte. Qualcuno vive. / Forse qualcuno vive. Ma noi, qui, / chiusi in ascolto dell'antica voce, / cerchiamo un segno che superi la vita, / l'oscuro sortilegio della terra / dove anche fra le tombe di macerie / l'erba maligna solleva il suo fiore.

Salvatore Quasimodo - "19 gennaio 1944" da Poesie e discorsi sulla poesia

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Da ascoltare (e vedere):
Angela Gheorghiu e Frank Lopardo interpretano l'aria - "Dammi tu forza, o cielo!"... dal II atto de La Traviata di Giuseppe Verdi - Orchestra Royal Opera House, direttore Sir Georg Solti.

23 gennaio 2007

Posta aerea

Un buon pensiero che abbiamo letto, una cosa che ci abbia colpito nell'ascoltarla, li riportiamo volentieri nel nostro diario. Se ci prendessimo però ugualmente la pena di annotare dalle lettere dei nostri amici osservazioni, caratteristiche, garbati giudizi, detti fugaci e arguti, potremmo divenire molto ricchi. Ci sono lettere che si conservano per non rileggerle mai più, infine viene il giorno che si distruggono per discrezione, e così ne scompare il più bello e più immediato alito di vita, e non sarà possibile né per noi né per altri riprodurlo mai più. Io mi propongo di riparare a questa negligenza...

Johann Wolfgang Goethe - Le affinità elettive
[Traduzione di Massimo Mila]

*


Da quando / ho deciso di non rispondere / mai più / a una tua lettera / nessun'altra lettera mai / ho più potuto / nemmeno aprirla
Lascio / che vengano / che mi cadano attorno / che giacciano laggiù ai miei piedi / capovolte e inevase / zitte / come me / come ormai la mia / vita

Giorgio Bassani - "Da quando" in Epitaffio, ed. Lo Specchio-Mondadori, 1974

*

Mi scrivi di frequente e te ne sono grato, perché mi riveli la tua personalità con l'unico mezzo di cui disponi. Non ricevo mai una tua lettera senza che subito non siamo l'uno in compagnia dell'altro. Se ci sono graditi i ritratti degli amici assenti, immagini che rinverdiscono il ricordo e alleviano con un conforto irreale e vano lo struggimento per la lontananza, quanto più piacevole è una lettera che ci porta le impronte autentiche, le vere connotazioni dell'amico assente. Infatti, ciò che di più dolce offre la vista di un amico, questo ci è assicurato dalla traccia della sua mano impressa nella scrittura della lettera.

Lucio Anneo Seneca - Lettere a Lucilio
, 40, 1
[Versione di Fernando Solinas]

*

Cara mamma,
dagli orologi fermi capisco la tua assenza. E stamattina nel solito bicchiere bianco c'era uno spazzolino da denti solo.
Il tuo te lo sei portato via.
Ma non credere che, te lontana, io faccia cose che a te dispiacciono.
Il mio sogno più caro è destinato a oscillare nell'aria lungamente, ma poi - certo - a dissolversi nel sereno, oltre le cose. Perché amiamo perdutamente soltanto ciò che non avremo mai: e per me è la miseria, vecchi con lunghi mantelli fra ciminiere di fabbriche lontane, carraie che conducono a una cava di sabbia, bambine col grembiule rosso riflesse dall'acqua dei fossi. La strada vera va lungo un marciapiede, ha consuete parole, vetrine infiorate, un "Punto giallo" fra gli specchi, e un mite desiderio di sicuri stipendi.
Cara mamma, augurami di soffrire ancora a lungo per amore di fantasia: a questo patto la tua ragazza potrà non morire.

Antonia

Antonia Pozzi
- Lettera del 29 gennaio 1938 in L'età delle parole è finita - Lettere 1927-1938

*

Già più di un anno. A Siena / sono ritornato due volte, / da allora. Uno spicchio di sole / ha esploso un lampo sul bicchiere di granita, / e ho rivisto nel vetro i tuoi tratti. / Sei stato così rapido / nell'andar via, già si partiva a sera / (mentre tu rimanevi sulla "piazza") per la tournée, Lucca, Firenze, Roma...
Da allora mi sei apparso truccato, / nascosto nel costume del Generale / possente e fragile, e come mi sfuggivi! / Ma dammi tempo, ti ritroverò; / un giorno l'entre-acte sarà abbastanza / lungo per riconoscerti e per piangerti.


Vittorio Gassman - "Ad Adolfo Celi" in Vocalizzi

*
Da ascoltare (e vedere):
Chico Buarque de Hollanda e Milton Nascimento - O que será

22 gennaio 2007

Un retaggio di stanchezza, fra ozio e crepuscolo

Ho trascorso i primi nove anni della mia vita in Germania, sballottata fra due case. L'una abnorme per vastità e bruttezza; l'altra, bellissima. Un'immensa residenza guglielmina nel centro storico di Berlino, costruita e abitata dai genitori della prima moglie di mio padre, e un piccolo castello del Seicento con un parco al Sud, vicino ai Vosgi, acquistato per lui da mia madre. Io, però, sono nata in un appartamento affittato per l'occasione nel quartiere di Charlottenburg...

Poi Sybille Bedford (il cui vero cognome era von Schoenebeck) ha avuto modo di vivere in Inghilterra, in Francia, in Italia e anche in altre parti del mondo, ma questo suo romanzo, Il retaggio, che uscì più di mezzo secolo fa, nel 1956, è un modo per riappropiarsi di quelle radici germaniche che, senz'altro, non devono mai averla veramente abbandonata. In esso si racconta di tre famiglie del mondo di ieri (fine Ottocento), imparentate "per via di matrimoni piuttosto infausti, completamente diverse per abitudini, principi e religione. A dividerle erano l'estraneità o la vocazione alla politica, la geografia e il denaro". C'è quindi l'eterno conflitto tra il Nord protestante e il Sud cattolico, mentre in lontanza (a dire il vero neanche troppo) l'officina dove crepita l'incubo novecentesco inizia a mandare i suoi rumori sinistri.
Un romanzo che non scontenterà gli amanti di Mann, anche se la Bedford mantiene volontariamente un profilo più basso rispetto al suo ingombrante collega, non inclinando verso le sorti "metafisiche" degli uomini ma privilegiando piuttosto gli aspetti più prosaici (e spesso deteriori) dell'umanità che descrive.

Il libro:
- Il retaggio
[Traduzione di Marina Antonielli]

L'autrice:
- Sybille Bedford

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...Nessuno sembra capire che una settimana di riposo in agosto non può impedirmi d'essere stanca in ottobre. Se a volte dico "Mi sento poco bene" Michele e i ragazzi fanno un breve silenzio rispettoso e impacciato. Poi io mi alzo, riprendo a fare ciò che debbo. Nessuno si muove per aiutarmi, ma Michele grida: "Ecco, dici che ti senti poco bene, e non stai un momento ferma". Poco dopo riprendono a parlare del più e del meno, i ragazzi uscendo mi raccomandano: "Ripòsati, eh?". Riccardo mi rivolge un piccolo cenno minaccioso col dito come diffidandomi dall'uscire per divertirmi. Solo la febbre, la febbre forte, fa credere che siamo veramente malati, in famiglia. La febbre impensierisce Michele, i ragazzi mi portano l'aranciata. Ma io ho raramente la febbre; mai, posso dire. Invece sono sempre stanca e nessuno ci crede. Eppure la mia pace nasce proprio dalla stanchezza che provo quando mi stendo sul letto, la sera. In essa trovo una sorta di felicità nella quale mi placo e addormento. Debbo riconoscere che, forse, la determinazione con la quale mi difendo da ogni possibilità di riposarmi non è che la paura di perdere questa sola fonte di felicità che è la stanchezza...

Alba de Céspedes - Quaderno proibito

*



Qualcuno accusò l'imperatore Galba perché spesso viveva in ozio; egli rispose che ciascuno doveva rendere conto delle sue azioni, non del suo riposo...

Michel de Montaigne - Saggi, III, 9




*


Quale strana cosa è la vera essenza dell’Amato!
Né si può dirgli Creatura, né si può dirgli Creatore,
ed egli è come il crepuscolo,
che il giorno riassume e la notte!

Khwâja Muhammad Zamân - da Gemme di saggezza islamica a cura di Maurizio Bagatin

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Da vedere:
- Vladimir Vasiliev e Ekaterina Maximova danzano il "Grand Pas De Deux" dallo "Schiaccianoci" di Pyotr Ilych Tchaikovsky - Orchestra e corpo di ballo del Teatro Bolshoj di Mosca.
- >>>Qui lo stesso brano danzato da Rudolf Nureyev e Merle Park (in un filmato del 1968).

21 gennaio 2007

Una valigia aristocratica in viaggio verso quartieri popolari

Colgo con un po' di ritardo i frutti di "buona famiglia"¹ attorno ai quali gravita lievemente, ma intensamente, la bella prosa di Isabella Bossi Fedrigotti.
La valigia del signor Budischowsky , provetto valigiaio boemo, è una sorta di inventario del mondo di ieri: le villeggiature d'antan, infanzie e adolescenze favolose (non a caso questa galleria d'anime, atmosfere, colori è dedicata "ai miei compagni di giochi").
Con la tata, al mare, inseparabile la valigia "di cuoio vecchio, indurito, pieno di macchie e di segni scuri simili a lividi; nel lessico familiare (...) Budischowsky"...
La lettura di questo libro me ne ha fatti tornare in mente altri, similmente intensi, di uguale o (ben) diversa origine. Ne traggo qualche citazione, appena dopo la nota.

Il libro:
- La valigia del Signor Budischowsky

L'autrice:
- Isabella Bossi Fedrigotti

Nota
:
¹ Mi riferisco ovviamente al suo romanzo Di buona famiglia con il quale, un po' a sorpresa, la scrittrice vinse nel 1991 il premio Campiello.

*

Fu di quell'inverno il mio amore per Clara. lavoravamo nella stessa fabbrica, lei al reparto confezionatura. Eravamo ragazzi ancora. C'incontravamo di fronte alla vetreria. Lei abitava da quelle parti, nelle baracche sul torrente, e se mi parlava della sua casa: "Ho delle tendine ricamate alle finestre" diceva (...) come per farsi perdonare il peccato di abitare nelle baracche sul torrente. Mica era bella, mi piaceva come camminava, e forse mi piaceva che portasse digià i tacchi alti e che al bar dove ci fermavamo, nello stradale delle fabbriche, la chiamassero signorina senza ironia, come se davvero lo fosse. (...) Vedendola di lontano traversare l'argine per arrivare più presto a me che l'aspettavo, un'emozione sempre nuova mi si scioglieva nel petto. Essa avanzava in fretta, accelerando il passo di quanto s'avvicinava.
"E' tardi?" mi chiedeva.
A sera tornavamo insieme, ridevamo di coloro che si ostinavano sulle biciclette nella neve; e siccome era buio, andavamo al lampione davanti la vetreria, per guardarci ancora in viso prima di salutarci. Il nostro amore significò lo stradale lungo delle fabbriche, lo scambio del buongiorno e della buonasera con gli operai che ci raggiungevano oltrepassandoci, e l'indugio a ridosso dei muri delle officine, le mani nelle mani, i baci furtivi, povere parole...

Vasco Pratolini - Diario sentimentale

*



...Sposare vorremmo non quella che legge romanzi, cresciuta / tra gli agi, mutevole e bella, e raffinata e saputa... / Ma quella che vive tranquilla, serena col padre borghese / in un'antichissima villa remota del Canavese...

da "L'ipotesi" di Guido Gozzano, in Poesie



*


...Me ne vado, ti lascio nella sera / che, benché triste, così dolce scende / per noi viventi, con la luce cerea / che al quartiere in penombra si rapprende. / E lo sommuove. Lo fa più grande, vuoto, / intorno, e, più lontano, lo riaccende / di una vita smaniosa che del roco / rotolìo dei tram, dei gridi umani, / dialettali, fa un concerto fioco / e assoluto. E senti come in quei lontani / esseri che, in vita, gridano, ridono, / in quei loro veicoli, in quei grami / caseggiati dove si consuma l'infido / ed espansivo dono dell'esistenza - / quella vita non è che un brivido; / corporea, collettiva presenza; / senti il mancare di ogni religione / vera; non vita, ma sopravvivenza / - forse più lieta della vita - come / d'un popolo d'animali, nel cui arcano / orgasmo non ci sia altra passione / che per l'operare quotidiano: / umile fervore cui dà un senso di festa / l'umile corruzione...

da Le ceneri di Gramsci di Pier Paolo Pasolini

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Da ascoltare (e vedere):
- Il tema "Smile" di Charlie Chaplin dal film Tempi Moderni (Orchestra United Artists, direttore Alfred Newman).

20 gennaio 2007

Utopie à rebours tra pietre e giardini

Rincorro ancora temi d'utopia, e mentre in tanti si affannano a cercare Atlantide, io ieri sera ho diretto le mie vele ideali verso Meropide che, secondo il mito raccontato da Teopompo, doveva essere un grande continente transoceanico, i cui abitanti erano alti il doppio degli uomini e vivevano due volte tanto.
Le città che si contendevano il primato su Meropide erano due: una era Máximos (la Guerriera) e l'altra Eusebés (la Pia). Gli abitanti della prima avevano conquistato un impero molto vasto e si erano spinti sino ai confini dell'Europa, dai quali si erano però immediatamente (e prudentemente) allontanati, dopo che avevano avuto modo di osservare segretamente il modo di vivere (evidentemente già discutibile) dei nostri progenitori. Gli abitanti di Eusebés, invece, conducevano una vita tranquilla e riservata, non soffrivano di malattie o sciagure, non lavoravano la terra ma ne raccoglievano ugualmente i frutti.
Altre cose "miracolose" narra poi Teopompo su una regione chiamata Anostos, cioè "senza ritorno", e dei due fiumi che le scorrevano attorno, chiamati rispettivamente Gioia e Dolore, e degli alberi prodigiosi che crescevano sulle loro rive. Chi aveva assaggiato i frutti maturati sul fiume della Gioia, per esempio, si liberava da ogni desiderio perturbatore e, se vecchio, ridiventava adulto, poi giovane, poi bambino e poi si dileguava serenamente nel nulla.
Una curiosa vita à rebours, tutta da sperimentare, che non terrebbe conto dell'idea della morte (elemento inarrivabile, e pertanto non considerato) e trasformerebbe la nascita in un curioso fenomeno di annullamento.

Confesso che con fatica ho fatto ritorno dalla terra "senza ritorno"...

L'autore citato:
- Teopompo di Chio

L'opera:
Il mito riferito da Teopompo ci è giunto tramite Eliano, il quale ne parla nelle sue Storie varie.

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...Solo un momento di quella recita da me disprezzata riuscì a commuovermi. In una scena una bambina (la figlia del nostro panettiere Blin, Celina) figurava una vecchia dama vestita con una crinolina di seta marrone e aveva in capo una parrucca bianca. Era così seria e maestosa, che pareva una vera e per di più "antica" signora. La bambina "era" quella che sarebbe con gli anni diventata, una vecchia; ma anche una vissuta tanto tempo prima. Quello scambio di tempi che vagamente intuivo mi imbarazzava: mi dava il senso di una realtà inafferrabile, o forse di una verità nascosta, oscura.

Lalla Romano - La penombra che abbiamo attraversato

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A volte vorrei essere una pietra / spaccata dal gelo e levigata dai venti: / viene lo spaccapietre col suo martello, / non sentirei niente, né un gemito o un balbettìo, / silenzio nel tempo la mia grammatica. / Spirito, se spirito è, se dato / a un pezzo d'argilla, il cuore è lacerato. / Corpo e anima, coppia male assortita, / ognuno insofferente dell'altrui compagnia. / L'eterno e il fugace / incrociano le proprie vie. Nessuno dà strada. / Il vento soffia, lascia che estingua / questa fiamma di vita che, infedele, / brucia ogni cosa tranne il dubbio.

Peter Russell - da Teorie e altre liriche, Carlo Mancosu Editore, 1990
[Traduzione a cura di Pier Franco Donovan e dell'autore]

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Da ascoltare e vedere:
- Aria "Gethsemane" dall'opera "Jesus Christ Superstar" di Tim Rice & Andrew Lloyd Webber - Interprete: Steve Balsamo.
- >>>qui invece la versione interpretata da Glenn Carter
- E se qualcuno non possedesse (o non avesse - caso assai improbabile - mai visto l'originale) può aprire >>>questo collegamento per ammirare Ted Neeley.

Io, forse scandalizzando i più, confesso di avere un debole per la versione di Balsamo...

19 gennaio 2007

Morte immortale nella casa di polvere

Con molta lucidità, e sfidando le incognite (e quindi le paure) che da sempre ha generato nell'uomo la vita oltre la morte, Lucrezio non fa sconti, e mettendo da parte ogni vana utopia ultraterrena, afferma solennemente che l'unica immortalità è quella della morte.
Altra non ce n'è.

...Mortalem vitam mors cum immortalis ademit
(De rerum natura, III, 869).¹

E' chiaro che in questo campo nessuno può avere certezze, personalmente però mi sento di condividere questo assunto. E poi è bello l'ossimoro nel verso: morte immortale... Davvero geniale.

¹ ...Quando la vita mortale è annullata dalla morte immortale. [Versione di Luca Canali].
E' molto probabile che Lucrezio abbia tratto ispirazione per questo verso da un brano del poeta greco Amfide (coevo di Menandro, o di poco anteriore). Di esso, attraverso Ateneo (VIII, 330 C), ci è giunto questo frammento: "Bevi, gioca; mortale è la vita, breve è il tempo dell'esistenza terrena; ma una volta morti, immortale è la morte..."


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Giacevo nella polvere sul ciglio della strada. / Né io vidi il suo viso, / né lui vide il mio.
Le stelle scesero, e l'aria era azzurra. / Né io vidi le sue mani, / né lui vide le mie.
L'oriente si fece verde come un limone. / Grazie a un uccello aprii gli occhi.
Allora seppi chi avevo amato / tutta la vita. / Allora lui seppe di chi aveva abbracciato / le umili braccia.
E l'uomo prese il fagotto, e piangendo / se ne andò a casa sua. / Ma la sua casa è polvere sulla strada / che è anche casa mia.

"La casa sulla strada" di Vesna Parun - da "Né sogno, né cigno"
[Questa traduzione, a cura di Annelisa Alleva, è diversa da quella curata da Jacqueline Spaccini per il volume citato (che invece può essere letta >>>qui con una breve biografia dell'autrice)]

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Da ascoltare (e vedere):
La danza del fuoco di Manuel De Falla - Al pianoforte José Iturbi

18 gennaio 2007

Linguaggi sconosciuti per domande sepolte

Mai dimenticherò la kiva di betulle, nel lontano paese degli Apache, l'Arizona, i teepee, il tremolare dei fuochi e il nitrire dei cavalli invisibili sotto il manto immenso e cupo della notte, e gli Apache tutti usciti all'aperto, calzando i silenziosi sandali di pelle di daino; e nella kiva, davanti a un piccolo fuoco, l'anziano che narrava nel linguaggio sconosciuto del suo popolo, con quella strana voce selvaggia degli indiani che ha echi antecedenti il Diluvio Universale...

David Herbert Lawrence - Mornings in Mexico

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...Con il passare degli anni cominciarono ad affacciarsi alla mente della bambina parecchie domande; ma poiché le risposte non erano facili da accettare, le mise a tacere adottando modi sempre più arroganti.
Non le era possibile mostrarsi affabile neppure con i neri che vivevano nella sua stessa casa come domestici, poiché quando si intratteneva con uno di loro, sua madre correva subito, preoccupata: "Vieni via, non devi parlare con gli indigeni".
Era questa convinzione che le era stata instillata a poco a poco...

Doris Lessing - "Il vecchio capo Mshlanga" in Racconti africani
[Traduzione di Franca Castellenghi Piazza]

Ceneri

Odio l'idea che altre persone leggano le nostre lettere dopo che saremo morti. E non solo che le leggano, ma anche le pubblichino e ci facciano dei soldi. E' così che vanno le cose in questa nostra orribile era americanizzata. Non c'è più intimità, né correttezza. Giornalisti, intervistatori, biografi - sono parassiti, cavallette, che strappano via foglia su foglia. Sento che è nostro dovere respingerli, sconfiggerli. Quando moriamo, quando non possiamo più difendere la nostra intimità intervengono loro con le antenne che vibrano, digrignando le mascelle. Facciamo che non trovino nulla - solo terra bruciata. Ceneri...¹

Henry James in Dura la vita dello scrittore di David Lodge
[Traduzione di Mary Gilson e Rosetta Palazzi]

Nota:
¹ Nel 1909, in un momento di depressione, Henry James bruciò tutta la sua corrispondenza.

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Dalla natura deforme la foglia / simmetrica fugge, l'ancora più / non la tiene. Già inverno, non inverno, / fuma un falò presso il Naviglio. / Qualcuno può tradire / a quel fuoco di notte, può negare / per tre volte la terra. Com'è forte / la presa, se qui da anni, che anni, guardi / le stelle sporche a galla nei canali / senza ripugnanza, se ami qualcuno / della terra, se scricchiola / il legno fresco e arde la geometria / della foglia corrugata scaldandoti.

"Dalla natura deforme" di Salvatore Quasimodo in Poesie e Discorsi sulla poesia

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Tema principale dal poema sinfonico "La Moldava" di Bedřich Smetana - Orchestra Sinfonica della Repubblica Ceca diretta da Vladimir Ashkenazy (video)

17 gennaio 2007

Il signore che se ne ritornò da dove era venuto, giovane come sempre

Montezuma così mi parlò: "Dalla tradizione scritta della nostra gente, trasmessa dagli antenati, sappiamo che nessuno degli abitanti di questa terra, nemmeno io, siamo originari di essa ma stranieri, arrivati qui dalle regioni più lontane; sappiamo anche che la nostra stirpe fu guidata da un signore di cui tutti erano vassalli, il quale se ne ritornò da dove era venuto: dopo molto tempo ricomparve; voleva portare con sé gli uomini. Essi non vollero seguirlo e nemmeno accoglierlo come signore: così andò via per sempre...".

Hernán Cortés - La conquista del Messico
[Traduzione di Luisa Pranzetti]

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Ardente meriggio nei prati. I ranuncoli / esplodono e si fondono, e gli amanti / passano, e passano. / Sono neri e piatti come ombre. / Bello non avere legami, io sono / solitaria come l'erba. Che cosa mi manca? / Qualunque cosa sia, la troverò?
I cigni se ne sono andati, ma il fiume / ricorda come erano bianchi. / Cerca di inseguirli con le sue luci. / Incontra la loro forma in una nuvola. / Che cos'è quell'uccello che piange / con tanto dolore nella voce? / Sono giovane come sempre, dice. / Che cosa, che cosa mi manca?

Sylvia Plath - Opere
[Traduzione di Anna Ravano]

Giuliano, Mercurio e la susurna

Giuliano si svegliava senz'alcun mezzo artificiale, ogni qualvolta lo volesse. Infatti si levava sempre a mezzanotte non da un letto di piume o di coltri di seta splendenti di vari riflessi, ma da una stuoia o da una rozza coperta, che la semplicità del popolo chiama "susurna", per pregare in segreto Mercurio, che le dottrine teologiche insegnano sia la veloce intelligenza del mondo che suscita l'attività delle menti umane. Così, pur essendo privo di ogni comodità, attendeva con profonda competenza a tutti i doveri dello Stato...

Ammiano Marcellino - Le Storie, XVI, 5
[Versione di Antonio Selem]

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"La fille aux cheveux de lin" di Claude Debussy - al piano Arturo Benedetti Michelangeli (video).

16 gennaio 2007

La tragedia di uno sbadiglio di bontà verso la morte

Che ne facciamo della visione tragica della vita in cui siamo stati educati, del tragico periodo della nostra storia, del destino della mia patria, della mia generazione e infine del mio destino personale? Mi sembra che una risposta ci sia: la tragedia mi fu data come terreno, come base di vita. Noi, nati tra il 1900 e il 1910, siamo cresciuti nella tragedia che a suo tempo è entrata in noi; per così dire l'abbiamo bevuta, ce ne siamo nutriti e l'abbiamo assimilata. Ma ora che la tragedia è finita ed è iniziato l'èpos, io ho il diritto, dopo aver vissuto una vita, di non prendermi troppo sul serio...

Nina Berberova - Il corsivo è mio
[Traduzione di Patrizia Deotto]

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Lo scrittore dello sbadiglio è Italo Svevo. Tra Ottocento e Novecento Svevo è il narratore che dà maggiore importanza agli stati di malessere e torpore individuale. Sbadigliano i personaggi della Coscienza di Zeno e di Senilità, quasi sempre per noia e indifferenza rispetto all'ambiente in cui vivono. Così come lo sbadiglio per fame ha in Pinocchio il suo campione. Dopo aver divorato le tre pere, e in attesa di mangiare le bucce che prima rifiuta, il burattino sbadiglia e piagnucola: "Ho dell'altra fame". D'Annunzio è invece attento allo sbadiglio di piacere. C'è uno sbadiglio voluttuoso nelle Novelle della Pescara, connesso allo stirarsi delle membra; mentre per Federigo Tozzi, in Tre croci, il suono dello sbadiglio evoca il raglio dell'asino. Insomma, lo sbadiglio non smette mai di stupire per i suoi mille significati reconditi. E' come una tastiera di pianoforte, dipende da chi la suona...

Gianluca Ficca e Piero Salzarulo - Lo sbadiglio dello struzzo. Psicologia e biologia dello sbadiglio

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A ragione ti capita tutto questo, perché preferisci divenir buono domani, anziché esserlo oggi.

Marco Aurelio Antonino - Colloqui con se stesso
[Versione di Enrico Turolla]

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Veramente io dovrò dunque morire / come un insetto effimero del maggio, / e sentirò nell'aria calda e piena / gelare a poco a poco la mia guancia? / Più vera morte è separarsi in pianto / da amate compagnie, per non tornare, / e accomiatarsi a forza dalla celia / giovanile e dal riso, mentre indora / con tenerezza il paesaggio aprile. / O per me non sarebbe male, quando / fosse il mio cuore interamente morto,/ smarrirmi in questa dolce alba lunare / come s'infrange un'onda, nella calma.

Giovanna Bemporad - Esercizi

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Da ascoltare (e vedere):
1. "L'Estasi dell'oro" 2. Tema da "C'era una volta il West" 3. La ballata di Sacco & Vanzetti 4. "Triello" - di Ennio Morricone [Soprano Susanna Rigacci. Orchestra sinfonica della Radio di Monaco di Baviera e Coro della Radio Bavarese diretti da Ennio Morricone]

15 gennaio 2007

La letteratura (e la critica) che vorrei

Credo in una letteratura che mantenga in qualunque condizione un legame con l'umanità che siamo e abbiamo; un'umanità a cui tutti (nonostante le diverse difficoltà) tendiamo e di cui tutti siamo debitori. Una letteratura che tocchi qualcosa di vivo oltre ogni tipo di copertura e situazione distorta; che non abbia la falsità come nemica (ché la finzione è di per sé sempre "falsa", però - in occasioni non rare - produce ottima letteratura), ma piuttosto l'ipocrisia. Una letteratura che veda attraverso, e magari anche oltre, l'ideologia; che produca incremento culturale senza esserne succube; che abbia molti strumenti da utilizzare, ma senza dimenticare mai quelli dell'immediata corrispondenza con il nostro riso, il nostro pianto, la nostra banalità e la nostra miracolosa complessità.
So di andare contro corrente (parlo da un punto di vista prettamente critico), ma io questa letteratura - alla quale aspiro come lettrice - l'ho trovata davvero nell'ultimo libro di Niccolò Ammaniti e, nonostante i ripetuti dileggi che ho letto su molta stampa (di carta e on line), invito anche altri a mettere alla prova se stessi (se già non l'avessero fatto) su queste cinquecento pagine che in me hanno lasciato una traccia profonda.
Forse se non si è più capaci di commuoverci o di entrare in empatia con un libro che leggiamo, non dipende sempre e solo dalle pagine che sfogliamo, ma anche dagli occhi che si posano su quelle pagine. Perché l'aridità non è - e non può essere - solo in chi scrive.
L'aridità è come l'umanità: è in tutti. In chi scrive e in chi legge.
E anche in chi stila certe recensioni, incomprensibilmente livorose e crudeli, che mi fanno andare con la mente al mio carissimo Seneca e al suo "Vides autem quam miser sit si is cui invidetur et invidet..."

Il libro:
- Come Dio comanda

L'autore:
- La voce dedicata a Niccolò Ammaniti in Wikipedia

Coll. utile
:
- Il sito ufficiale di Niccolò Ammaniti

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Cara Giovanna, (il foglietto è macchiato, ma di caffè. Non farci caso). Ho letto subito la tua Elettra e si è rinnovata la mia ammirazione per il tuo modo di tradurre; questa volta, non conosco e non potrei leggere il testo; ma sento che come per Omero la traduzione è insieme aderentissima eppure un'opera d'arte a sé: ben diverso il mio modo di tradurre perché sono infedelissimo (Germinal, per esempio, l'ho tradito; da romanzo terreo, tetro è diventato quasi... giocoso).

Camillo Sbarbaro, in una lettera a Giovanna Bemporad del 25 febbraio 1959, da Cara Giovanna, Lettere di Camillo Sbarbaro a Giovanna Bemporad (1952-1964)

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La maggior parte degli uomini, Paolino, protesta per l'avarizia della natura, perché siamo messi al mondo per un briciolo di tempo, perché i giorni a noi concessi scorrono così veloci e travolgenti che, eccetto pochissimi, gli altri sono abbandonati dalla vita proprio mentre si preparano a vivere. E di questa disgrazia, che credono comune, non si dolse solo la folla e il volgo sciocco: tale stato d'animo provocò la protesta anche di grandi uomini. Di qui l'esclamazione del più grande dei medici, che la vita è breve, l'arte lunga; di qui l'accusa di Aristotele alla prese con la natura, indegna di un saggio, perché essa ha concesso agli animali di poter vivere cinque o dieci generazioni, e all'uomo, nato a tante e così grandi cose, è fissato un termine tanto più breve. In realtà non abbiamo poco tempo, ma ne abbiamo perduto molto. Sì: non riceviamo una vita breve, ma tale l'abbiamo resa, e non siamo poveri di essa, ma prodighi.

Lucio Anneo Seneca - Sulla brevità della vita, cap. I
[Versione di Alfonso Traina]

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Quando sono tornata / tu avevi la quiete del giardino / su di te.
Nessuno era venuto, / mi hai detto, tranne il silenzio - / sebbene passassero le api come mercanti / coi loro sacchi d'oro.


"Imago" di Elizabeth Garrett da The Rule of Three

Traggo questi versi dall'ottimo articolo di Luca Guerneri sulla più recente generazione di poeti inglesi. Presumo che la traduzione degli stessi sia sua.

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Da ascoltare (e vedere):
- Il 2° movimento (Adagio) dal "Concierto de Aranjuez" di Joaquim Rodrigo [Solista Paco de Lucia - Orchestra de Cadaquez]