akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

12 febbraio 2007


4.
Se fossi una scrittrice aspirerei a scrivere un libro le cui parole rivelino una corrispondenza il più possibile coerente prima fra loro e poi con le cose. Seguirei le "mappe" - più o meno accurate - di un territorio (fisico e psichico) del quale ci è sì negato di conoscere la verità ultima e assoluta, ma nel quale, per fortuna, non ci è affatto negato di muoverci e di cercare.


5. Ho letto in poco più di due ore un vecchio romanzo di Domenico Rea: Una vampata di rossore (uscito nel 1959 per i tipi di Mondadori e per fortuna sapientemente ristampato da Avagliano editore). Si tratta di un'opera dura, assolutamente non consolatoria, che verte sul contrasto tra il male e la fobia ossessiva (e compulsiva) di chi lo incarna. Il rimedio è intuìto ma non raggiunto; il ricorso alla allegoria aleggia costante, mentre il sentimento dominante pare essere la vergogna che, infine, spinge ad ignorare consapevolmente la malattia, sia da parte di chi la soffre, sia da chi dovrebbe curarla.
Una mètafora della vita, insomma, amara e a tratti scostante; piena però di illuminazioni improvvise, di incaute tenerezze, di sprazzi di pura poesia.


6. Qualcuno vorrebbe farci credere che il mondo è stato costruito da (o su) una parola.
A me attualmente più che la "costruzione" del mondo interessa la sua necessaria e improcrastinabile "ri-costruzione". E questa è un'impresa che nessuna "parola" può (o potrà) condurre a termine.
E' forse da questo disilluso scacco che potrebbe scaturire quella disperazione umana, mai come ora così carsicamente presente e palpabile?

8 Comments:

  • At 12/2/07 6:42 AM, Anonymous heraclitus said…

    una parola forse non può ricostruire il mondo, ma una ricostruzione di questo passa anche per una riforma linguistica.

     
  • At 12/2/07 7:44 AM, Blogger fulmini said…

    Buon giorno, Clelia. Oggi sono d'accordo con te fin nei particolari. Anche io ogni giorno e ogni notte mi occupo della ricostruzione del mondo (e di me stesso). Con le mie forze (e con le mie debolezze), certo. Ma ognuno non deve altro che ciò che può - non è vero? Pasquale

     
  • At 12/2/07 9:19 AM, Blogger elisabetta mori said…

    4. Lo scrittore è abile a mimetizzarsi: si nasconde in tutte le fessure, le crepe, i cunicoli della trama e delle parole; risultato: la verità contenuta ( se una c'è) spinge il lettore, che vuole penetrare i significati nascosti, a muoversi come dici tu Clelia.
    E spesso saranno molte verità, una per ogni lettore che ha voluto cercare.

    5. Di Domenico Rea ho letto solo "Ninfa plebea"; acquisterò questo suo romanzo

    6. L'Aleph secondo Borges è l'inizio del mondo. L'uomo dovrebbe inventare un nuovo linguaggio, o come dice PierGiorgio Odifreddi ri-"decodificare il linguaggio esistente, nella sua tripartizione per lo meno basilare - sostantivo, verbo, aggettivo - rendendo esplicite le funzioni di ciascuna categoria, perché ad ognuna di esse corrisponde poi un "particolare modo di guardare il mondo."

     
  • At 12/2/07 11:26 AM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Stefano, sì, direi che è proprio una tappa obbligata.

    Sì, Pasquale, mai andare oltre le proprie possibilità. Sarebbe una inutile, immotivata e innaturale presunzione.

    Elisabetta, come non essere d'accordo con le tue preziose integrazioni? (Soprattutto con quella al punto 6.)

     
  • At 12/2/07 2:40 PM, Blogger KlaG said…

    Il mondo costruito a partire da una parola è il mondo costruito dall'uomo poichè solo l'uomo ha il dono del linguaggio. Se non consideriamo il mondo costruito dall'uomo allora esso esiste a prescindere, così al meno credo io, e non so fino a che punto si possa parlare di una sua costruzione o di una sua ricostruzione. Se limitiamo il mondo a quello costruito dall'uomo, forse, allora, potrebbe anche esistere una parola in grado di ricostruirlo, perchè no? Forse magari la conosciamo pure. Credo che il problema vada spostato dalla parola al significato che gli diamo. Molte parole sono rimaste le stesse ma ne sono cambiati i significati. Una buona partenza per ricostruire forse è usare le parole che esistono con il significato che esse hanno e crearne di nuove per i significati ancora inespressi.

    Buona giornata a tutti
    un saluto

     
  • At 12/2/07 2:47 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Punto di vista interessante il tuo, klag. Occorre che ci mediti, però in linea di massima per ora mi sento di sottoscrivere il tuo pensiero.

    Ciao, C.

     
  • At 12/2/07 2:52 PM, Blogger roberto.bonuglia said…

    Piacevole davvero il tuo ricordo di Rea, famoso per lo più per i suoi racconti raccolti in "Spaccanapoli" e "Gesù fate luce". E' un peccato che si sia limitato a scrivere solo due romanzi lunghi [quello da te considerato e, molti anni dopo, nel 1992, Ninfa plebea]. Nelle pagine di Rea, secondo me, la cosa più apprezzabile è l'aver "aggiustato il tiro" nell'analisi delle classi sociali napoletane [e meridionali in genere], il cui immobilismo trova origine, come diceva un altro autore napoletano, Mario Pomilio, non tanto nell'attaccamento alla "roba" di verghiana memoria, ma nello status derivante dalla nascita che diventa il vero e proprio "segno della personalità".
    In tal senso, permettimi di ricordare "Quel che vide Cummeo", un ottimo racconto anch'esso riproposto dall'editore Avagliano in "I ragazzi di Nofi".
    Un caro saluto,

     
  • At 12/2/07 3:00 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Ciao Roberto, anch'io, come penso in molti, avevo letto con gusto Ninfa plebea, però, ad essere sincera, ho trovato Una vampata di rossore un'opera ancor meglio "definita" (se così posso dire), meno incline a certi gusti letterari correnti. Forse l'asincronìa ha giocato senz'altro un ruolo attivo nel generare in me questo giudizio, o forse il tema mi era più affine, chissà. Comunque, per concludere, fra le due è senz'altro alla più antica che va la mia preferenza, ma non disdegno di rileggere tra breve anche l'altra. E forse (come è spesso capitato in passato) il mio giudizio potrebbe anche cambiare.
    Ti ringrazio per l'ottimo commento e ricambio il tuo saluto,

    C.

     

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