akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

30 settembre 2006

44.

Sento che sto arrivando piano piano a concepire l'antico (o forse sarebbe più opportuno dire il pre-moderno) proprio come Leopardi, e cioè come l'al di qua della ragione, con tutto ciò che questo concetto può voler significare rispetto ai tempi contemporanei che, pur con qualche ritrosia, io stessa sto vivendo.

...La verità è questa, Plotino. Quella natura primitiva degli uomini antichi, e delle genti selvagge e incolte, non è più la nostra: ma l'assuefazione e la ragione hanno fatto di noi un'altra natura; la quale noi abbiamo, ed avremo sempre, in luogo di quella prima.¹

Forse è una forzatura, quella leopardiana (e di converso la mia), ma credo sia giusto poter dire che, alla luce di questo, non si può più parlare di "unicità" del genere umano. Bisognerebbe fare come per la cronologia, usare cioè una divisione di comodo. Magari " a.R." - "d.R": avanti Ragione e dopo Ragione (dove la "ragione", sia chiaro, non dev'essere vista necessariamente come un dato "positivo" a priori). Questa divisione mi sembrerebbe francamente più "razionale" (è proprio il caso di dirlo) di quella attuale. Però ci sarebbe un problema non piccolo da risolvere: da quando far partire la separazione delle due "ere".
Dagli Eleatici? Da Cartesio? Dall'Illuminismo? E questo per restare nel ristrettissimo campo occidentale, oltretutto abbastanza recente.
Quesiti innocui, frutto di una lunga camminata (con la quale ho quasi circoscritto il bosco) ricca di pensieri tanto fecondi quanto impraticabili.
Meglio che mi affidi ancora a Leopardi:

...la civiltà moderna non deve essere considerata come una semplice continuazione dell'antica, come un progresso della medesima... Ma qualunque sia la filiazione che, istoricamente parlando, abbia la civiltà moderna verso l'antica, ...logicamente parlando però, queste due civiltà, avendo essenziali differenze tra loro, sono, e debbono essere considerate come due civiltà diverse, o vogliamo dire due diverse e distinte specie di civiltà, ambedue realmente complete in se stesse. ²

Lui sì che aveva le idee molto chiare sull'antico e il moderno.
Io meno, molto meno.

44.1

E dico: c'è qualcosa di giusto nella penombra abitata della mia casa, affogata tra platani, oleandri e camelie e protetta sul retro dalle grandi conifere. E' come se un filo teso e invisibile propagasse un'alta onda di suono; una musica languida e infinita che si accorda perfettamente con ciò che provo adesso. Una dolcezza ignara, venata appena da un leggero sorriso.


¹ dalle Operette Morali, Dialogo di Plotino e Porfirio
² dallo Zibaldone, p. 4171, 21 marzo 1826

Bibl.
- Emanuele Severino - Cosa arcana e stupenda. L'Occidente e Leopardi
- Marcello Gigante - Leopardi e l'antico
- Antonio Prete - Il pensiero poetante. Saggio su Leopardi
- Tiziano Salari - Sotto il vulcano. Studi su Leopardi e altro
- Franco Cassano - Oltre il nulla. Studio su Giacomo Leopardi

29 settembre 2006

43

L'ombra ha su di me un potere seduttivo più marcato di quello della luce, forse perché, come dice bene Starobinski, "ciò che è nascosto e occulto, affascina". L'ombra ha il potere di proiettarmi verso territori inesplorati e, per il solo fatto che in essa si naviga a vista, di generare in me un'attesa continua, non necessariamente di cose sconosciute, ma anche di volti, immagini ed eventi perduti e ritrovati.
Attraverso l'ombra, infatti, tutto può tornare vivo, anche solo "in potenza".

43.1

Abito veramente nel mondo? O non è piuttosto il mondo che mi abita?
Ho veramente a che fare con gli esseri e le cose? O non piuttosto solo e sempre con le idee che io ho degli esseri e delle cose?
(Domande a margine di un'estemporanea, quanto redditizia, lettura di Gehlen. Spero che - in merito - la mattina mi porti consiglio...).

43.2

Dove sono i rumori degli uomini? Oggi niente aerei o elicotteri (che pure ogni tanto passano), o voci di persone o suoni di sirene (che, indistinguibili, arrivano raramente fin qua portati in braccio dal vento del Nord). Sento solo i grossi platani del giardino scherzare con la brezza, lo sciabordìo dell'acqua e i soliti versi degli animali notturni. Cerco di condensare questo tempo immobile intorno a un nucleo di sentimenti e ricordi, ma il nucleo non ce la fa, non vuole prendere sostanza. Lo spicchio della luna è appena tramontato a Ovest, lanciando un bagliore sinistro sulle canne al vento.
Poi più nulla, solo il vuoto dell'ombra e del silenzio.

Bibl.
- Jean Starobinski - L'occhio vivente
- Arnold Gehlen - Morale e ipermorale. Un'etica pluralista
- Arnold Gehlen - L'uomo nell'era della tecnica
- Arnold Gehlen - Prospettive antropologiche

28 settembre 2006

42.

Al risveglio ho provato quella sensazione di gioia triste che danno certi sogni, quando sparisce ogni cosa intorno e rimane solo il profumo vago del ricordo a fecondare l'aria.

42.1

Credo che il tragico quotidiano non sia nello scontro delle passioni, ma nell'incompatibilità dei punti di vista. Ognuno non conosce che una creduta verità, per lo più incomprensibile agli altri: è come essere in un labirinto, dove la via d'uscita non esiste proprio.

42.2

"L'uso della lingua è tutto ciò che possiamo opporre alla morte e al silenzio" scrive Joyce Carol Oates, delineando così le coordinate della sua idea totalizzante e barocca dello scrivere che, a dire il vero, non mi trova molto d'accordo.
Propenderei per un più sobrio silenzio, per far fronte ad un uso della lingua che vuole ad ogni costo trasfigurare e/o minimizzare l'idea della morte.
L'unica certezza che abbiamo non si può eludere, meno che mai celare. Sarebbe un inutile peccato di omissione.

Bibl.
- Joyce Carol Oates - Misfatti. Racconti di crudeltà

27 settembre 2006

41.

L'autodifesa di Socrate non convinse la giuria che lo condannò con 280 voti contro 220. Eppure si fondava su due argomenti di cui, dopo venticinque secoli, si continua a discutere.
Il primo argomento riguardava la sapienza umana. Socrate sostenne che il solo modo di mostrarsi sapiente è riconoscere la propria ignoranza.
Il secondo argomento, sostenuto da Socrate dopo la condanna, è il dovere civico di piegarsi anche a un verdetto iniquo, come a una fatalità ("il segno del dio non mi si è opposto quando stamane sono venuto in tribunale"). Il dio segreto che consigliava il filosofo e quel giorno aveva taciuto, aveva evidentemente un'idea della maggioranza opposta a quella del calzolaio fiorentino che durante il tumulto dei Ciompi gridò a Carlo Strozzi, "le vostre maggioranze al tutto conviene che si spengano". Da Atene a Firenze, il conflitto fra volontà maggioritaria e libertà individuale è rimasto aperto. Socrate accettava il verdetto della maggioranza, per il calzolaio "maggioranza" era sinonimo di sopraffazione.
Io, in merito, non saprei proprio cosa dire; ammetto però che - sull'argomento specifico, e con rispetto parlando - non starei né con Socrate né col calzolaio. Di questo sono certa.

41.1

Essere amata e amare un albero, un monte, una radura. Amare la meraviglia e il terrore della natura (ieri sera un vento impetuoso mi ha colta lontano da casa, costringendomi a trovare riparo in un casolare abbandonato).
Poi contemplare anche, "degustarsi", assaporare la propria sostanza. Basta questo a riempire la vita. Basta che una cosa non rimanga come prima di averla contemplata. Svegliare un mondo sonnolento e renderlo vivo allo spirito, fare di ogni immagine un luogo privilegiato.
Infine non curarsi troppo del futuro, perché - tanto - è come camminare verso il nulla.

Bibl.
- Walter F. Otto - Socrate e l'uomo greco
- Jan Potocka - Socrate
- Giovanni Reale - Socrate
- Pier Francesco Listri/Maurizio Naldini - La grande storia di Firenze ( 3 voll.), Ed. Ponte alle Grazie

26 settembre 2006

40

André Breton chiama "pensiero parlato" quelle immagini mentali di alta qualità che non bisognerebbe mai cercare di prolungare oltre il loro grado di vitalità, di "assurdità immediata". Insomma, mai lasciarsi tentare dalla penna, in questi casi. Meglio far fluire il tutto e accontentarsi solo di quello che la memoria (assai vagamente) può ritenere.
Oggi ho tentato l'esperimento; violentandomi, ho impedito a me stessa di correre ai fogli ogni volta che un "pensiero parlato" mi si manifestava nella sua "vitalità". Confesso di non aver resistito più di mezz'ora.
Non mi interessa aumentare il valore di ciò che resta; sento che, così facendo, amerei assai di più tutto ciò che, irreparabilmente, perderei per sempre. E questa è una cosa che non posso (e non voglio) permettermi.

40.1

Rousseau si è speso moltissimo per convinverci che ogni uomo nasce libero. Ottima tesi, per l'amor del cielo, non riscontrabile però nei fatti (e in questo concordo con Cassirer e con Dumont); nemmeno oggi, che pure di strada dovremmo averne fatta in questo senso.
E' qualche tempo dopo la nascita, infatti, che ci si rende amaramente conto di quanto la libertà sia una fragile e (spesso) faticosa conquista (che molti non raggiungeranno comunque mai), non un dono piovuto da chissà dove per diritto di nascita.

Bibl.
- André Breton - Manifesti del Surrealismo
- Jean-Jacques Rousseau - Discorso sull'origine e i fondamenti dell'ineguaglianza tra gli uomini
- Jean-Jacques Rousseau - Il contratto sociale
- Ernst Cassirer - La filosofia dell'Illuminismo
- Ernst Cassirer - Rousseau, Kant, Goethe
- Louis Dumont - Homo aequalis

25 settembre 2006

39.

La campagna, oggi pomeriggio, mi è sembrata come divorata da una divinità terrestre, patrona del vuoto e della calma pensosa.
Le colline al crepuscolo hanno assunto via via le forme di un cammello disteso, col collo allungato su un oceano d'erba scura.
Tutto, intorno a me, ora è tacito e sereno, un nulla condensato: forse quel nulla da cui provengo e nel quale tornerò. Ma senza fretta, solo con la discreta consapevolezza di chi passa, dà un'occhiata e se ne va.

39.1

E' sempre una gioia grande affidare le ore vuote e il silenzio della solitudine alla lettura di Orazio, perché è un compagno che non tradisce.
Il suo animo è autentico, il suo gusto è sicuro, e la sua arte è perfetta come quell'assoluto che egli non si affannò mai a cercare.
Forse perché risiedeva già nella forma stessa delle sue parole.

39.2

L'impronta e il lascito della tragedia greca è l'ansioso interrogativo sul destino dell' uomo, senza alcuna certezza che diriga il percorso di questa investigazione, senza alcuna possibilità di approdare a una soluzione che, pur nel dolore più smisurato, insegni che cosa è male, che cosa è bene.

39.2.1

In proposito mi vengono in mente questi versi di Edgar Lee Masters: "... - A che serve conoscere il male nel mondo? - / Io sono fuori della tua strada ora, Spoon River; / scegli il tuo bene e chiamalo il bene. / Perché io non riuscii mai a farti capire / che nessuno sa che cosa è il male; / e nessuno sa che cosa è vero / se non sa che cosa è falso."

39.3

Solo all'alba si intravede il sogno del vivere.
Per un attimo appena, giusto il tempo di addormentarsi sereni.

Bibl.
- Quinto Orazio Flacco - Opere
- Giuseppe Di Viesto - Le Odi e gli Epodi di Orazio
- Mario Gallo - Ipotesi su Orazio
- Marianne McDonald - L'arte vivente della tragedia greca
- Marta Nussbaum - La fragilità del bene
- Edgar Lee Masters - Antologia di Spoon River

24 settembre 2006

38

Il vero di pochi attimi è tutto quello che posso prendere e dare senza più l'illusoria attesa di un disordine da ricomporre o di un ordine da scomporre.
Il tempo ha lasciato il peso e le tracce della sua esperienza ed io, senza abbassare la testa, cerco e trasmetto parole di sabbia e di vento, mentre il cielo, là fuori, è ora di un azzurro sorprendente e una leggera brezza da nord-est spinge con sé i brandelli sfilacciati dei cirri, che fanno da degno contorno agli ultimi caroselli di rondini.

38.1

Percorrendo in lungo e in largo i Saggi mi sono resa conto che è praticamente impossibile trovare dove Montaigne parla precisamente di una certa cosa. I titoli, che di per sé sono molto importanti, non aiutano per niente in questo senso. I Saggi sono un testo sviluppato come un labirinto circolare, con digressioni che si moltiplicano su loro stesse. Montaigne insomma vuole che, quando io cerco qualcosa, trovi anche altro. Questo sostanzialmente per una ragione che potrei - con azzardo - definire "struttura di seduzione": l'autore non vuole cioè che io lasci il suo libro, anzi, vuole che io senta, insistentemente, il bisogno di tornarci.
Per questo mi costringe così spesso a perdermi in esso: perché non vuole perdermi...

38.2

La sofferenza causata da un rimpianto non è niente se messa a confronto con quella che può generare il rimorso; questo perché - anche se solo ipoteticamente - al rimpianto si può fare fronte decidendosi a fare (o dire) quello che è rimasto "sospeso" (generando in noi la pena). Per il rimorso no, questo non vale. Un macigno è stato posto sul luogo del nostro errore-dolore, e la pratica è, da quel momento, irrimediabilmente chiusa.

Bibl.
- Michel de Montaigne - Saggi
- Carlo Cappa - Michel de Montaigne. L'appartenenza della scrittura: il dialogo tra vita ed opera negli Essais
- Luis Kancyper - Il risentimento e il rimorso. Uno studio psicanalitico

23 settembre 2006

37.

Si comincia sempre dai piedi, da ciò che essi sfiorano e calcano. Si comincia sempre da questo principio logico, stare coi piedi per terra, da questa gravità così tristemente ineludibile, a cui possiamo fuggire solo lontani dal nostro pianeta. Bisogna guardare in basso, e non alle stelle per capire chi siamo, dove siamo, dove andremo. Sotto le suole delle scarpe scivolano la sabbia, la terra battuta, l'asfalto e con essi la storia che ha scritto il suo corso lungo le pietre miliari. Saggio è l'uomo che cammina, che misura il tempo a passi, che lascia lo sguardo libero di contemplare. "Viaggiare a piedi - ricordava Rousseau - è viaggiare come Talete, Platone, Pitagora. Un filosofo non può fare altrimenti". Se la strada è il destino dell'homo viator, che segna l'ingresso alla vita e il suo svolgersi come pensiero, essa, nella duplice natura di luogo e metodo di ricerca, invita a riflettere sulle modalità di questo apprendistato che, pur nelle diverse declinazioni geografiche e storiche, artigianali e tecnologiche, sembra non conoscere la parola fine.

37.1


Nel mio lungo cammino - solitario e giornaliero - incontro molte anime, a volte persino la mia.

37.2

Di fronte alla crisi dell'identità di Dio e al vacuum di certezze dogmatiche che preparava il terreno al dialogo con il nichilismo, Dostoevskij cerca la via di una salvezza che è sempre difficile e problematica ma non condannata a priori all'insuccesso. Ricavo quest'impressione rileggendo l'epistolario del grande romanziere russo, nella scelta che, con un titolo alquanto discutibile¹, Feltrinelli ha deciso di editare qualche anno fa.

37.3

Ci sono sere come questa in cui mi diletto a cercare tutto ciò che ho perduto durante la vita: persone, momenti, luoghi, ricordi, occasioni ecc..
Riprendersi il tempo perduto per me non vuol dire recuperarlo, ma ricrearlo. E' cosi che faccio i conti con tutto ciò che ho perso: rendendolo ai miei occhi (e nel mio cuore) ancora più prezioso.

Bibl.
- Francesco Careri - Walkscapes. Camminare come pratica estetica
- Jean-Jacques Rousseau - Passeggiate
- Demetrio Duccio - Filosofia del camminare²
¹ Fëdor Dostoevskij - Lettere sulla creatività (epistolario)
² Su gentile indicazione di Matteo

22 settembre 2006

36.

Mi sveglio dalla parte del silenzio. I vari non-suoni, puri e spogliati, non si fondono ma si sovrappongono trasparenti come lastre di una lanterna magica. E' solo grazie al mio respiro che riemergo alla coscienza. Il libro del silenzio si chiude così senza rumore, come il non-suono di un ricordo che fende un momento d'oblìo.

36.1

Mi incuriosisce il modo in cui vado trattando le mie ombre, come se fossero delle cose salde, come se avessero corporeità. E invece ogni volta mi sorprendo a muovermi dentro un vuoto, come se la mia coscienza forse perseguitata dal sentimento dell'inesistenza. Potrei esplorare questo vuoto con il diario, per arrivare a smascherarlo, oppure potrei dispormi a guardare quel vuoto spietatamente. Non posso fare a meno di nominarlo, perché mi esercito quotidianamente su quel vuoto. E' la mia materia, il mio territorio. Analizzarlo, denunciarlo, mi fa respirare meglio. Quando lo faccio i miei gesti sono simili a quelli dell'anatomopatologo. Collocata ai margini dell'esteriorità, spenti gli occhi sul mondo non posso che guardare dentro, sezionare, classificare con il mio bisturi, per affondare nella carne dell'anima. Il referto è il diario. Mi consegno alla pagina, mi ci rovescio sopra, come si adagia un corpo morto sul tavolo settorio.

36.2

Nel 1893 Edvard Munch dipinge la Morte nella stanza della malata
che concentra in una sintesi tutte le componenti intellettuali della sua pittura. La scena è ripartita nei due momenti ravvicinati di una ineluttabilità conseguente, la malattia che porta alla morte. Le fasi dell'agonia sono rappresentate contemporaneamente e il loro tragico rapporto è più stretto poiché si unisce nei misteri del simbolo. In Munch tutta la realtà è simbolo, metafora dell'impressione che le cose reali evocano per loro natura. Il compito del pittore (ma anche dello scrittore a pensarci bene) è quello di riuscire a trasformare in immagine ciò che il simbolo cela all'apparenza. Per una forza invincibile anche nelle forme terse della vita, che possono creare sensazioni d'effimera gioia, per esempio in un paesaggio o in un interno domestico, si nasconde il cancro del male. Il dolore è signore di tutte le cose. L'ammalata, di cui rimarrà per sempre ignoto il volto, forse è la sorella, ma forse l'umanità intera e la morte che la insegue, senza concederle scampo, è un'entità presente. Il simbolo si schiude e diviene realtà e forse quella figura di donna con le occhiaie violacee e il vestito a macchie viola, che ci guarda fissi, è la morte stessa, entrata di soppiatto a trasmetterci impietosa il suo tetro memento.

36.3

La letteratura può indulgere alla cronaca, la poesia no; la poesia ha bisogno di lontananza.

Coll.
-
Edward Munch - Morte nella stanza della malata

Bibl.
- F. Noto Campanella/G. Tibaldi - Psicologia e psicopatologia dell'espressionismo. Edward Munch, Ed. Cortina

21 settembre 2006

35.

I Greci definivano l'angoscia come il rapporto tra il tempo della vita dell'uomo e il tempo dell' infinito: dal loro conflitto nasceva l'inquietudine. Sono infatti tempi troppo diversi, per i quali è difficile trovare una sintesi. Chi vi riesce potrà dire di aver bevuto ambrosia.

35.1

Stamani una foschia densa, leggermente indorata da un sole che stentava a filtrare. Alcune foglie di bronzo sono iniziate a scendere dai platani del giardino che dà a Nord. L'aria è ancora calda, quasi estiva. Però in me sento l'autunno, non solo quello atmosferico.
E ne gioisco, perché è la stagione più bella; quella che mi è più cara.

35.2

A volte mi stupisco rileggendo alcuni pensieri lasciati su qualche diario scritto cinque o dieci anni fa; mi fa meraviglia notare come le mie stesse parole mi siano diventate lontane, a volte persino estranee. Ma non provo alcuna pena, anzi, tutt'altro; e perché questo accada adotto uno stratagemma: immagino che esse provengano da qualche mio avo del quale, per caso, ho scoperto un diario nascosto.
E in fondo è proprio questo che è accaduto; perché muoversi tra le proprie parole scritte diversi anni prima è come sfogliare le pagine di un nostro progenitore.
Uno che non c'è più ma che ci ha permesso di essere ciò che siamo.

35.3

Lemuri, silenzi notturni, luci che tagliano stanze: ha inizio un'altra veglia d'attesa, una pausa fra due assenze.

Bibl.
- John D. Barrow - L'infinito. Breve guida ai confini dello spazio e del tempo

20 settembre 2006

34.

La parola è sempre un mistero, perché indica qualcosa che non c'è, come lo spazio di un quadro indica una spazialità che è virtuale e questa virtualità crea l'astrazione.
A volte risulta facile pensare che la parola colmi un vuoto, in realtà lo illustra soltanto.

34.1

Sembra che di Jan Jacob Slauerhoff le benemerite edizioni Iperborea abbiano intenzione di pubblicare buona parte dell'opera, io - per ora - mi sono persa in Schiuma e Cenere, un gruppo di cinque racconti risalenti agli anni '30 del secolo scorso. Ognuno di questi scritti brevi, tanto diversi tra loro per ambientazione e tecnica narrativa, è un percorso tentato dall'autore per incontrare la parte inconscia di se stesso, quella che affida al sogno, oltre che alla suggestione del viaggio reale, la propria forza creativa. E infatti i protagonisti dei cinque racconti (L' erede, La fine del canto, L' ultimo viaggio della Nyborg, Larrios, Such is life in China), in continuo movimento tra l'Arabia, la Russia, il Mediterraneo, gli Stati Uniti, la Cina, sono instancabili esploratori di nuovi approdi, e ogni rotta serve per inseguire fantasmi, idee che non possono materializzarsi in una terra vera e propria. I personaggi e le atmosfere ricordano a volte certe situazioni conradiane, raccogliendo anche la percezione di un destino cui non si può sfuggire nemmeno confondendo le tracce con il moto perpetuo di una vita trascorsa viaggiando.
Un'opera aspra e difficile, spesso tutta interiore, ma viva, inesorabilmente viva.

34.2

Non ambisco che al silenzio.
E' la ricca materia da cui posso estrarre tesori favolosi.


Bibl.

- Angelo Malinconico/Maurizio Peciccia - Al di là della parola
- Gérauld de Cordemoy - Discorso fisico della parola
- Jan Jacob Slauerhoff - Schiuma e cenere
- Carlo Sini - Il gioco del silenzio

19 settembre 2006

33.

"Io, mia Delia, non inseguo la gloria: / pur di restar con te non m'importa / che mi chiamino incapace e indolente. / Voglio specchiarmi in te quando verrà la morte / e in fin di vita tenerti con la mano che s'abbandona. / Mi piangerai, Delia, e composto sul letto del rogo / coi baci verserai lacrime amare. / Mi piangerai...".
Sono versi di Tibullo che mi hanno appena restituito vivissima la traccia di un'emozione remota e che, dagli odierni accumuli di senso, mi riportano nella ineffabilità profonda e misteriosa del sentimento poetico. E ancora adesso è intatta la suggestione dell'elegia di Tibullo: dove il diario intimo e la narrazione dell'io diventano autobiografia poetica, dove l'esistenza del vissuto diventa vita dell'ego elegiaco.
La vita per Tibullo è questo cerchio al di fuori del quale non esiste più nulla. Un cerchio tracciato dalla scrittura, privo di libertà, privo di fatalità: nient'altro che uno spazio, un'aura, la seduzione di un'onda musicale, la grazia di un ritmo, dove il tempo è stato - forse per sempre (e per fortuna) - inesorabilmente abolito.

33.1

Qualche anno fa, spinta da non so quale impulso, acquistai un cane di porcellana con gli occhi di vetro e lo chiamai Pirrone. E' un piccolo levriero italiano, un lavoro inglese di epoca vittoriana; una "buona cosa di pessimo gusto" a grandezza naturale, così vero che a volte mi pare di vederlo tremare (questi cani tremano sempre: e più tremano più sono di razza). Ha persino un collarino di cuoio con il campanellino. L'ho messo su una cassapanca nell'ingresso, subito dopo l'atrio, a far la guardia ad una sala dove non entro quasi mai.
Tutte le volte che esco o entro in casa lo colpisco leggermente con un buffetto, ma lui continua a fissare imperturbabile con i suoi grandi occhi di vetro la porta a cui è stato posto di guardia. Allora io sorrido mentre il tempo scioglie un desiderio e lo lega all'istante che viene; un istante dove Pirrone finalmente potrà chiudere gli occhi ed abbaiare forte alle mie spalle, per poi tornare a puntare con i suoi occhi di vetro inespressivi la sala dove, come al solito, io non entro quasi mai.

33.2

Forse giornate come questa appena trascorsa esistono solo nel ricordo: lunghe giornate colme di nuvole ma prive di vento, assolutamente ferme in una indescrivibile e silenziosa serenità.

Bibl.
- Albio Tibullo - Elegie
- Raffaele Perrelli - Il tema della scelta di vita nelle Elegie di Tibullo

Coll.
- Il piccolo levriero italiano

18 settembre 2006

32.

Uno dei problemi della sensibilità moderna, più che il senso di colpa, sembra essere il senso dell'inesistenza: io esisto solo per il fatto che sono stata e che sarò, ma ad un certo punto si pone il problema che io potrei anche non esistere e d'improvviso la vita diventa il trionfo di questa incertezza.
E' vero, magari non esisto, magari sono solo uno dei personaggi nel sogno di qualcun altro, ma questo "non esistere" è così dolce, così bello.

32.1

In fondo la poesia è un inno all'inesistenza delle cose, una lotta contro il deposito di orrori della vita, perché investe il meccanismo oscuro di quest'ultima - fatto di una crudeltà assoluta - con una libertà che a molti può sembrare insensatezza. E invece è solo coraggio e speranza.
Sì, la poesia è un canto di speranza, anche se a scriverla è il peggior disperato della Terra.

32.2

Ho visto, su una superficie d'acqua che aveva il colore dell'alba, due cigni andare regalmente e galleggiare quasi sul nulla: poi d'improvviso si sono fermati ed hanno cominciato a dare beccate voraci alla sponda, alla terra umida ed erbosa piegata sull'acqua. Sembrava quasi volessero berla, come se tutti gli elementi si fossero trasformati in un elemento solo.
Per loro prezioso e irresistibile.

Bibl.
- Marco Fortunato - Alternative alla vita. Esistenza e filosofia
- Giuliano Scabia - Il Tremito. Che cos'è la poesia?
- Salvatore Toma - Canzoniere della morte¹

¹ Consigliato da Rodolfo

17 settembre 2006

31.

Non mi pongo alcuna domanda, eppure mi arrivano risposte.
Giungono così - improvvise - e pretendono da me domande che non ho (e che non ho nessuna intenzione di farmi).

31.1

Nessun pittore moderno, neppure Monet o Renoir, Cezanne o Gauguin, sembra aver colto, come Van Gogh, insieme la gioia e il mistero della natura, la bellezza irrefrenabile di un campo di grano, di un oliveto, di una pianta di giaggioli, degli alberi più elementari. Nessun pittore ha saputo trasformare l'immagine di un casolare, l'ingresso ad una caverna o il tracciato incerto di un omino in un corridoio o di una coppia sotto la luna, in emozioni di paura, amore, malinconia, ansietà e curiosità.
Nessuno come lui è riuscito a penetrare fino in fondo nel mistero delle cose per non uscirne mai più, se non attraverso la sua pittura.
Lucida, terribile, infinitamente struggente.

31.2

Ho parlato nei giorni scorsi di "inerzia" e di "viaggi fatti senza viaggiare", e mi sono resa conto che non ho introdotto un tratto che unisce idealmente questi due concetti in apparenza aporetici (come giustamente qualcuno mi ha fatto notare), questo senso cioè del viaggiare nel tempo e nel non-tempo prima ancora che nel non-spazio.
Lo "stratagemma" consiste nel prendere un libro in mano, un buon libro, e leggerlo. Magari un libro di viaggi del (e quindi nel) passato, come ad esempio il Viaggio intorno al mondo di Adelbert von Chamisso.
Seduta a questa scrivania e con lo sguardo spesso attratto, ma non distratto, dagli alberi là fuori e da un cielo dai colori incerti, velati e in fondo già autunnali, ho sfogliato a lungo questo splendido resoconto di viaggio, dove l'osservazione scientifica (Chamisso sarà poi nominato direttore del Museo Botanico di Berlino) si accompagna alla poesia. Ho finito ben presto per viaggiare anch'io, guardando i luoghi con gli occhi dello scrittore, tra le righe già scritte e quelle ancora da scrivere (ed è forse questo il modo migliore per viaggiare), intuendo cioè (o cercando di farlo) quelli che erano (e sono ancora) i pensieri lasciati in sospeso dall'autore, le sue inclinazioni, i suoi giochi di sguardi, le sue (probabili) paure.
E' una narrazione di viaggio pregevole, questa di Chamisso (che - lo ricordo a me stessa - è l'autore di quel libro-rompicapo, incredibile e affascinante, che è la Storia straordinaria di Peter Schlemihl), un viaggio verso qualcosa ma anche dentro qualcosa, alla scoperta della geografia ma anche alla scoperta di se stesso.
Ogni viaggio, in fondo, consiste soprattutto in questo, nel misurare prima di tutto i confini del proprio io. E questa non è più una questione di spazio; forse nemmeno di tempo: ma di volontà.
Solo di volontà.

Bibl.
- René Char - Le vicinanze di Van Gogh
- Michel-François Bernard - Il volto di Van Gogh. Il folle, l'artista, l'uomo
- Adelbert von Chamisso - Viaggio intorno al mondo
- Adelbert von Chamisso - Storia straordinaria di Peter Schlemihl

Coll.
- Intervista su Adelbert von Chamisso

16 settembre 2006

30.

Riprendo in mano dopo tanto tempo le Fiabe variopinte del principe Odoevskij, nell'edizione in lingua originale degli inizi del secolo scorso, parzialissima ma con delle illustrazioni ad acquerello da far girare la testa. Ricordo ancora quando papà mi metteva sulle sue ginocchia per mostrarmela, nella luce soffusa del suo studio fra le volute dense del fumo della sua pipa. Lui girava le pagine spiegandomi le varie fiabe dai molti, improbabili personaggi, e ancora oggi non so chi, in quel momento, fosse il fanciullo fra noi due.
Ad essere sincera non capivo granché di quanto lui mi illustrava, ma le immagini... oh le immagini erano (e sono ancora) di una bellezza sconvolgente. Sono loro che, molti anni dopo, mi hanno spinta a curiosare nella vita e nelle opere di questo originalissimo nobile-letterato russo che scrisse queste fiabe, davvero "variopinte", intorno agli anni '30 dell'Ottocento, quando cioè la letteratura russa sembrava essere giunta ad una svolta decisiva.
Vladimir Fedorovič Odoevskij ha subìto una strana sorte nel contesto letterario russo: quasi dimenticato per molto tempo, egli in realtà costituì il cuore pulsante della nuova generazione di scrittori romantici; legato però a un romanticismo filosofico e illuminista, visse sempre come alienato dal contesto letterario corrente. Queste sue favole, con i loro personaggi fantastici, mediati da quelli popolari attraverso una rivisitazione dell'immaginario e una moralizzazione molto forte, costituiscono senza dubbio un anticipo della forza narrativa di Dostoevskij e Tolstoj. Non ancora pubblicate in versione integrale né in Russia né in Italia (almeno credo, anche se da noi circola una benemerita raccolta pubblicata diversi anni fa da Marsilio e - temo - mai più ristampata) queste storie "colorate" di felicità e leggerezza meriterebbero miglior fortuna.
Lo penso richiudendo il caro libro che mi restituisce ancora il sapore dolce di tabacco e ricordi.

30.1

Via via che ci prendo l'abitudine mi affeziono all'idea che ho sempre meno bisogno di muovermi per il mondo, di vedere cose nuove, perché il nuovo lo produco dentro di me ogni giorno, come le api il miele.

Bibl.
Vladimir Fedorovič Odoevskij - Fiabe variopinte

Coll.
Vladimir Fedorovič Odoevskij (in russo)

15 settembre 2006

29.

Dove sono gli uomini nei racconti di Edna O'Brien? Essi sono pressoché assenti in Un cuore fanatico, una bella scelta di scritture brevi della narratrice irlandese.
Il "cuore fanatico" del titolo alberga invece nelle donne: nella ragazza che attraversa la campagna in bicicletta sperando di incontrare il suo amore, nella madre che grazie ad uno scambio postale corona il sogno di avere un tappeto, nella donna indecisa se rifugiarsi o no nel "minuscolo paradiso adulterino" che le viene concesso dal suo amante.
Lo sguardo che le protagoniste rivolgono su loro stesse è dotato di un'implacabile lucidità, e basta per svelare - in un attimo - gli autoinganni della vita.
Una scrittura semplice e piana, che mi ha regalato una lettura appassionata e profonda.

29.1

I miti non muoiono, ritornano. Sono simili a certi uomini. Sono simili all'incalzante mistero dei giorni, che muoiono sempre per risorgere, che si dileguano qui per risplendere di altra luce altrove.
Ma i miti sovente diventano parte della vita di una persona: ed allora la sua anima si trasforma, come i giorni e come il tempo, assume il dolce candore di ciò che continuamente ritorna.
Io ho conosciuto esseri così, ed ho sempre sognato di diventarlo a mia volta.
Di avere un giorno, al mio risveglio, il conforto di un mito che mi possa narrare l'infinito ritorno di ciò che ho perduto.

29.2

La giornata si accascia all'orizzonte e un velario si alza discreto a nascondere le ultime cose.
C'è nella terra riposata una riserva e una potenza di silenzio che sento crescere lentamente.
Persino gli alberi del giardino stasera tacciono, mentre uno scoiattolo, insolitamente temerario, mi fissa per un po' prima di andarsene veloce incontro alla sua notte.
Io rientro in casa a dialogare invece con la mia.


Bibl.

- Edna O'Brien - Un cuore fanatico
- Mircea Eliade - Il mito dell'eterno ritorno , Ed. Borla
- Laurence Coupe - Il mito. Teorie e storie

14 settembre 2006

28.

Ha la testa reclinata Melencolia I di Albrecht Dürer¹.
Attorno alla figura, abbandonati, gli strumenti del fare.
Piegato dall'apatia il corpo, basso lo sguardo, contratto, rivolto verso di sé.
Viene probabilmente da lì: dalla drastica riduzione di quello sguardo, da un orizzonte che improvvisamente si contrae, s'accartoccia; viene da lì l'attenzione a sé che è la fonte di ogni scrittura intima.
O è quella la fonte di un segno tutto interiore che sarebbe meglio non si manifestasse?

28.1

Sì, l'Ulisse di Joyce può anche sconcertare.
Vero è che dopo averlo riletto per l'ennesima volta, mi occorre qualche giorno per riabituarmi alla letteratura di tutti gli altri.
E questo è senz'altro un segno di originalità.
Almeno di originalità.
Ma non solo.

28.2

Un uccello notturno ha gridato.
La mia camera sta per salpare verso un mondo innocente, per una favolosa e imminente preistoria che forse, fra poco, incontrerò nel sogno.

28.3
(aggiunta pomeridiana, pensando al "dialogo" avuto con Stefania, nei commenti di ieri)

La coscienza. Come vorrei afferrarla... Ma è così sfuggente.
Racconto, trascrivo, per circoscrivere questa mancanza.
Ed è dove sento questa mancanza, che più spesso torno. Insisto.
Su quel suolo che mi appare friabile, scosceso: il suolo della coscienza, dove l'io è in grado di dominare i suoi confini. Di amministrarli.
E' quasi un gioco mortale, fra me e la coscienza.
In palio c'è un premio formidabile: l'io.
"L'ego è un testo e deve essere decifrato [...]. L'ego è un progetto, una cosa da costruire". Dice Susan Sontag.
Potrebbe essere così, forse è così. Con l'aggiunta forse di una piccola variante: l'ego è un testo, e dunque va scritto. Questo accade nel diario. Più che scrittura di sé, creazione dal nulla.
Nulla evidentemente esiste finché non viene detto. O finché non viene scritto. E quello che esiste, da quel punto in poi, ha la labilità, l'evanescenza del segno.
Io ho deciso di scrivere, di manifestare quel "segno interiore", di partire alla ricerca dell'io.
Il viaggio sarà lungo. La destinazione mi è familiare, ma anche sconosciuta.
Questo sarà il "libro di bordo", il diario di questo viaggio.
Nulla di più, nulla di meno.

¹ Albrecht Dürer - Melencolia I

Bibl.
- Robert Burton - Anatomia della malinconia
- Eugenio Borgna - Malinconia
- Antonella Mancini - Un dì si venne a me malinconia. L'interiorità in occidente dalle origini all'età moderna
- Maurizio Calvesi - La Melanconia di Albrecht Dürer, Einaudi
- James Joyce - Ulisse
- Jacques Derrida - Ulisse grammofono. Due parole per Joyce
- Susan Sontag - Davanti al dolore degli altri

13 settembre 2006

27.

Per esprimere con più efficacia possibile quanto rimpiangesse la vita, Achille dice ad Odisseo - durante il loro incontro nell'Oltretomba - "potessi almeno lavorare come un thés" (Odissea, XI, 489): "...servire un padrone / un diseredato che non avesse ricchezze / piuttosto che regnare sulle ombre dei morti...".
Un thés non era formalmente un vero e proprio schiavo, ma per un re come Achille, era la più miserabile condizione che egli potesse immaginare per sé.
Questa era l'idea dell'al di là che avevano i Greci del periodo omerico.
Un'idea senza illusioni, un'idea senza speranze.

27.1

L'ovvietà è pericolosa sempre; è pericolosa nelle discussioni scientifiche, nelle discussioni politiche e nelle discussioni religiose. L'ovvio è il nostro nemico. E' meglio credere che qualcosa sia difficile, piuttosto che ovvio, perché questo ci spinge ad analizzarlo più a fondo, sempre più a fondo, senza mai fermarci.
Eppure oggi l'ovvietà domina in ogni campo, sempre più perniciosa e inarrestabile. Non sembra esserci all'orizzonte nessun vaccino, nessuna cura che sembri efficace. Ne siamo avvinti e sommersi.

27.2

Preferirò sempre l'assenza di ciò che amo alla presenza di qualunque altra cosa.


Bibl.:
- a cura di Vittorio Mathieu - Conflitto e narrazione. Omero, i mass media e il racconto della guerra
- Barry B. Powell - Omero
- Andrea Ercolani - Omero. Introduzione allo studio dell'epica greca arcaica
- Roland Barthes - L'ovvio e l'ottuso
- B. Bettelheim/A.Rosenfeld - L'arte dell'ovvio

12 settembre 2006

26.

Sportswriter è stato il primo romanzo di Richard Ford che ho letto, ed è stato un amore a prima vista. Da allora non mi sono persa ogni suo nuovo libro ed ho anche recuperato il tempo perduto con quelli che erano già stati pubblicati e che non conoscevo. Ma Sportswriter, per tutta una serie di motivi - non ultimi quelli sentimentali -, resta uno dei miei preferiti; stretto com'è tra quei pochi giorni "di passione" (è proprio il caso di dirlo, visto che si svolge dal Venerdì Santo alla Pasqua) e le difficili scelte dell'inquieto protagonista.
E poi c'è quel senso di mistero che in genere mi è tanto caro e che altro non è che "l'affascinante condizione di una cosa (un oggetto, un'azione, una persona) quando se ne sa qualcosa, ma non tutto", oppure "la promessa contorta di qualcosa (effetti, connessioni, sospetti) di sconosciuto, che bisogna avere la saggezza di non esplorare troppo a fondo, per non finire nel vicolo cieco dei puri fatti".
L'ho riletto di getto e per l'ennesima volta e - è incredibile a dirsi - ci ho trovato cose nuove che, con tutta evidenza, erano sfuggite alle letture (e sottolineature) precedenti.
Una di queste è proprio quel senso di "mistero" di cui ho parlato prima, che per Frank Bascombe (il protagonista) - e quindi per Richard Ford - non è solo il motivo per cui vale la pena di affrontare i giorni a venire, ma anche il motivo per scrivere un libro.
E anche per leggerlo, aggiungo io.

26.1

In un suo grande dialogo, Il Sofista, Platone insegnò a contrapporre al sì non il no, ma l'altro, la diversità, il possibile. La nostra cultura ha perduto molto di questa lezione, in un certo qual modo involvendosi. Ora tutto è contrapposto: o bianco o nero, o giorno o notte, o bene o male. Ma non sono il sale e la sabbia del mulino di Amleto che ci potranno salvare, è piuttosto l'aprirsi inquieto e ansioso su un futuro privo, per fortuna, di certezze progressive, di biechi e improduttivi diktat tagliati con l'accetta da qualche boscaiolo che sa solo abbattere e mai piantare.


Bibl. Richard Ford - Sportswriter
Platone - Il Sofista
Giorgio de Santillana/Hertha von Dechend - Il mulino di Amleto

11 settembre 2006

25.

Saturno, che lento solca lo specchio del cielo, è da sempre considerato l'emblema della malinconia. Le anime infestate dallo spleen, si dice siano attratte dalla sua orbita. E così è per ogni sguardo che si ritrae dal mondo piegandosi su se stesso. Cadrebbe sotto il segno di Saturno ogni disposizione riflessiva. E potrei immaginare la sua influenza anche sulla struttura di un diario, sulle sue lente cadenze, sul suo flusso discontinuo, sui suoi gesti segreti, sulla sua vocazione notturna.

25.1

La scrittura non è un "farmaco della memoria", non ne sostituisce le funzioni, e quindi non ne prende il posto, ci dice Platone in coda al suo Fedro.
E' vero, però aiuta molto a trattenere le parole, a impedire che alcune di esse si perdano nel gorgo frenetico della vita. E' difficile oggi concepire una qualsiasi forma di linguaggio come cosa scissa dalla scrittura.
Forse al tempo di Platone le cose andavano diversamente, l'oralità non si era ancora trasformata in "cronaca", forse c'era ancora qualcosa da "tra-mandare".

25.2

Scopro improvvisamente, e con un certo stupore, quanto sia facile (e importante) abbandonarsi senza perdersi.


Bibl.
Maurizio Calvesi - La Melanconia di Albrecht Dürer, Einaudi
Francesco Permunian - Il principio della malinconia
Margot e Rudolf Wittkower - Nati sotto Saturno¹
R.Klibansky/E.Panofsky/F.Sakxl - Saturno e la malinconia
²
Charles Baudelaire - I fiori del male
Platone - Fedro

¹ Per gentile suggerimento di Matteo
² Su consiglio di Livia

10 settembre 2006

24.

"Nella vita non c'è nulla di costante, tranne il cambiamento", amava dire il Buddha. E Paul Auster sembra rispondergli, quando scrive che "nulla è reale tranne il caso". Nell'impercettibilità apparente dello scorrere del tempo cerco una verifica a queste parole. Mi aiuta a trovarla Salvatore Quasimodo: "Nel giardino si fa rossa / l'arancia, impercettibile / il tempo danza / sulla sua scorza, / la ruota del mulino si stacca / alla piena dell'acqua / ma continua il suo giro / e avvolge un minuto / al minuto passato / o futuro. Diverso il tempo / sul vortice del frutto; / indeclinabile sul corpo / che riflette la morte, / scivola contorto / chiude la presa / alla mente, scrive / una prova di vita.", e l'ideale cerchio su Mutamento, Tempo, Realtà e Destino con lui si chiude perfettamente.

24.1

L'inerzia assoluta ha un suo fascino. E' lo stesso dell'abisso.


Bibl. Aśvaghoşa - Buddhacarita
Paul Auster - Trilogia di New York
Salvatore Quasimodo - Poesie e discorsi sulla poesia

09 settembre 2006

23.

Sento spesso ripetere, con toni rassegnati o moralistici (assai diversi da chi pronunciò per primo l'allocuzione), "chi è senza peccato scagli la prima pietra".
E quindi se tutti sono colpevoli, nessuno è colpevole.
La hybris, per i Greci, era la perdita di ogni limite, un mistero nascosto nelle cose. Gli uomini non la cercavano, la subivano e basta.
Anche quando pensavano di ribellarsi agli dèi, in realtà erano gli dèi stessi, attraverso l'hybris a fomentare questa rivolta. Per divertimento, o per tenere gli uomini occupati affinché non pensassero.
Oppure quando gli uomini si illudevano di costruire e invece disfacevano, era l'hybris, si diceva, ad obnubilarli.
E allora, se è il destino a condannarli a tanto, perché gli uomini si affannano ancora a rincorrere l'ideale della giustizia?
Forse oggi qualcuno vorrebbe farci credere che il risultato comunque non cambia - in ogni caso - sia che tiriamo il sasso, sia che lo lasciamo cadere.
Io non penso. L'esito cambia, eccome.

23.1

C'è una magia segreta nelle parole. Essa fa nascere e trasforma le cose. Non finirò mai di glorificare in me la parola, circondandola di ossequio e di riguardo, riducendola a silenzio, o meglio, dandole un suono interiore che non è quello della voce.
A volte mi sorprendo a chiedermi quale potrebbe essere un monumento alla parola. Come potrebbe un oggetto inanimato descrivere questo incanto.

08 settembre 2006

22.

La lettura di D.H. Lawrence mi lascia sempre un retrogusto di innocente solitudine. Il suo modo di descrivere la natura (sia albero, mare, nuvola o scoglio) è sempre uno squarcio su un abisso.
Si percepisce il vuoto dell'immanenza e il valore cogente della vita. Lui sapeva benissimo di cosa si trattava. Nel suo respiro, vitale e artistico, c'è tutta la grandezza inattuale del suo male.
Che poi è il nostro male.
Che poi è il Male, e basta.

22.1

"L'anima arida è la migliore, la più saggia." dice Eraclito (fr. DK 118).
Ma in che senso "l'aridità" può generare saggezza?
Forse perché colui che ha sete (per esempio di sapere) si dedica incessantemente alla ricerca di qualcosa che appaghi il suo desiderio. E, come insegnano gli orfici, l'unica acqua che estingue la sete di conoscenza è quella di Mnemosyne, cioè l'acqua della Memoria.
E' un'interpretazione possibile delle parole dell'Oscuro, certo non l'unica.

22.2


Passeggio lentamente in compagnia degli Ultimi versi di Giovanni Raboni, in quel tempo senza tempo che è la poesia degli ultimi giorni. Resto sospesa a guardare un futuro che non c'è, una prospettiva assente.
Quasi come fossi ritta, in una notte di tempesta, sul bordo dell'ultimo faro.
Prima che il guardiano spenga per sempre anche quell'ultima luce.

22.3

Di là da quell'improvviso vuoto di sole, c'è tutto quello che attendo dalla vita.
(E ti aspetto, ansia del domani, che - oltre il prato che fu pieno di asfodeli - colori di te la porta del mio sogno).


Bibl
. D.H. Lawrence - Figli e amanti
D.H. Lawrence - Luoghi etruschi
Eraclito - I frammenti e le testimonianze
Giovanni Raboni - Ultimi versi

07 settembre 2006

21.

Ci sono alcuni che sostengono che l'universo abbia un "progetto" e che questo "progetto" (che definiscono "intelligente") non abbia avuto come obiettivo che la comparsa del genere umano sul nostro piccolo e insignificante pianeta.
Personalmente, sull'argomento, prima ancora che alla scienza (per le cui evidenze, comunque, nutro un incondizionato rispetto), mi sono sempre affidata alle parole di Lucrezio, così lucide, così inesorabili:

...E anche se ignorassi quali sono i princìpi delle cose, oserei - sul semplice studio dei fenomeni celesti, e su molti altri fatti ancora - sostenere e dimostrare che la natura non è stata creata per noi da una volontà divina: tanto si presenta intaccata da difetti... (De Rerum Natura, V, 195-199)¹

21.1

Il filosofo "onesto" non può essere a mio avviso del tutto chiaro.
Come si può infatti pretendere chiarezza da chi, con coraggio, scruta nell'oscurità?

21.2

Il ronzio delle api giù al campo era come la folla di numeri su qualcuna delle mie lavagne. Migliaia di numeri-api da qui all'infinito.
Sono rientrata a casa felicemente frastornata, mentre un vento caldo di sole portava con sé un suono raro di campane.
La mia sera ora ha musica e numeri, e le parole quasi non servono.


Bibl.
Tito Lucrezio Caro - La natura
Ludwig Wittgenstein - Tractatus Logico-Philosophicus
Arthur Schopenhauer - Il mondo come volontà e rappresentazione
Eraclito - I frammenti e le testimonianze
Enzo Paci - Il nulla e il problema dell'uomo, Ed. Bompiani

¹ Nei versi successivi a questi, che si possono leggere >>>qui (in una traduzione purtroppo inadeguata e priva della numerazione), Lucrezio motiva dettagliatamente il suo assunto principale. (Se si vuole, una volta aperto il collegamento scendere oltre la metà e tenere come punto di riferimento la frase "E quand'anche ignorassi quali siano...").

06 settembre 2006

20.

"In me tutte le cose sono la continuazione di qualcos'altro. Credo che nella mia evoluzione non ci siano elementi disorganici".
Quanto ammiro Lukács per queste parole.
Trovare il bandolo di ogni matassa, il filo di Arianna di ciò che si è stati e saperlo tessere con grande coerenza.
Questo è un obiettivo primario, questo - temo - un pensare impossibile¹.

20.1

Giacomo Leopardi sosteneva che "...noi siamo noi più guardiamo indietro" fino ai nostri progenitori antichi e addirittura antichissimi, dagli Stilnovisti su su fino a Omero e ancora oltre. Esempi questi la cui "candidezza" e "soavità" non sarà mia più riproducibile.
Ma se la nostra identità si perde nella Storia, o se essa, come sostengono altri, sarà compiuta solo in un futuro (chissà quanto) "prossimo", la domanda che sorge spontanea è: "chi siamo noi adesso?".

20.2

L'istinto creativo puro, prerogativa di ben pochi artisti, è l'antidoto prezioso contro ogni forma di omologazione.
Per fortuna si tratta di un bene trasmissibile, anche se solo nella sua forma passiva.
E non è poco.

20.3

Esiste forse un viaggio più intenso, più appassionante, più "filosofico", di quello che non mira ad arrivare (e forse neanche a partire), che - insomma - non crede né alla provenienza né alla mèta, ma bada invece alla seduzione del transitare?
Vorrei che la mia vita fosse questo.
Anzi, ora credo proprio che lo stia diventando.


Bibl. György Lukács - Pensiero vissuto. Autobiografia in forma di dialogo, Editori Riuniti
Giacomo Leopardi - Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica
Giacomo Leopardi - Zibaldone
Graziella Magherini - La sindrome di Stendhal
Salvatore Natoli - Stare al mondo

¹ Ecco, Stefania, le trame di cui ti parlavo.

05 settembre 2006

19.

Sembra che sotto il giaciglio sul quale Platone esalò l'ultimo respiro ci fosse un testo di Aristofane. Non è dato sapere quale fosse, ma io un'idea ce l'avrei...

19.1

Non viviamo e non perdiamo che l'attimo presente, ci insegna Marco Aurelio.
Lo so, ne ho già parlato.
Era solo per ribadire a me stessa il concetto.

19.2

"...Dato che nelle lunghe notti invernali in terra d'Attica abbiamo cominciato a dilettarci nella compilazione di questi Commentari, per questo motivo li abbiamo intitolati Notti Attiche senza imitare per nulla i titoli attraenti che la maggior parte degli altri scrittori di entrambe le lingue impone a libri di tal genere...".

E' Aulo Gellio che si confessa al lettore nelle prime righe delle sue Notti, dove raccoglie un po' tutto il sapere, secondo il disegno disordinato del saggio. In esse non si trovano pagine geniali (la maggior parte dell'opera è dedicata alle sfumature delle parole, alla grammatica, non mancano ovviamente filosofia, geometria e aneddoti giuridici) però vi si trovano i mille specchi di un'età tra le più feconde del genere umano.
Gellio legge e riporta. Non vuole essere né profondo né originale. Vuole semplicemente ricordare. Ricordare quel che è successo, le corse delle vite umane, quei momenti intensi in cui il genio si è rivelato. Fermare la felicità percepita con parole che durino.
E questo sa farlo bene. Molto bene.
Vorrei saper fare altrettanto, qui.
Ma è pura illusione.¹

19.3

Oggi il vento di fine estate mi ha portato l'odore di bosco e ciclamini.
Questi ultimi sono fioriti presto, quest'anno.
Non resisteranno a lungo.


Bibl. Aristofane - Le Nuvole
Marco Aurelio - Colloqui con se stesso
Aulo Gellio - Notti Attiche

¹ Dato che >>>lui ieri, nei commenti al 18., ha parlato argutamente del "ricordare", e >>>lei magistralmente, ha invece affrontato l'altro lato della medaglia, cioè la dimenticanza, mi pare giusto dedicare a loro questo piccolo omaggio. E lo dedico anche a >>>lei, che in un suo commento al 13. mi ha dato l'idea di rileggere Gellio.

04 settembre 2006

18.

Tendenzialmente (anche se spesso diciamo di non farlo) ognuno di noi esseri umani esprime giudizi.
Ma cos'è realmente il "giudizio"? E uno stato di coscienza? Un'espressione di presunta moralità? Una necessità di distinguersi da azioni che ci attraggono ma che non abbiamo il coraggio di mettere in pratica? O non è piuttosto un'abdicazione di fronte alla nostra mancanza di comprensione?
Schelling scrive che: "nel giudizio l'uomo si riflette e in questa rilessione si possiede ". Dunque il giudizio sarebbe una specie di "carta d'identità", che apriamo ogni volta davanti ai nostri occhi per ricordare a noi stessi chi siamo. Ecco perché ai giovani scapestrati si dice(va): "metti giudizio", forse nel senso nietzscheano di "diventa ciò che sei", "riconosciti".
Non so se sono del tutto in sintonia con l'assunto di Schelling, in fondo l'uomo può riflettersi (e quindi "specchiarsi" e quindi "riconoscersi") in centinaia di altri "valori". Non ultimo quello di omettere ogni forma di giudizio, sulla scorta degli insegnamenti dei saggi antichi che più volte invitavano a farlo (Cristo, per esempio); o di prendere in considerazione almeno la possibilità di una sua "sospensione" (l'epoché scettica a questo mirava).
Spesso, però, l'atto di giudicare diventa quasi inconsapevole, una manifestazione automatica e involontaria: come respirare o battere le ciglia; e ci rendiamo conto di averlo fatto quando ormai è troppo tardi per tornare indietro, per cambiare quindi la "sentenza" che ne è derivata.
Fortuna vuole che, nella maggioranza dei casi, il giudizio che esprimiamo passi del tutto inosservato. Eppure, nel segreto del nostro cuore, non è raro che ad esso subentri l'altro aspetto che esso porta (quasi sempre) con sé: il rimpianto di non aver taciuto o, peggio ancora, il rimorso per aver parlato.
Ed è quello il momento in cui, per forza, dovremo subire il giudizio della nostra coscienza. Che è forse il più spietato.

18.1

Freud ci ha lasciato in eredità, nella sua "Autobiografia", un pensiero che ho sempre reputato sostanziale: che il saggio è il creatore di se stesso, e che questa "creazione" rappresenta la seconda nascita dell'uomo, una vera e propria "resurrezione" dal "fuoco delle contraddizioni".
Non so se sia possibile rinascere (o reincarnarsi) in una vita futura (lascio questo complesso enigma a coloro che si vótano ad una fede - e che per questo hanno tutto il mio rispetto), ma sono più che certa che si può "rinascere" nella vita presente.
E' difficile, lo riconosco, ma non impossibile.
E' questa la "resurrezione" (tolstojanamente parlando) che veramente mi interessa.


Bibl.
Friedrich W.J. Schelling - Filosofia della natura e dell'identità
Sigmund Freud - Compendio di tutti gli scritti
N. Lev Tolstoj - Resurrezione

03 settembre 2006

17.

Un grande filosofo, Severino Boezio - non più "classico", non ancora "medievale" - si chiede dove stia e soprattutto "cosa sia" la felicità.
E, stupendoci un po', non ci restituisce le solite risposte di sempre: ovvero il denaro, l'amore, il benessere, la famiglia, la gloria, la reputazione, la fortuna ecc.. No, secondo Boezio, dà vera felicità solo ciò che non si può mai più perdere.
Ciò che non si può mai più perdere.
E in questa (non) risposta, senz'altro diversa per ognuno - e dal tono vagamente utopico -, c'è tutto il segreto della vita.

17.1

Dovrei aver imparato da Jaspers che "si può anche spiegare qualcosa senza comprenderlo", ma non è così semplice; non per me, almeno.
Eppure ogni volta che inizio ad analizzare un problema non lo conosco affatto; cresco con lui e così arrivo lentamente a comprenderlo.
Da qui alla spiegazione, poi, il passo è breve.
E' innegabile, lo "psico-filosofo" ha ragione.
Dovrò farmene una ragione.

17.2

E poi improvvisamente sorridere, aprire alle voragini della mente le pianure del cuore.


Bibl. Severino Boezio - La consolazione della filosofia
Karl Jaspers - La filosofia dell'esistenza e Piccola scuola del pensiero filosofico

02 settembre 2006

16.

Tutto il nostro realismo, come un guscio vuoto, non contempla il presente; la poesia invece è immersione nella presenza. Nulla, nemmeno la filosofia o la religione, può rendere accessibile alla ragione, in maniera compiuta, il sentimento del presente. La poesia invece può, perché non ha forma che sembri durevole, né uniformità, non è una manifestazione in apparenza comprensibile, né offre una qualunque possibilità di possesso; come tutto ciò che è semplice, dà scandalo alla mente e non è traducibile in disegni pragmatici. Proprio come il presente - che non è più passato, che non è ancora futuro - e anche come l'amore, nel quale ciò che è più concreto e più vero vuole solo il silenzio e la tensione vibrante del cuore.
Il poeta (come l'amante) parla solo quando è pronto a farlo, per attrarre l'altro nel silenzio del moto che lo attraversa.
E' allora, solo allora, che il tempo si ferma: per quell'unico, interminabile istante in cui possiamo guardare il presente faccia a faccia.
Finalmente senza averne paura.

01 settembre 2006

15.

La parola razza deriva dal latino radix, ovvero radice, ma può anche essere che abbia la sua origine in gene-ratio, ovvero "generazione".
L'etimo comunque non ha particolare importanza, quel che conta è che il termine fu usato in origine per l'allevamento di animali.
E ancora oggi lo è.

15.1

Noël Coward disse una volta che il dover leggere le note al testo, mentre si legge qualcosa di estremamente coinvolgente, è come dover "rispondere al telefono mentre si è nel pieno di un atto amoroso".
Aveva ragione. Ora stacco il telefono¹...

¹...e finisco di rileggere La morte negli occhi di Jean-Pierre Vernant. Giurando a me stessa di non sbirciare le note. (Sarà dura).