02 febbraio 2010
01 febbraio 2010
1490. Se non fossimo uomini

Il migliore dei tropi scettici (o almeno il mio preferito) è senz'altro quello dell'inferenza causale:
dai fatti non sarà mai possibile inferire in modo certo e univoco l'esistenza di cause che, esterne dalla sfera dell'esperienza, non possano trovare conferma nei fatti stessi.
Se ci attenessimo a questo modo cristallino di vedere le cose, molti infausti ostacoli legati all'ermeneutica sarebbero risolti.
Tutto sarebbe più semplice e chiaro.
Se non fossimo uomini.
26 gennaio 2010
24 gennaio 2010
1488. Questione di altezza (e di equilibrio)
20 gennaio 2010
1487. Abissi

L'abisso senza fondo è il modo di essere originario del fondamento. Il fondamento è l'essenza della verità. Se dunque lo spazio-tempo viene concepito come abisso senza fondo e, viceversa, a partire dallo spazio-tempo, l'abisso senza fondo viene colto in modo più determinato, ecco che si apre il rapporto che svolta dall'appartenenza allo spazio-tempo all'essenza della verità.Beiträge zur Philosophie(1936-1938)(tr. P. Kobau, in "Aut-aut", n. 236/1990)
19 gennaio 2010
1486. L'epoca sospesa

La parola 'epoca' deriva dal verbo epéchein che vuol dire "trattenersi", poi diventa epoché, parola filosofica che indica sospensione.
L'epoca è quella dimensione in base a cui il tempo, in un certo senso, si raccoglie in sé, si incurva, acquista qualità. Noi abbiamo un'idea del tempo come mera successione e, soprattutto nella nozione della fisica classica di reversibilità, il tempo è uguale sia che si vada avanti sia che si vada indietro, implica la stessa misurabilità.Nell'epoca vediamo come il tempo non sia la mera successione, nell'epoca esso si ripiega ed è per questo che noi possiamo dire che si passa da un'epoca ad un'altra. Si entra e si esce, il tempo diventa non solo una cosa che scorre, ma una cosa che si applica: si sta nel tempo, si appartiene al tempo.Questo non potremmo dirlo se intedessimo il tempo come una mera successione.
Salvatore Natoli
in Fine della storia e mondo come sistema
18 gennaio 2010
1485. Quella che non si dolse mai...

Con gli occhi alla pioggia e agli elfi della notte,
è là, nel campo quindici a Musocco,
la donna emiliana da me amata
nel tempo triste della giovinezza.
Da poco fu giocata dalla morte
mentre guardava quieta il vento dell'autunno
scrollare i rami dei platani e le foglie
dalla grigia casa di periferia.
Il suo volto ancora vivo di sorpresa
come fu certo nell'infanzia, fulminato
per il mangiatore di fuoco alto sul carro.
O tu che passi spinto da altri morti
davanti alla fossa undici sessanta,
fermati un minuto a salutare
quella che non si dolse mai dell'uomo
che qui rimane, odiato, coi suoi versi,
uno come tanti, operaio di sogni.
17 gennaio 2010
16 gennaio 2010
1483. Il debito
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...doveva io, nel celebrare gli encomi delle tenebre, trattenermi alquanto a raccontare le grandezze de' lor maggiori, che tali appunto sono, come or udirete, l'antico caos e 'l fecondissimo Niente. E giaché del caos mi ricordo d'aver favellato nel mio primo discorso, mi riconosco oggi e mi confesso tutto debitore al Niente.
Giuseppe Castiglione
Discorso academico in lode del Niente, [Napoli 1632]
presentazione, cura e commento di L. Bisello
a cura di C.Ossola, Torino, Ed. Scriptorium, 1995, pp. 95-109
15 gennaio 2010
1482. Quello che resta (dopo i frantumi)
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Chi ritiene che un mondo non più unitario (ancorché 'globalizzato') rifletta un soggetto equipollente, cioè dionisiacamente parcellizzato, finisce, proprio lui, col riabilitare la 'vecchia' funzione ordinatrice del soggetto. Un mondo 'a pezzi', si vuol dire, sarà governato meglio, ma non meglio pensato, da un soggetto 'a pezzi'. Se invece si invocherà la forma del soggetto, lo sguardo fisso sulla scatola muta dell'identità, proprio per questo viene meno, proiettata su uno sfondo inequivocabilmente senza fondo, 'faustiano', la sua funzione ordinatrice.
In breve: il soggetto è ancora visibile, anzi è la condizione stessa del visibile, siamo noi; semplicemente, non si può più credere o peggio ancora "sperare" nella sua libera funzione ordinatrice o dominatrice. Tuttavia, decretare la morte del soggetto solo perché questo non ordina o non domina alcunché, è, in un caso, un pregiudizio logico, nell'altro organicistico. Orbene, cesserà la funzione o l'utilità o il senso, ma rimane, inerte, il significato; rimane la forma.
E' proprio della forma, sempre e comunque, rimanere.
E' proprio della forma, sempre e comunque, rimanere.
[Intr., § 1]
14 gennaio 2010
1481. Le pagine morte
I dogmi non sono regole matematiche ricevute una volta per tutte e applicate meccanicamente. Devono diventare, se così si può dire, prese di coscienza, intuizioni, emozioni, esperienze morali che hanno l'intensità di una esperienza mistica, di una visione. Ma questa intensità spirituale e affettiva svanisce velocemente. Per risvegliarla non è sufficiente rileggere ciò che si è già scritto. Le pagine scritte sono già pagine morte. I pensieri non sono fatti per essere riletti. Ciò che importa è formulare di nuovo, è l'atto dello scrivere, di parlare a se stessi, nell'istante, in quell'istante preciso in cui si ha bisogno di scrivere; è anche l'atto di comporre quelle parole con la maggior cura possibile, cercando la versione che, al momento, produrrà l'effetto maggiore, aspettando di appassire quasi immediatamente, appena scritta. I caratteri impressi su un supporto non fissano nulla. Tutto sta nell'azione dello scrivere.
Pierre Hadot - La cittadella interiore (p. 54)
13 gennaio 2010
1480. Il precipizio della gioia
Ogni gioia smisurata (exultatio, insolens laetitia) nasce sempre da un'illusione che ci fa credere di aver trovato nella vita qualcosa che non è possibile trovarci: la soddisfazione duratura dei desideri che ci tormentano e che rinascono sempre di nuovo, insomma, il rimedio ad ogni affanno. Ora, ogni illusione di questo genere dovrà prima o poi infallibilmente svanire; e questo ci sarà fonte di dolore amarissimo, e molto più intenso che non la nostra primitiva gioia. Sotto un tale aspetto, la gioia è simile a una vetta scoscesa da cui non si può discendere che a precipizio.
12 gennaio 2010
1479. Un paradiso infernale
Esiste un tipo di cristiano che ha paura del suo Dio: l’amore non ha timore, dice Giovanni, ma lui sì, timore di peccare e di “meritare i castighi di Dio” (come è detto ancora oggi nell’atto di dolore che si recita alla fine della confessione). È così ossessionato dalla paura di “peccare nella carne”, che non riesce a smettere di pensare al sesso. La sua vita è un’unica grande frattura tra ciò che desidera (e già il solo desiderare, anche senza attuare, è peccaminoso, come afferma Mt 5,28) e ciò che Dio, attraverso la morale, gli permette (ovvero, come diceva quel vecchio predicatore, citato da Bellet: «In materia di purezza sono tre le cose permesse: prima, niente; seconda, niente; terza, niente»). Tutto è separazione in lui: il buono e il cattivo, la verità e l’errore, la libertà e l’autorità; egli vede il mondo come in un fumetto a china, dove non c’è altro che il bianco della pagina e il nero dell’inchiostro e dove i contorni sono netti, e assenti le sfumature. Anche quando vorrebbe sforzarsi di non giudicare il prossimo, non può farne a meno: per non rischiare di peccare (a causa di un errore di giudizio sulla bontà di un certo atto), è costretto a valutare la bontà o meno di ogni cosa. Per questo, e anche perché tutto ciò lo confina in un egotismo centripeto che lo avvita sempre più su se stesso, egli si separa pian piano da tutti e da tutto, si rinchiude, si isola. La sua religione diventa il muro che lo protegge dalle insidie del mondo, ma al contempo gli impedisce di uscire. È fatale che, alla fine, la vita “al di qua” si separi da quella “aldilà”, e che l’amore per la seconda comporti l’odio (in senso biblico, ma spesso anche letterale) per la seconda. Questo tipo di cristiano spende tutte le sue energie a tentare di guadagnarsi il paradiso; nel frattempo, la sua vita è un inferno.
Paolo Calabrò - Il sabato per l'uomo
Filosofia morale in Maurice Bellet e Raimon Panikkar (file .pdf)
11 gennaio 2010
10 gennaio 2010
1477. Ideografia del quotidiano (fra ontologia e verità)
Anche al di fuori della ricostruzione strettamente storiografica, coloro che pongono l’alfabeto al vertice delle scritture (rispetto alla scrittura ideografica, n.d.b.) non sembrano tener conto del fatto che la praticità (o essenzialità) dell’alfabeto risulta pesantemente contraddetta dalla circostanza per cui le nostre scritture rigurgitano di ideogrammi, che non sono solo gli elementi sintattici, ma, ad esempio, i numeri, con i quali ci troviamo benissimo, tanto quanto invece si trovavano male i latini, la cui numerazione aveva elementi alfabetici. Basterà comunque guardare la tastiera di un computer, ossia di una macchina per scrivere una scrittura che si suppone alfabetica, per vedere quanti ideogrammi possieda: | \ ! “ £ $ % & / ( ) = ? ^ 1 2 3 4 5 6 7 8 9 0 [ + * ] @ ° # § > < ; , : . _ -. Sono 38 ideogrammi. E vi ho risparmiato i simboli per far andare avanti e indietro il dvd o alzare il volume (che non servono per scrivere), le emoticon che si possono ottenere dalla combinazione di punti, virgole, parentesi (che invece servono per scrivere), così come tutto ciò che posso ottenere dal «menù simboli». Se davvero l’alfabeto possedesse una incondizionata superiorità rispetto all’ideogramma, non si capisce perché, in tanto tempo, non abbia vinto la partita, proprio come è successo all’Homo sapiens rispetto all’uomo di Neanderthal....Infatti la verità dell'ermeneutica non è un traguardo teleologico fisso da scoprire e da raggiungere, ma verità di un soggetto e per un soggetto. Non c'è una verità da identificare mediante l'interpretazione, ma l'interpretazione è essa stessa verità, nel senso che che niente si dà all'uomo al di fuori e indipendentemente da essa.
Anne Escher De Stefano - Historimus e ermeneutica
09 gennaio 2010
1476. L'utopia della libertà (e dell'autonomia)
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C'è un rapporto molto profondo tra la mia concezione della psicoanalisi e la mia concezione della politica. Ambedue infatti mirano all'autonomia dell'essere umano, anche se, ovviamente, attraverso vie diverse. La politica mira a liberare l'essere umano, a permettergli di accedere alla propria autonomia per mezzo di un'azione collettiva la quale ha come oggetto la trasformazione delle istituzioni; vale a dire, la politica mira ad instaurare delle istituzioni di autonomia. L'oggetto della politica non è la felicità, come si voleva nel Settecento e nell'Ottocento, e come intendeva anche Marx.
Questa concezione non è solo erronea, ma anche catastrofica.
L'oggetto della politica è la libertà.
L'oggetto della politica è la libertà.
°
Cattivi maestri: Cornélius Castoriadis [Nazione Indiana]
L'itinerario di Cornélius Castoriadis [Filosofico.net]
L'itinerario di Cornélius Castoriadis [Filosofico.net]
Cornélius Castoriadis - Democrazia e progetto di autonomia
[Lettera internazionale] (in .pdf)
[Lettera internazionale] (in .pdf)
°
08 gennaio 2010
06 gennaio 2010
1474. Il coraggio dell'incoscienza
05 gennaio 2010
1473. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore
Per una definizione di totalitarismo:
1. Il fenomeno totalitario sopraggiunge in un regime che concede ad un partito il monopolio dell'attività politica.2. Questo partito è animato o armato da un’ideologia alla quale conferisce un'autorità assoluta e che, di conseguenza, diventa la verità ufficiale dello stato.
3. Per diffondere questa verità ufficiale, lo stato si riserva a sua volta un doppio monopolio: il monopolio dei mezzi per l'uso della forza e quello dei mezzi di persuasione. L'insieme dei mezzi di comunicazione, radio, televisione, stampa, viene diretto dallo stato e da coloro che lo rappresentano.
4. La maggior parte delle attività economiche e professionali sono subordinate allo stato e vengono, in un certo qual modo, integrate nello stato stesso. Così come lo stato è inseparabile dalla sua ideologia, la maggior parte delle attività economiche e professionali viene “colorata” dalla verità ufficiale.
5. Essendo ormai tutte le attività attività di stato, ed essendo tutte le attività subordinate all'ideologia, un errore commesso nell'ambito di un’attività economica o professionale diventa al contempo un errore ideologico. Ne scaturisce, in ultima istanza, una politicizzazione, una trasfigurazione ideologica di tutti gli errori che è possibile commettere e, in conclusione, un terrore al contempo poliziesco ed ideologico. [...] Il fenomeno è perfetto allorché tutti questi elementi si realizzano insieme in maniera compiuta».
Raymond Aron, Démocratie et Totalitarisme, Folio Essais, Gallimard, 1965
02 gennaio 2010
1472. Senza condizioni, qualora lo volessi

Knowledge first and last
sembra suggerirmi Jonathan Sutton nel suo interessante volume Without Justification, che ho letto di slancio, con l'incoscienza di chi non si cura della complessità.
E' comunque una tesi interessante, che faccio mia senza porre condizioni.
sembra suggerirmi Jonathan Sutton nel suo interessante volume Without Justification, che ho letto di slancio, con l'incoscienza di chi non si cura della complessità.
E' comunque una tesi interessante, che faccio mia senza porre condizioni.
Il tempo della riflessione è scandito poi da un altro pensiero che raccolgo questa volta dal De tranquillitate animi di Seneca (8, 2):
Dunque dobbiamo pensare quanto più lieve dolore sia non avere che perdere...
Dunque dobbiamo pensare quanto più lieve dolore sia non avere che perdere...
Provo a ricominciare da qui, dove il tempo sembra confondersi con lo spazio, il cielo con l'acqua della baia, la luce con un'ombra mutevole che sembra portare con sé presenze discrete, pronte a trasformarsi in speranze.
Qualora lo volessi.
Qualora lo volessi.
25 dicembre 2009
1471. Attesa
Se io capissi
quel che vuole dire
- non vederti più -credo che la mia vitaqui - finirebbe.
Ma per me la terra
è soltanto la zolla che calpesto
e l'altra
che calpesti tu:
il resto
è aria
in cui - zattere sciolte - navighiamo
a incontrarci.
[...]
Antonia Pozzi
da Parole
24 dicembre 2009
1470. Voci dal passato

Com’era il mondo sonoro dell’antichità? Il filologo classico Maurizio Bettini ricostruisce la “fonosfera”, cioè l’insieme dei suoni che riempivano l’aria, nell’antica Grecia e nella Roma repubblicana e imperiale attraverso i non pochi indizi presenti nelle fonti classiche.Ne scaturisce un ritratto molto diverso dal mondo contemporaneo. Solo le voci umane rappresentano un elemento immutabile nel corso dei secoli, mentre tipici del mondo antico dovevano essere i rumori delle attività artigianali, quali i colpi dei fabbri e le mole dei mulini cittadini. Soprattutto i suoni prodotti dagli animali, ricorda Bettini, erano molto più variegati e presenti rispetto a oggi, visto che le “fonti” che le emanavano erano parte fondamentale del mondo produttivo della città antica.
Un estratto è leggibile >>>qui
23 dicembre 2009
1469. Strumenti umani
La voce limpida di Danielle Licari interpreta magistralmente
il >>> Concerto pour une voix <<< di Saint-Preux.
22 dicembre 2009
1467. Fra i pochi (l'attimo che non perdona)
Non c'è un unico tempo: ci sono molti nastri
che paralleli slittano
spesso in senso contrario e raramente
s'intersecano. E' quando si palesa
la sola verità che, disvelata,
viene subito espunta da chi sorveglia
i congegni e gli scambi. E si ripiomba
poi nell'unico tempo. Ma in quell'attimo
solo i pochi viventi si sono riconosciuti
per dirsi addio, non arrivederci.
Eugenio Montale
Tempo e tempi
1466. ...'a te convien tenere altro viaggio'...
Anche te, cara, che non salutaidi qui saluto, ultima. Coraggio!Viaggio per fuggire altro viaggio.In alto, in alto i cuori. E tu ben sai.In alto, in alto i cuori. I marinaicantano leni, ride l'equipaggio;l'aroma dell'Atlantico selvaggiomi guarirà, mi guarirà, vedrai.Di qui, fra cielo e mare, o Benedetta,io ti chiedo perdono nel tuo nomese non cercai parole alla tua pena,se il collo liberai da quella strettaspezzando il cerchio della braccia, come
21 dicembre 2009
20 dicembre 2009
1464. Mattina d'inverno
Ecco le voci cadono e gli amici
sono così distanti
che un grido è meno
di un murmure a chiamarli.
Ma sugli anni ritorna
il tuo sorriso limpido e funesto
simile al lago
che rapisce uomini e barche
ma colora le nostre mattine.
Vittorio Sereni
da Frontiera
19 dicembre 2009
1463. Ciò che abbiamo in comune
Faremmo bene a commiserare la nostra mutua ignoranza, e a sforzarci di rimuoverla tramite tutti i mezzi garbati e graziosi dell'informazione, e non precipitarci a considerare gli altri cattivi e cocciuti solo perché non rinunciano alle loro opinioni per ricevere le nostre, o almeno quelle che vorremmo imporre loro, quando è più che probabile che noi stessi non siamo meno cocciuti nel rifiutarci di abbracciare alcune delle loro. Perché dov'è l'uomo che possiede l'evidenza incontestabile della verità di tutto ciò in cui crede, o della falsità di tutto ciò che condanna; può forse sostenere di avere esaminato a fondo tutte le proprie e le altrui opinioni?
1462. Sefirot letterarie
Da Il genio, opera magistrale di Harold Bloom:
[...] Keter, la prima sefirah, potrebbe essere chiamata «la corona» poiché è rappresentata come la testa coronata dell'Adamo primordiale, il Dio-Uomo, prima della cacciata. Tuttavia, come tutte le sefirot, Keter è un paradosso, dal momento che i cabalisti la chiamano anche Eyin o «nulla». Borges osservò che Shakespeare era «tutti e nessuno», affermazione che io modificherei in «tutto e niente», «la corona» della letteratura eppure il principale «nulla». Essendo io l'ammiratore numero uno di Shakespeare, non ritengo azzardato considerare il genio di Shakespeare una sorta di divinità secolare e questo è il motivo per cui lo metto al primo posto tra i miei cento rappresentanti del genio del linguaggio.Ho fatto seguire a Shakespeare, nel capitolo intitolato Keter, quattro figure praticamente paragonabili a lui: Cervantes, il «primo romanziere», Montaigne, il primo autore di saggi brevi di argomento personale, Milton, che ha reinventato la poesia epica, e Tolstoj, che ha fuso l'epica e il romanzo. Nel secondo gruppo si trovano una serie di grandi biografi di se stessi e del proprio io: i poeti Lucrezio e Virgilio, lo psicologo e teologo Agostino e i sommi poeti (insieme a Shakespeare e Omero) Dante e Chaucer. Queste cinque figure sono ordinate in sequenza a seconda della loro influenza reciproca: ognuno di essi ha tratto ispirazione dal precedente, a eccezione di Lucrezio, che si è orgogliosamente ispirato al filosofo Epicuro [...].
[Il resto dell'estratto può essere letto >>>qui]
18 dicembre 2009
1461. Come non ne nascono più
Un gentiluomo è una persona che dice ciò che pensa e che pensa a ciò che dice; un gentiluomo sa trovare parole che rendano con precisione il suo pensiero e, soprattutto, possiede una dirittura morale che garantisce per le sue parole.
17 dicembre 2009
1460. Desiderio immutato [R]
Mi piacerebbe che coloro che decideranno di ricordarmi lo facessero per ciò che ho letto e non per quello che ho scritto. Perché dentro di me cresce (e in maniera esponenziale) la soddisfazione di vivere, ogni volta che - pacificata dalla lettura finita - chiudo un libro battendo col palmo della mano sopra la controcopertina.
[da >>>qui]
1458. Non chiederci la parola...
Il circolo glossematico è nato e opera in Italia sin dal 1995.
Ovviamente si ispira agli imprescindibili lavori di Louis Trolle Hjelmslev.
Sempre a cura del circolo, esce anche una rivista, intitolata Janus.
Sempre a cura del circolo, esce anche una rivista, intitolata Janus.
16 dicembre 2009
1457. Il punto che non muta
Come cerchio da cerchio e suono da suono, sorgono l'uno dall'altro piccoli drammi dentro la mente e si dissolvono e tornano a formarsi intorno al punto che mai non muta. Quella che aspetto e quella che mai ho scordato, quella in cui mi riposo o quella a cui non voglio pensare o quella che è ritornata improvvisa attraverso il buio del sonno? Passano a una a una e ognuna è la prima e la sola. Il pensiero si attacca a quel punto unico, come la bocca alla bocca; guarda la faccia e ode le parole, ripete l'incontro e ricomincia il dialogo, lo ripete e lo ricomincia, lo tenta e lo moltiplica, lo abbandona e lo sopprime e poi lo ritrova e lo rinnova tante volte, fin che l'incanto è esaurito; si scioglie, si rompe, si disfà come una bolla d'aria scolorata; e non ne resta più niente, è distrutto; è soltanto la contentezza vaga e amara che sia distrutto; la contentezza così intenta e così fissa che a poco a poco lo torna a creare...
Passano le ore, i giorni, gli anni: non so più da quando. Ci devono essere tante cose dietro, che mi aspettano forse; pendono e ondeggiano nella memoria come i brandelli di una tela non compiuta. Ma tutto è interrotto, sospeso, disciolto nella dolcezza del vivere, così uguale e così piana nel suo liquido velo, che alla fine non ne resta nulla tra le mani che vorrebbero stringerla. Mi resta lo sbattimento vago e doloroso degli occhi che devono ingranarsi con la realtà, e il vuoto e la stanchezza di questo minuto.
1456. L'altro io (concentrico o eccentrico?)
Je pense, donc je suis (Cogito ergo sum) non è solo la formula in cui si costituisce, con l’apogèo storico di una riflessione sulle condizioni della scienza, il legame con la trasparenza del soggetto trascendentale della sua affermazione esistenziale. […] Il posto che occupo come soggetto del significante è, in rapporto a quello che occupo come soggetto del significato, concentrico o eccentrico? Ecco il problema. Si tratta qui di quell’essere che appare solo per il lampo di un istante, nel vuoto del verbo "essere", e ho detto che pone la sua questione per il soggetto. Che vuol dire? Non la pone davanti al soggetto, perché il soggetto non può venire al posto in cui esso la pone, ma la pone al posto del soggetto, cioè in questo posto pone la questione con il soggetto, così come si pone un problema con una penna, e come l’uomo antico pensava con la sua anima. […] Ciò che pensa così al mio posto è dunque un altro io? […] In altri termini, questo altro è l’Altro che è invocato persino dalla mia menzogna come garante della verità in cui sussiste. Nel che si osserva che è con l’apparizione del linguaggio che emerge la dimensione della verità.[via EMSF]
15 dicembre 2009
12 dicembre 2009
1452. Gioia postuma
Essere abbandonato, può essere un gran bene...Per quella luce immensa che viene dal passatoche, dopo l'estate, all'arrivo del freddoil sole non ti fa dimenticare.Ti resta qualche fiore disseccato
nei fasci delle lettere d'amore,
il ricordo di quei due occhi chiari
che nella prima volta ti sorrisero.E' vero che ora non hai che buio e poi dolore:ma in quel ricordo la gioia li sovrasta.E quella gioia ti apre un mondo nuovo,e anche una consapevolezza che si fa ragione.
Ecco perché dico che essere abbandonatopotrebbe essere un bene,se penso al destino triste
di chi l'amore non ha mai provato.in La violetta notturna
Antologia dei poeti russi del '900
a cura di Renato Poggioli
Ed. Carabba, 1933
11 dicembre 2009
1451. A null'altro
Non riporterò tutto. Bisogna concedere alla dimenticanza ciò che le spetta di diritto. Ma non voglio nemmeno abbandonare ai capricci della mia memoria i cinque mesi straordinari che ho appena vissuto. La memoria è solita fare del mio passato una scelta assai poco giudiziosa. Sovente infatti s'ingombra di minuzie che non hanno alcun interesse e lascia invece che svaniscano immagini di cui anche il minimo particolare mi sarebbe stato caro. La cernita che essa compie è sempre così maldestra... ecco perché questa volta voglio che il ricordo sia rimesso unicamente alla mia ragione.
E a null'altro.
1450. Una vaga certezza
E’ facile esser certi. Basta essere sufficientemente vaghi.cit. tratta dal pregevole studio Del certo e del vago: l'analisi del senso comune in Peirce e Wittgenstein di Rossella Fabbrichesi Leo
1449. Dolcezze di carta
...Gli scaffali più belli del mondo, tutti coperti di libri, mandavano un misterioso odore di cioccolata antica...
Michail Bulgakov
10 dicembre 2009
1448. Una testa, una colpa
Disserebatur contra: paucorum culpam ipsis exitiosam esse debere, nihil universorum iuri derogandum*.
Tacito
Libri ab excessu Divi Augusti (Annales)
XIII, 27, 1
[*Altri, invece, pensavano che la colpa dei pochi dovesse essere di rovina soltanto a loro, e che non era per questo il caso di minare i diritti di tutti.]
09 dicembre 2009
1447. Ha tirato il sasso e non ha nascosto la mano
Tre giorni fa David Randall aveva "scandalizzato" i lettori di Internazionale (e non solo loro) con >>>questo articolo (il cui assunto era secondo me più provocatorio che reale, anzi, per certi aspetti era persino condivisibile).
Ieri, lo stesso autore, ha sentito il bisogno di >>>tornare sull'argomento. Da ciò che scrive mi pare si possa dedurre che l'idea della provocazione non era poi così peregrina.
1446. Progenitori di gioia e dolore
Da centomila anni sto guardando
quello che ora soltanto vedo.
Dunque è un attimo tutto il tempo
che centomila avi in me stanno guardando.
Quello che non videro, intenti a zappare,
a ubbidire, a uccidere, ad amare,e quello che vedono, giù nella materia,più a fondo di me - bisogna confessarlo.Ci conosciamo noi, come la gioia il dolore.
Io possiedo il passato, essi il presente.Scriviamo versi - mi guidano la penna.
Ricordo, e in me li sento.
Attila József
da "Poeti ungheresi del Novecento"
a cura di Amedeo di Francesco e Marta Koszegi
Ed. Lucarini, 1990
1445. Forse qualcuno non lo sa...
...ma la casa editrice Interlinea è l'unica (almeno credo) ad avere una specifica collana dedicata al Natale.
1444. Musicisti incomprensibili
La metafisica, l'etica, la religione e l'arte non producono conoscenza, ma manifestano soltanto il bisogno dell'uomo di esprimere il proprio sentimento della vita, il proprio atteggiamento emotivo e volitivo verso l'ambiente, verso la società, verso i compiti cui egli è dedito e verso le traversìe che deve sopportare, cosicché i metafisici non sono che dei musicisti senza capacità di suonare, senza uno strumento.Il superamento della metafisica mediante l'analisi logica del linguaggio
Ed. UTET, Torino, 1978 (p. 529)
L'empirista non dichiara al metafisico: "Le tue parole affermano il falso", ma piuttosto: "le tue parole non affermano assolutamente nulla!". Egli non polemizza col suo interlocutore, ma si limita a dirgli: "io non capisco ciò che dici".Positivismo e realismoEd. Il Mulino, Bologna, 1974 (p. 111)
08 dicembre 2009
1443. Il fuoco del dolore
...che qualcos'altro, ancora, brucia il cuore:
fuoco, anche questo, di cui io, vile,
non vorrei parlare: come di un dolore
troppo interiore e misero, per dire
l'interiore e misera grandezza
che pure ha in sé ogni nostro dolore...
1442. Lotta di liberazione mentale
Ciò che io voglio offrirvi è la morfologia dell'uso di un'espressione. Vi mostro che essa ha tipi di uso che voi non avevate nemmeno immaginato. In filosofia uno si sente costretto a guardare un concetto in un certo modo. Ciò che io faccio è invece di suggerirvi di provare a inventare anche altri modi di guardarlo. Vi suggerisco possibilità alle quali non avevate pensato prima.
Voi pensavate che esistesse soltanto una possibilità o due al massimo, ma io vi ho costretto a pensare a molte altre. Inoltre, vi ho fatto notare che era assurdo aspettarsi che il concetto si adeguasse alle vostre minuscole possibilità. In questo modo vi ho liberato dal vostro crampo mentale, e ora potete guardarvi intorno nel campo dell'uso dell'espressione e descrivere i suoi diversi tipi d'uso come mai avevate fatto prima.citato da Norman Malcom in Ludwig Wittgenstein: A Memoir
Oxford University Press, 1958

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