
- Dimmi - chiese quindi Socrate ad
Aristippo - se tu dovessi prendere due ragazzi ed educarli, uno a essere capace di comandare e l'altro a non cercare per niente il potere, come educheresti ciascuno dei due? [...] Non è forse naturale che nasca in tutti e due, quando è l'ora di mangiare, il desiderio di prendere cibo?
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E' naturale, certamente.
- E quale dei due abitueremo in modo che scelga di sbrigare gli affari urgenti prima di soddisfare la sua fame?
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Quello che viene educato al comando, per Zeus, affinché sotto la sua guida i problemi della città non siano trascurati.- E allora, anche quando vogliano bere - continuò Socrate - non si deve trasmettere allo stesso la capacità di astenersi dal farlo anche se ha sete?
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Sicuro - rispose Aristippo.
- E a chi dei due trasmetteremo la capacità di saper resistere al sonno in modo da poter andare a letto tardi, svegliarsi presto e passare la notte senza dormire, se ce n'è bisogno?
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Anche questa allo stesso.- E che dire della capacità di resistere al desiderio d'amore, in modo da non essere impediti all'azione se ce n'è bisogno?
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Anche questa allo stesso - insistette Aristippo [...].
- E dunque, visto e considerato che conosci bene la posizione che spetta a ciascuna delle due specie di persone, hai mai considerato in quale dei due schieramenti collocheresti te stesso?

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Certo - replicò Aristippo -
e di sicuro non mi metto dalla parte di chi aspira a governare: mi pare del tutto folle non accontentarsi di quanto basta a se stesso e anzi prendere su di sé l'onere di procurare le cose necessarie agli altri cittadini. Rinunciare quindi a molte delle cose che si desiderano per sé e d'altra parte, perché si vuole essere capi di una città, andare incontro alle lamentale perché non si realizza tutto quello che essa vuole. Tutto ciò mi pare pura follia. I cittadini credono sia giusto servirsi dei governanti come se fossero schiavi [...].
E dunque se qualcuno vuole avere molti grattacapi e crearne agli altri, questi io lo educherei nel modo che abbiamo convenuto e li collocherei tra la gente adatta al comando. Ma per quanto mi riguarda, io mi metto dalla parte di quelli che vogliono vivere nel modo più facile e piacevole possibile.- Vuoi dunque che indaghiamo anche questo problema - lo interruppe Socrate - se cioè vivono più felicemente quelli che comandano o quelli che sono comandati? [...] Fra i Greci, per esempio, e fra essi ci sei anche tu, quali ti sembrano vivere nel modo più piacevole, quelli che dominano o quelli che sono dominati?
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Veramente - replicò Aristippo -
io non ho alcuna intenzione di mettermi nemmeno dalla parte dei servi, ma mi pare esista una via di mezzo tra le due, ed è questa che io cerco di percorrere, non procede né attraverso la servitù, né attraverso il predominio; essa mira semplicemente alla libertà e, fra tutte, mi pare quella che conduca in maniera più concreta alla felicità.- Ma se questa via - disse Socrate - non passa né per il comando né per la servitù è probabile che essa non passi nemmeno tra gli uomini. Se però, tornando con i piedi per terra, pretenderai di

non comandare e di non essere comandato e non ti sottometterai di buon grado a coloro che comandano, allora io penso che tu vedrai come i più forti, sia da governanti che da privati cittadini, conoscano il modo di servirsi dei più deboli come schiavi, dopo averli ridotti alla miseria e alla disperazione. Oppure non ti sei accorto che c'è chi miete frumento e taglia gli alberi che altri hanno seminato e piantato, e che opprimono in tutti i modi quelli che sono più deboli e riluttanti a servire, finché non li convincono che è meglio sottomettersi ai più forti piuttosto che combatterli? E anche in privato non sai che gli audaci e i capaci sfruttano i pavidi e gli incapaci, dopo averli asserviti?
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Ma io - insistette Aristippo -
appunto per non subire tutto questo, non mi rinchiudo in nessuno stato, e resto invece straniero dappertutto.