akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

11 aprile 2011

1514. Stultorum infinitus est numerus...


Oggi il popolo, privo di buon senso, si fa difensore del suo stesso male.
Così càpita come nei comizi, quando a meravigliarsi che certuni siano stati eletti pretori sono gli stessi che li hanno votati, una volta che il favore popolare (che è mutevole) è cambiato.
Approviamo una cosa e la disapproviamo subito dopo: ecco il risultato di un parere espresso in base all'opinione della maggioranza.

07 aprile 2011

1513. La fonte



Dunque in queste sciagure così gravi, questo bene almeno mi sembra di aver conseguito, di affidare agli scritti quelle teorie filosofiche che non erano abbastanza note ai nostri concittadini ed erano assai degne di conoscenza. Che cosa c'è infatti - per gli dèi - di più desiderabile della saggezza, che cosa di più nobile e di più adatto all'uomo, che cosa di più degno di lui? Dunque coloro che la ricercano sono chiamati filosofi, e la filosofia altro non è, se tu vuoi attenerti al significato etimologico, che amore della sapienza; ma la sapienza è - secondo la definizione degli antichi filosofi - la scienza del divino e dell'umano e dei nessi causali che li regolano; e se qualcuno biasima lo studio di tale scienza, invero non riesco a comprendere quale sia cosa quella che egli possa stimare degna di lode.

02 aprile 2011

1512. Cosa ci porti oggi, Marcellina?



Non succede quasi mai che i nuovi arrivati in paese, anche se si fermano per poco tempo, fra un treno e l'altro, non vedano nelle vicinanze della stazione passare di volata in bicicletta quella ragazza dai capelli quasi rossi, il molle seno ondeggiante dentro una giacca di maglia celeste dai bottoni d'oro. Capelli e bottoni scintillano al sole: o meglio, si prendono la poca luce che vien giù da un cielo quasi sempre burrascoso.
Nel piccolo paese, che non è lontano dalle frontiere, piove spesso, le nuvole si adagiano sulle collinette quasi volessero gentilmente ovattare le bianche fioriture dei prugni. Sono i primi a fiorire, i prugni, e ai nuovi arrivati può sembrare che la ragazza dai bottoni dorati abbia qualcosa in comune con la delicata fioritura. Eppure non ha davvero un'aria delicatina: arriva strisciando un piede a terra, a filo del marciapiede, se c'è, oppure sobbalzando sui ciottoli nella frenata, il viso bianco e rosso, le labbra vermiglie, e le svelte pupille azzurre sembrano cogliere tutto e tutti in una sola occhiata e aver preso una decisione prima ancora d'aver finito di guardare. E in gran dimestichezza con quelli del treno che l'accolgono quasi sempre con chiassosi saluti e richiami. Non è quindi possibile ignorare a lungo il suo nome, perché da una sponda all'altra delle rotaie c'è sempre qualcuno che grida: - Eccoti qui, Marcellina! Sei in ritardo, Marcellina!
Cosa ci porti oggi, Marcellina? -

Marcellina

30 marzo 2011

1511. Furor logicus



In tutto ciò che esiste c’è un bisogno profondo – consapevole o meno non importa – di durare, di essere ancora. Molte saggezze di varie latitudini e tempi lo sanno e lo insegnano. Tra queste, la dottrina del Wille zum Leben di Schopenhauer. Si può dire anzi che l’intero edificio dei simboli umani come delle strutture biologiche o delle concrezioni della materia costituisca l’espressione di questo bisogno. Del tutto naturale, quindi, del tutto comprensibile.
Ma può la filosofia, questo sguardo anche disincantato e onesto sulle cose, farsi partecipe di tale bisogno sino a costruire se stessa su di esso? Sino a fare del furor logicus uno strumento di illusione, di stabilità, di eterno là dove eterna è non la durata ma semmai il divenire?

27 marzo 2011

1510. Resipiscentia

...La camera era rischiarata da un lampadino a olio, velato da un cerchio di carta verde e posto in terra dietro la testa del moribondo. La fantasia si aggirava in quell’aria verdognola con l’instabilità di un pipistrello che vola, impaurita dai fantasmi, che si appiattano sotto al letto di chi muore; negli spigoli e dietro i mobili si rannicchiavano ombre angolose popolate di spaventi, e lo scricchiolio di un mobile, che urtava quel silenzio notturno, largo, diffuso fino agli estremi limiti dell’orizzonte, pareva che mi sospingesse a rovescio il corso del sangue. Quella fu la gran notte di Marcello. Alla vista d’un povero figliuolo, che moriva davvero, col nome di una donna sulle labbra, tutte quelle vecchie idee, che da molti anni mi corazzano a guisa di squame contro gli eccessi del bene e del male, si levavano ad una ad una, lasciando a nudo la natura. Nasceva perciò nel mio capo una babele, una sordia, come se una mano vigorosa agitasse un branco di sassolini in una zucca; e nel cuore, in questo cuore alla buona, entravano per la prima volta sentimenti straordinari. Nel genere umano, tanto citato sui libri e sul pulpito e che solevo considerare all’ingrosso, non più che un formicolaio di vivi, esisteva adunque anche la donna? La donna! – ne aveva vedute moltissime in campagna, ravvolte nei loro fazzoletti neri, in ginocchio presso il confessionale, o all’altare della madonna, biascicanti una corona: la signora Brigida e la Gioconda mie vicine, per paura, non osavano accostarsi al letto del morente, ma pregavano certamente per lui. Ecco là mia madre, una donnetta del Signore, un vero tesoro per la famiglia, che non perdeva mai di vista le vigilie d’olio, le mie calze nere, la libbra di cioccolatte pel suo prete, i quarti di luna e le loro influenze sulle uova e sulle galline. La Mariona serviva da trent’anni in casa mia, e non v’era certamente al mondo una persona più sincera; non diceva mai una cosa per un’altra, neppure a’ suoi padroni, e così perdute nei tempi e nello spazio ricordavo tante altre buone zie e sorelle, per le quali Marcello chiudeva in petto affezione, riverenza, stima; ma poesia, buon Dio! poesia, no.
Perché dunque il nome di Marina quella notte chiamò le lagrime su’ miei occhi? donde sbucavano queste imagini color d’aria, che attraversavano le meditazioni di Marcello, nell’atteggiamento di sante e di angeli scappati giù dai loro quadri?...

Emilio De Marchi - Due anime in un corpo - Ed. Mursia, Milano, 1963
(I ed. 1877)

24 marzo 2011

1509. La passione del presente




Bollati Boringhieri, Torino 2008
pp. 291, euro 10,00
ISBN 977-88-339-1832-7


"
...ci toccherà scrivere con una mano la parola universalità, con l’altra la parola differenza, resistendo alla tentazione di scriverle entrambe con una mano sola, poiché sarebbe comunque la mano sbagliata".


Nell’odierno mondo globalizzato, con la molteplicità delle linee di conflitto che lo attraversa, il dibattito intellettuale sembra paralizzato dall’aut-aut netto fra il paradigma universal-assimilazionista, che corre il rischio di celare sotto l’ambigua maschera della ragione umana un ormai insostenibile eurocentrismo, e quello differenzial-multiculturalista, che sbocca in un comunitarismo autoriferito, in cui le culture sono sistemi chiusi e non comunicanti.
La costellazione di saggi e interventi di Giacomo Marramao, dal titolo La passione del presente, ha il merito di indicare una via alternativa, molto stretta e pur praticabile, che l’autore chiama universalismo della differenza. Si tratta di una decostruzione radicale del concetto di identità: per andare al di là tanto del modello assimilazionista di una presunta Ragione normativa universale, quanto di quello del Londonistan e dei ghetti contigui, occorre avere il coraggio di postulare possibile (e quindi di realizzare) una nuova sfera pubblica globale, in cui si facciano i conti fino in fondo con il carattere molteplice, processuale, dinamico, narrativo e metamorfico di un Sé, inciso fin dall’inizio dalla presenza dell’altro.
È per questo che Marramao richiama esplicitamente Derrida e la pratica del rispondere, intesa non come rispondere-di, ma come rispondere-a, ossia come disponibilità a lasciarsi mettere in questione dall’altro, a farsi contaminare e trasformare. Questa riflessione, come sottolinea l’autore, riprende i fili del dialeghesthai socratico; Socrate infatti reagisce alla crisi della polis non rifugiandosi nei valori tradizionali, ma sfidando la sofistica sul suo stesso terreno, ossia il linguaggio, e riproponendo la questione della verità «ben oltre ogni sistematica, ‘costruttiva’ visione del mondo – come processo di interna destabilizzazione e rottura dei linguaggi e dei codici tradizionali» (p. 53).

22 marzo 2011

1508. Sulle ragioni di una scelta



Se le ragioni di una scelta potessero essere oggetto di un'analisi esauriente, la scelta sarebbe paragonabile a quella che esegue una macchina opportunamente programmata.
Ma non sarebbe più una scelta.

21 marzo 2011

1507. Altre orbite


Altre orbite

Il sole
dopo lungo cammino
arriva spento all'ultimo seno del cielo:
ha consumato i raggi durante la corsa
battuta dall'aria.

Ed è notte:
intorno alla terra e sulle acque
è ombra alta.

O forse quel turbine
si ripete invisibile
e per ignoti spazi
altre orbite accende.

Tito Lucrezio Caro
De rerum natura
V, 648-653

20 marzo 2011

1506. Il paradosso del male



Se non sentiamo, almeno una volta, che tutto è male e che il male è ciò che esiste, non sfioriamo, neppure per un attimo, il problema con cui siamo chiamati a confrontarci. Poiché il problema, infatti, è tanto arduo e profondo da ammettere soltanto una formulazione radicale. Noi siamo dinanzi a un estremo e ciò che ci riguarda è l'insolubile. Se questo estremo non viene raggiunto dal pensiero, nulla più ci riguarda realmente. Se non pensiamo al male come a un che di irrimediabile, esso diviene un momento della vita accanto a molti altri. Un episodio destinato, presto o tardi, a concludersi, un dolore cui segue un piacere nel ritmo alterno dell'eterna vicenda entro cui si sviluppano gli eventi del mondo. Ma che dire di un tale fenomeno? È ancora male un male ridotto alle rassicuranti proporzioni di quella misura entro la quale poniamo quanto di solito ci accade?
Non si tratta di articolare una semplice domanda, ma di dare spazio al grido originario da cui essa sorge sempre e di nuovo e a cui richiede di essere rimessa. L'irrimediabile suscita un simile grido. E d'altra parte, se si sente che non v'è rimedio, si vive il male come un tutto. Neppure l'ultima chance ci viene offerta; non ci resta che il dolore di esistere.

La gioia, il dolore, l'eccesso
a cura di Franco Rella
Ed. Pendragon, 2001

19 marzo 2011

1505. Io venìa pien d'angoscia a rimirarti



La contemplazione del cielo notturno che ispirerà a Leopardi i suoi versi più belli non era solo un motivo lirico; quando parlava della luna Leopardi sapeva esattamente di cosa parlava.
La luna, appena s'affaccia nei versi dei poeti, ha sempre avuto il potere di comunicare una sensazione di levità, di sospensione, di silenzioso e calmo incantesimo. In un primo momento volevo dedicare questa conferenza tutta alla luna: seguire le apparizioni della luna nelle letterature d'ogni tempo e paese. Poi ho deciso che la luna andava lasciata tutta a Leopardi. perché il miracolo di Leopardi è stato di togliere al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare. Le numerose apparizioni della luna nelle sue poesie occupano pochi versi ma bastano a illuminare tutto il componimento di quella luce o a proiettarvi l'ombra della sua assenza.



18 marzo 2011

1504. Quies



Sotto un'elce posar tristo né lieto
del mio destino; e non contar gl'istanti;
e i profumi spirar del ginepreto;
e le rosee seguir nuvole erranti;

e a la giovin velata Isi il segreto
non dimandar de' suoi divini incanti;
e in quel sonno dell'alma inconsueto
non aver che il Silenzio a me davanti;

e tentar di saper ciò ch'egli sia
nella terra e nel cielo
: antica è questa
vaghezza e sogno della mente mia.

Ma nulla io seppi dell'arcana cosa,
nulla.
E a me del mio sogno altro non resta
che l'odor dei ginepri e un ciel di rosa.

Giovanni Prati
Opere varie
Ed. M. Guigoni, Milano, 1875

17 marzo 2011

1503. Uno stato di coscienza



La mitologia è la morte del mito.
Il mito non è un "oggetto", ma uno stato di coscienza, un atteggiamento umano fondamentale che sta accanto al lógos e non di fronte ad esso.
Non può diventare oggetto del lógos senza degenerare.
Qui è presente l'intera problematica: quando si fa diventare il mito un "oggetto" di conoscenza, quando lo si rende materia di analisi, lo si distrugge in quanto mito.
Si potranno forse recuperare dei frantumi, ma il mito è morto.
Il mito non resiste alla luce oggettivante della ragione: come la morale, esige l'innocenza dell'ignoranza.

II, 1a

16 marzo 2011

1502. Essere altrove...



...dove?
Sparsi fuochi rimuove
la memoria. Pulviscolo d'api,
dispersi calcinacci
di paesi chiari
mangiati dall'arsura.
Mi torna la paura
della vipera dei tufi.
Prima di finire
radice angusta
il male mi riprende
del fuggire.

Raffaele Carrieri
da Almanacco antologico
i "Poeti dello Specchio"
Mondadori, Milano, 1962

15 marzo 2011

1501. Il bello non è che il tremendo al suo inizio



Ma chi, se gridassi, mi udrebbe, dalle schiere
degli Angeli? E se anche un Angelo ad un tratto
mi stringesse al suo cuore: la sua essenza più forte
mi farebbe morire. Perché il bello non è
che il tremendo al suo inizio,
noi lo possiamo reggere ancora,
lo ammiriamo anche tanto, perché esso calmo, sdegna
distruggerci. Degli Angeli ciascuno è tremendo.

Rainer Maria Rilke
Elegie Duinesi

06 giugno 2010

1500. Umanità



Quello che privatamente è vietato ci viene imposto in nome dello stato.
Noi osiamo lodare certe azioni (che commesse da un privato cittadino sarebbero sanzionate con la pena capitale) solo perché sono state ordinate dal potente di turno.
L'uomo, l'animale che per natura potrebbe essere il più mite, non si vergogna di provare godimento alla vista del sangue, né di fare guerre che si protraggono per lunghi anni, mentre persino le bestie più feroci vivono in pace.


Lucio Anneo Seneca
Lettere a Lucilio
XCV, 31

19 maggio 2010

1499. Gli ultimi giorni



Gli ultimi giorni sono disgraziati; e così gli ultimi momenti sono momenti disgraziati. Non è il fatto che si avvicini la separazione a rendere quei giorni e quei momenti così disgraziati, bensì la sensazione che ci si aspetti qualcosa di speciale da loro, qualcosa che mancano sempre di produrre. Periodi spasmodici di piacere, di affetto, e persino di studio, di rado evitano di deludere quando premeditati. Quando giungono gli ultimi giorni, gli si dovrebbe permettere di arrivare e scivolare via senza particolare attenzione o menzione. E quanto agli ultimi momenti, non dovrebbero esistere. Semplicemente. Che siano finiti per sempre, ancor prima che sia riconosciuta la loro esistenza.

07 aprile 2010

1498. L'illusione al potere



Per questo non mi piace l'opinione di quello che pensava di frenare con una moltitudine di leggi il potere dei giudici, delimitando quindi la loro funzione: non si accorgeva che c'è tanta libertà e ampiezza nell'interpretazione delle leggi, quanta nella fabbricazione di esse. E s'illudono anche coloro che pensano di ridurre e arrestare le nostre discussioni richiamandosi alla precisa parola della Bibbia. Infatti il nostro spirito non trova davanti a sé un campo meno spazioso quando verifica il sentimento altrui di quando esprime il proprio e, così facendo, pensa che ci sia meno animosità e asprezza nel glossare che nell'inventare...

III, 13

28 marzo 2010

1497. ΜΕΛΗ



Άοίον άεροφοίταν άστέρα
μείνωμεν άελίου λευκοπτέρυγα πρόδρομον

Aspettiamo la stella mattutina
dall'ala bianca che viaggia nelle tenebre,
primo annunzio del sole.

19 marzo 2010

1496. Apprendimenti (Il ruscello del silenzio)



Tutti parlano, tutto viene dilaniato dalle parole; e quanto oggi ancora sembra troppo duro per le zanne del tempo, domani, escoriato e scorticato, penderà da mille fauci.
Tutti parlano, tutto passa inascoltato [...]
Tutti parlano, nessuno che voglia ascoltare. Tutte le acque si precipitano scroscianti al mare, ma il ruscello sente solo il proprio scroscio.
Tutti parlano, nessuno che voglia capire. Tutto finisce in fumo, nulla che vada a finire in una sorgente profonda. [...]
O fratelli miei! Perché non imparate da me il silenzio! E la solitudine!
Tutti parlano, nessuno che sappia dire. Tutti corrono, nessuno più che impari a camminare.
Tutti parlano, nessuno mi sente cantare: Oh, che riusciate a imparare il silenzio da me!

Frammenti postumi
autunno 1883, 18/34

16 marzo 2010

1495. E comunque...

09 marzo 2010

1494. Lo Zingaro dell'Universo



Prima o poi l'uomo dovrà pur svegliarsi dal suo stato di sogno millenario per rendersi conto della sua solitudine più completa, della sua sostanziale "estraneità". Egli dovrà prima o poi sapere e rendersi conto di essere niente più che uno Zingaro ai margini dell'Universo. Un Universo in cui, suo malgrado, deve vivere ma che è del tutto indifferente alla sua musica, alle sue inclinazioni, alle sue speranze; un Universo del tutto sordo alle sue sofferenze e ai suoi crimini...


08 marzo 2010

1493. Una memoria in attesa



Il processo mnemonico non è composto (non può esserlo mai) di cose vuote. Può essere non libero, o parzialmente libero, ma mai vuoto. In esso c'è tutto il denso passato, il raro presente e, soprattutto, l'attesa cogente del futuro. Noi crediamo la memoria libera, ma non è così.
La memoria non potrà mai essere libera: non da ciò che l'ha formata, non da ciò che la formerà.

07 marzo 2010

1492. A volte



A volte, per dire tutto compiutamente, bisogna dare voce al silenzio.

02 febbraio 2010

1491. Anamorfosi


Al piano Marc-André Hamelin

01 febbraio 2010

1490. Se non fossimo uomini



Il migliore dei tropi scettici (o almeno il mio preferito) è senz'altro quello dell'inferenza causale:

dai fatti non sarà mai possibile inferire in modo certo e univoco l'esistenza di cause che, esterne dalla sfera dell'esperienza, non possano trovare conferma nei fatti stessi.

Se ci attenessimo a questo modo cristallino di vedere le cose, molti infausti ostacoli legati all'ermeneutica sarebbero risolti.
Tutto sarebbe più semplice e chiaro.
Se non fossimo uomini.

26 gennaio 2010

1489. Come granelli di sabbia

25 gennaio 2010

1488. Questione di altezza (e di equilibrio)



E' impossibile scrivere su noi stessi cose più vere
di come noi
siamo veri.
Questa è la differenza fra scrivere su noi stessi e su cose esterne.
Su noi stessi scriviamo esattamente dalla nostra altezza; qui non stiamo sui trampoli o su una scala, ma sui nostri piedi.

(1937)

21 gennaio 2010

1487. Abissi



L'abisso senza fondo è il modo di essere originario del fondamento. Il fondamento è l'essenza della verità. Se dunque lo spazio-tempo viene concepito come abisso senza fondo e, viceversa, a partire dallo spazio-tempo, l'abisso senza fondo viene colto in modo più determinato, ecco che si apre il rapporto che svolta dall'appartenenza allo spazio-tempo all'essenza della verità.

Beiträge zur Philosophie
(1936-1938)
(tr. P. Kobau, in "Aut-aut", n. 236/1990)

19 gennaio 2010

1486. L'epoca sospesa



La parola 'epoca' deriva dal verbo epéchein che vuol dire "trattenersi", poi diventa epoché, parola filosofica che indica sospensione.
L'epoca è quella dimensione in base a cui il tempo, in un certo senso, si raccoglie in sé, si incurva, acquista qualità. Noi abbiamo un'idea del tempo come mera successione e, soprattutto nella nozione della fisica classica di reversibilità, il tempo è uguale sia che si vada avanti sia che si vada indietro, implica la stessa misurabilità.
Nell'epoca vediamo come il tempo non sia la mera successione, nell'epoca esso si ripiega ed è per questo che noi possiamo dire che si passa da un'epoca ad un'altra. Si entra e si esce, il tempo diventa non solo una cosa che scorre, ma una cosa che si applica: si sta nel tempo, si appartiene al tempo.
Questo non potremmo dirlo se intedessimo il tempo come una mera successione.

Salvatore Natoli
in Fine della storia e mondo come sistema

18 gennaio 2010

1485. Quella che non si dolse mai...



Con gli occhi alla pioggia e agli elfi della notte,
è là, nel campo quindici a Musocco,
la donna emiliana da me amata
nel tempo triste della giovinezza.
Da poco fu giocata dalla morte
mentre guardava quieta il vento dell'autunno
scrollare i rami dei platani e le foglie
dalla grigia casa di periferia.
Il suo volto ancora vivo di sorpresa
come fu certo nell'infanzia, fulminato
per il mangiatore di fuoco alto sul carro.
O tu che passi spinto da altri morti
davanti alla fossa undici sessanta,
fermati un minuto a salutare
quella che non si dolse mai dell'uomo
che qui rimane, odiato, coi suoi versi,
uno come tanti, operaio di sogni.

17 gennaio 2010

1484. La 'stanza' ignota (dalla parte verso il tutto)

16 gennaio 2010

1483. Il debito



...doveva io, nel celebrare gli encomi delle tenebre, trattenermi alquanto a raccontare le grandezze de' lor maggiori, che tali appunto sono, come or udirete, l'antico caos e 'l fecondissimo Niente. E giaché del caos mi ricordo d'aver favellato nel mio primo discorso, mi riconosco oggi e mi confesso tutto debitore al Niente.

Giuseppe Castiglione
Discorso academico in lode del Niente, [Napoli 1632]
presentazione, cura e commento di L. Bisello
a cura di C.Ossola, Torino, Ed. Scriptorium, 1995, pp. 95-109

Per l'immagine ©Alessandra Gambardella, 2006

15 gennaio 2010

1482. Quello che resta (dopo i frantumi)



Chi ritiene che un mondo non più unitario (ancorché 'globalizzato') rifletta un soggetto equipollente, cioè dionisiacamente parcellizzato, finisce, proprio lui, col riabilitare la 'vecchia' funzione ordinatrice del soggetto. Un mondo 'a pezzi', si vuol dire, sarà governato meglio, ma non meglio pensato, da un soggetto 'a pezzi'. Se invece si invocherà la forma del soggetto, lo sguardo fisso sulla scatola muta dell'identità, proprio per questo viene meno, proiettata su uno sfondo inequivocabilmente senza fondo, 'faustiano', la sua funzione ordinatrice.
In breve: il soggetto è ancora visibile, anzi è la condizione stessa del visibile, siamo noi; semplicemente, non si può più credere o peggio ancora "sperare" nella sua libera funzione ordinatrice o dominatrice. Tuttavia, decretare la morte del soggetto solo perché questo non ordina o non domina alcunché, è, in un caso, un pregiudizio logico, nell'altro organicistico. Orbene, cesserà la funzione o l'utilità o il senso, ma rimane, inerte, il significato; rimane la forma.
E' proprio della forma, sempre e comunque,
rimanere.

[Intr., § 1]

14 gennaio 2010

1481. Le pagine morte


I dogmi non sono regole matematiche ricevute una volta per tutte e applicate meccanicamente. Devono diventare, se così si può dire, prese di coscienza, intuizioni, emozioni, esperienze morali che hanno l'intensità di una esperienza mistica, di una visione. Ma questa intensità spirituale e affettiva svanisce velocemente. Per risvegliarla non è sufficiente rileggere ciò che si è già scritto. Le pagine scritte sono già pagine morte. I pensieri non sono fatti per essere riletti. Ciò che importa è formulare di nuovo, è l'atto dello scrivere, di parlare a se stessi, nell'istante, in quell'istante preciso in cui si ha bisogno di scrivere; è anche l'atto di comporre quelle parole con la maggior cura possibile, cercando la versione che, al momento, produrrà l'effetto maggiore, aspettando di appassire quasi immediatamente, appena scritta. I caratteri impressi su un supporto non fissano nulla. Tutto sta nell'azione dello scrivere.

Pierre Hadot - La cittadella interiore (p. 54)

13 gennaio 2010

1480. Il precipizio della gioia


Ogni gioia smisurata (exultatio, insolens laetitia) nasce sempre da un'illusione che ci fa credere di aver trovato nella vita qualcosa che non è possibile trovarci: la soddisfazione duratura dei desideri che ci tormentano e che rinascono sempre di nuovo, insomma, il rimedio ad ogni affanno. Ora, ogni illusione di questo genere dovrà prima o poi infallibilmente svanire; e questo ci sarà fonte di dolore amarissimo, e molto più intenso che non la nostra primitiva gioia. Sotto un tale aspetto, la gioia è simile a una vetta scoscesa da cui non si può discendere che a precipizio.

12 gennaio 2010

1479. Un paradiso infernale


Esiste un tipo di cristiano che ha paura del suo Dio: l’amore non ha timore, dice Giovanni, ma lui sì, timore di peccare e di “meritare i castighi di Dio” (come è detto ancora oggi nell’atto di dolore che si recita alla fine della confessione). È così ossessionato dalla paura di “peccare nella carne”, che non riesce a smettere di pensare al sesso. La sua vita è un’unica grande frattura tra ciò che desidera (e già il solo desiderare, anche senza attuare, è peccaminoso, come afferma Mt 5,28) e ciò che Dio, attraverso la morale, gli permette (ovvero, come diceva quel vecchio predicatore, citato da Bellet: «In materia di purezza sono tre le cose permesse: prima, niente; seconda, niente; terza, niente»). Tutto è separazione in lui: il buono e il cattivo, la verità e l’errore, la libertà e l’autorità; egli vede il mondo come in un fumetto a china, dove non c’è altro che il bianco della pagina e il nero dell’inchiostro e dove i contorni sono netti, e assenti le sfumature. Anche quando vorrebbe sforzarsi di non giudicare il prossimo, non può farne a meno: per non rischiare di peccare (a causa di un errore di giudizio sulla bontà di un certo atto), è costretto a valutare la bontà o meno di ogni cosa. Per questo, e anche perché tutto ciò lo confina in un egotismo centripeto che lo avvita sempre più su se stesso, egli si separa pian piano da tutti e da tutto, si rinchiude, si isola. La sua religione diventa il muro che lo protegge dalle insidie del mondo, ma al contempo gli impedisce di uscire. È fatale che, alla fine, la vita “al di qua” si separi da quella “aldilà”, e che l’amore per la seconda comporti l’odio (in senso biblico, ma spesso anche letterale) per la seconda. Questo tipo di cristiano spende tutte le sue energie a tentare di guadagnarsi il paradiso; nel frattempo, la sua vita è un inferno.

Paolo Calabrò - Il sabato per l'uomo
Filosofia morale in Maurice Bellet e Raimon Panikkar
(file .pdf)

11 gennaio 2010

1478. Stolen Moments

10 gennaio 2010

1477. Ideografia del quotidiano (fra ontologia e verità)

Anche al di fuori della ricostruzione strettamente storiografica, coloro che pongono l’alfabeto al vertice delle scritture (rispetto alla scrittura ideografica, n.d.b.) non sembrano tener conto del fatto che la praticità (o essenzialità) dell’alfabeto risulta pesantemente contraddetta dalla circostanza per cui le nostre scritture rigurgitano di ideogrammi, che non sono solo gli elementi sintattici, ma, ad esempio, i numeri, con i quali ci troviamo benissimo, tanto quanto invece si trovavano male i latini, la cui numerazione aveva elementi alfabetici. Basterà comunque guardare la tastiera di un computer, ossia di una macchina per scrivere una scrittura che si suppone alfabetica, per vedere quanti ideogrammi possieda: | \ ! “ £ $ % & / ( ) = ? ^ 1 2 3 4 5 6 7 8 9 0 [ + * ] @ ° # § > < ; , : . _ -. Sono 38 ideogrammi. E vi ho risparmiato i simboli per far andare avanti e indietro il dvd o alzare il volume (che non servono per scrivere), le emoticon che si possono ottenere dalla combinazione di punti, virgole, parentesi (che invece servono per scrivere), così come tutto ciò che posso ottenere dal «menù simboli». Se davvero l’alfabeto possedesse una incondizionata superiorità rispetto all’ideogramma, non si capisce perché, in tanto tempo, non abbia vinto la partita, proprio come è successo all’Homo sapiens rispetto all’uomo di Neanderthal.


Each special science aims at truth, seeking to portray accurately some part of reality. But the various portrayals of different parts of reality must, if they are all to be true, fit together to make a portrait which can be true of reality as a whole. No special science can arrogate to itself the task of rendering mutually consistent the various partial portraits: that task can alone belong to an overarching science of being, that is, to ontology. But we should not be misled by this talk of 'portraits' of reality. The proper concern of ontology is not the portraits we construct of it, but reality itself.



...Infatti la verità dell'ermeneutica non è un traguardo teleologico fisso da scoprire e da raggiungere, ma verità di un soggetto e per un soggetto. Non c'è una verità da identificare mediante l'interpretazione, ma l'interpretazione è essa stessa verità, nel senso che che niente si dà all'uomo al di fuori e indipendentemente da essa.

Anne Escher De Stefano - Historimus e ermeneutica

09 gennaio 2010

1476. L'utopia della libertà (e dell'autonomia)



C'è un rapporto molto profondo tra la mia concezione della psicoanalisi e la mia concezione della politica. Ambedue infatti mirano all'autonomia dell'essere umano, anche se, ovviamente, attraverso vie diverse. La politica mira a liberare l'essere umano, a permettergli di accedere alla propria autonomia per mezzo di un'azione collettiva la quale ha come oggetto la trasformazione delle istituzioni; vale a dire, la politica mira ad instaurare delle istituzioni di autonomia. L'oggetto della politica non è la felicità, come si voleva nel Settecento e nell'Ottocento, e come intendeva anche Marx.
Questa concezione non è solo erronea, ma anche catastrofica.
L'oggetto della politica è la libertà.

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08 gennaio 2010

1475. Qui e ora



Vive eterno colui che vive nel presente.
6.4311

07 gennaio 2010

1474. Il coraggio dell'incoscienza



Al mondo non c'è coraggio e non c'è paura.
Ci sono solo coscienza e incoscienza.
La coscienza è paura,
l'incoscienza è coraggio.

Da un esauriente, ben costruito e appassionato
su Alberto Moravia


05 gennaio 2010

1473. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore


Per una definizione di totalitarismo:

«Mi sembra che i 5 elementi principali siano i seguenti:

1. Il fenomeno totalitario sopraggiunge in un regime che concede ad un partito il monopolio dell'attività politica.
2. Questo partito è animato o armato da un’ideologia alla quale conferisce un'autorità assoluta e che, di conseguenza, diventa la verità ufficiale dello stato.
3. Per diffondere questa verità ufficiale, lo stato si riserva a sua volta un doppio monopolio: il monopolio dei mezzi per l'uso della forza e quello dei mezzi di persuasione. L'insieme dei mezzi di comunicazione, radio, televisione, stampa, viene diretto dallo stato e da coloro che lo rappresentano.
4. La maggior parte delle attività economiche e professionali sono subordinate allo stato e vengono, in un certo qual modo, integrate nello stato stesso. Così come lo stato è inseparabile dalla sua ideologia, la maggior parte delle attività economiche e professionali viene “colorata” dalla verità ufficiale.
5. Essendo ormai tutte le attività attività di stato, ed essendo tutte le attività subordinate all'ideologia, un errore commesso nell'ambito di un’attività economica o professionale diventa al contempo un errore ideologico. Ne scaturisce, in ultima istanza, una politicizzazione, una trasfigurazione ideologica di tutti gli errori che è possibile commettere e, in conclusione, un terrore al contempo poliziesco ed ideologico. [...] Il fenomeno è perfetto allorché tutti questi elementi si realizzano insieme in maniera compiuta».

Raymond Aron, Démocratie et Totalitarisme, Folio Essais, Gallimard, 1965

La citazione e la relativa traduzione sono tratte dalla pagina dedicata a Raymond Aron su Wikipedia

02 gennaio 2010

1472. Senza condizioni, qualora lo volessi



Knowledge first and last

sembra suggerirmi Jonathan Sutton nel suo interessante volume Without Justification, che ho letto di slancio, con l'incoscienza di chi non si cura della complessità.
E' comunque una tesi interessante, che faccio mia senza porre condizioni.
Il tempo della riflessione è scandito poi da un altro pensiero che raccolgo questa volta dal De tranquillitate animi di Seneca (8, 2):

Dunque dobbiamo pensare quanto più lieve dolore sia non avere che perdere...

Provo a ricominciare da qui, dove il tempo sembra confondersi con lo spazio, il cielo con l'acqua della baia, la luce con un'ombra mutevole che sembra portare con sé presenze discrete, pronte a trasformarsi in speranze.
Qualora lo volessi.

25 dicembre 2009

1471. Attesa



Se io capissi
quel che vuole dire
- non vederti più -
credo che la mia vita
qui - finirebbe.

Ma per me la terra
è soltanto la zolla che calpesto
e l'altra
che calpesti tu:
il resto
è aria
in cui - zattere sciolte - navighiamo
a incontrarci.

[...]


Antonia Pozzi
da Parole

24 dicembre 2009

1470. Voci dal passato

Com’era il mondo sonoro dell’antichità? Il filologo classico Maurizio Bettini ricostruisce la “fonosfera”, cioè l’insieme dei suoni che riempivano l’aria, nell’antica Grecia e nella Roma repubblicana e imperiale attraverso i non pochi indizi presenti nelle fonti classiche.Ne scaturisce un ritratto molto diverso dal mondo contemporaneo. Solo le voci umane rappresentano un elemento immutabile nel corso dei secoli, mentre tipici del mondo antico dovevano essere i rumori delle attività artigianali, quali i colpi dei fabbri e le mole dei mulini cittadini. Soprattutto i suoni prodotti dagli animali, ricorda Bettini, erano molto più variegati e presenti rispetto a oggi, visto che le “fonti” che le emanavano erano parte fondamentale del mondo produttivo della città antica.

Un estratto è leggibile >>>qui


1469. Strumenti umani


La voce limpida di Danielle Licari interpreta magistralmente
il
>>> Concerto pour une voix <<< di Saint-Preux.

23 dicembre 2009

1468. Tre passi fra le nuvole

1467. Fra i pochi (l'attimo che non perdona)



Non c'è un unico tempo: ci sono molti nastri
che paralleli slittano
spesso in senso contrario e raramente
s'intersecano. E' quando si palesa
la sola verità che, disvelata,
viene subito espunta da chi sorveglia
i congegni e gli scambi. E si ripiomba
poi nell'unico tempo. Ma in quell'attimo
solo i pochi viventi si sono riconosciuti
per dirsi addio, non arrivederci.


Eugenio Montale
Tempo e tempi


22 dicembre 2009

1466. ...'a te convien tenere altro viaggio'...



Anche te, cara, che non salutai
di qui saluto, ultima. Coraggio!
Viaggio per fuggire altro viaggio.
In alto, in alto i cuori. E tu ben sai.

In alto, in alto i cuori. I marinai
cantano leni, ride l'equipaggio;
l'aroma dell'Atlantico selvaggio
mi guarirà, mi guarirà, vedrai.

Di qui, fra cielo e mare, o Benedetta,
io ti chiedo perdono nel tuo nome
se non cercai parole alla tua pena,

se il collo liberai da quella stretta
spezzando il cerchio della braccia, come
si spezza a viva forza una catena.

Guido Gozzano
Congedo

21 dicembre 2009

1465. Nova et vetera


Allora Hsien domandò della vergogna:
- Percepire gli emolumenti per le magistrature dello Stato, quando nello Stato si segue la Via, è cosa buona. Percepirli quando nello Stato non si segue la Via, questa è una vergogna - rispose Confucio.

Lun Yü
Dialoghi
§ XIV, 33